24 giugno 2017
Aggiornato 15:30
Manovra finanziaria

Il governo Gentiloni prepara l'aumento dell'Iva (e sarà una maxi-stangata)

Il governo Gentiloni sta pensando di finanziare una parte delle misure della manovra 2018 con l'aumento dell'Iva, che prenderà le sembianze di un vero e proprio salasso da 4 miliardi di euro e massacrerà famiglie e consumi

Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.
Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. (Giuseppe Lami | Ansa.it)

ROMA – Il governo Gentiloni è alle prese con il Def, che verrà alla luce in aprile. La manovra finanziaria per il 2018 dovrebbe aggirarsi sui 25 miliardi di euro e potrebbero scattare le temutissime clausole di salvaguardia, in tutto o in parte. L'Esecutivo è in trattative con Bruxelles per evitare che l'aumento dell'Iva sia completo, ma intanto sta pensando di aumentare le aliquote ordinaria e intermedia per finanziare le misure della Legge di Bilancio.

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Un salasso da 4 miliardi di euro
Un salasso da 4 miliardi di euro. E' quello a cui pensa il governo Gentiloni per finanziare la nuova manovra del 2018 con l'aumento dell'Iva. L'Esecutivo, infatti, nei prossimi mesi potrebbe aumentare di due punti percentuali l'aliquota ordinaria e l'aliquota intermedia. Il Def dovrebbe vedere la luce nel mese di aprile, ma secondo alcune indiscrezioni è probabile che scatteranno le clausole di salvaguardia e che agli italiani toccherà metter mano al portafogli. Se le trattative con Bruxelles andranno in porto, tuttavia, il governo Gentiloni dovrebbe riuscire a evitare che l'aumento di Iva e accise sia completo. Ma questo non basta a calmare gli animi di Confesercenti, Confcommercio e Codacons, che sono sul piede di guerra.

L'aumento dell'Iva massacrerà famiglie e consumi
Se attuati, gli aumenti delle aliquote Iva «massacreranno le famiglie e i consumi», determinando, solo per costi diretti, una maxi-stangata complessiva pari a +791 euro annui a famiglia. L'alert arriva dal Codacons che ricorda come nel nostro paese l'Iva abbia già subito di recente due incrementi, con effetti disastrosi per le tasche delle famiglie italiane e per i consumi nazionali: dal 20 al 21% nel settembre 2011 con un aggravio medio di spesa pari a +290 euro annui a famiglia; dal 21 al 22% nel 2013 con maggiore spesa pari a +209 euro a famiglia su base annua, per una stangata media da +499 euro annui a famiglia solo di costi diretti.

Il gettito dello Stato sarà inferiore alle aspettative
«Il gettito per le casse dello Stato è risultato tuttavia inferiore alle aspettative, perché i consumatori hanno reagito al rincaro dei prezzi riducendo la spesa», sottolinea il presidente Carlo Rienzi. «Il Governo deve a tutti i costi evitare nuovi ritocchi delle aliquote e ulteriori rincari delle accise sulla benzina, perché gli indicatori economici hanno dimostrato che provvedimenti di questo tipo hanno effetti depressivi sui consumi, determinando un danno per l'economia nazionale», conclude il presidente Codacons. E a fare da eco alle sue parole giungono subito anche quelle della Cgia di Mestre, che disapprova la scelta dell'Esecutivo di finanziare la riduzione del cuneo fiscale per le imprese con l'aumento dell'Iva.

Taglio del cuneo fiscale e aumento dell'Iva: gioco a somma zero
«Lo scambio che viene ipotizzato in questi giorni non sarebbe a somma zero – spiegano dalla Cgia -. Se a seguito di un'eventuale riduzione del costo del lavoro i vantaggi economici ricadrebbero su imprese e/o lavoratori dipendenti, il rincaro dell'Iva, invece, lo pagherebbero tutti e dunque anche i meno abbienti oltreché gli artigiani, i commercianti e tutto il popolo delle partite Iva». Il risultato? Un consistente rallentamento dell'economia nazionale. In termini assoluti, afferma la Cgia, sarebbero i percettori di redditi più elevati a pagare questo scambio, visto che a una maggiore disponibilità economica si accompagna una più elevata capacità di spesa.

L'aggravio più pesante interesserebbe le famiglie con figli
Ma la misurazione più corretta, tuttavia, si ottiene calcolando l'incidenza percentuale dell'aumento dell'Iva sulla retribuzione netta di un capo famiglia. E adottando questa metodologia, l'aggravio più pesante interesserebbe i percettori di redditi bassi e, a parità di reddito, le famiglie più numerose. In particolar modo i più deboli, come i disoccupati, gli inattivi e i pensionati che, invece, dal taglio delle tasse sul lavoro non beneficerebbero, almeno direttamente, di alcun vantaggio. Con un incremento di un punto di Iva dal 22 al 23 per cento, ad esempio, una famiglia di 3/4 persone subirebbe un aumento di imposta di circa 100 euro all'anno che, ovviamente, avrebbe delle ripercussioni negative sui consumi interni del paese che costituiscono la componente più importante del nostro Pil.

Saranno maggiormente colpiti beni di prima necessità
Dello stesso avviso anche la Coldiretti. L'aumento dell'Iva «colpirebbe soprattutto beni di prima necessità come pane, pasta, frutta e verdura con aliquota al 4% ma anche carne, pesce, yogurt, uova, riso, miele e zucchero con aliquota al 10% con effetti drammatici sui redditi delle famiglie più bisognose e sull'andamento dei consumi in settori come quello alimentare che sono determinanti per sostenere la ripresa in atto", sottolinea la Coldiretti. Un aumento dell'Iva generalizzato, in una fase in cui la mancanza di liquidità e di fiducia ha già portato ad una contrazione della spesa, alimenterebbe un circolo vizioso: l'aumento dell'Iva farebbe calare i consumi e quindi la produzione, il che a sua volta significa più disoccupazione e la crescita del debito pubblico. Già oggi l'Italia figura tra i principali paesi dell'area euro con aliquota ordinaria Iva più elevata. E alzarla ulteriormente non ci sembra affatto la strategia migliore per vincere la crisi.