19 luglio 2019
Aggiornato 21:00
In arrivo una nuova tempesta sui mercati

Perché l'America e gli altri stanno con Renzi e si «intromettono» nel nostro referendum

Dopo FT e gli altri, sul referendum scende in campo un altro peso massimo dell’aristocrazia monetarista globale, Joseph Stiglitz. Ecco perché. E perché dobbiamo aspettarci un autunno bollente

ROMA - Una delle molte icone della sinistra, Joseph Stglitz, dovrebbe essere ricordata soprattutto per quanto ha fatto quando gli elettori statunitensi lo posero al fianco di Bill Clinton, quale consigliere economico speciale. Lui riassume quel periodo così: «Siamo riusciti a far tirare la cinghia ai poveri e farla allentare ai ricchi». David Harvey, professore di Antrolopogia a New York, nel suo magistrale «Breve storia del neoliberismo» così riassume la politica Clinton-Stiglitz: «La gestione della politica sociale fu di fatto affidata agli azionisti di Wall Street, con conseguenze prevedibili».

Stiglitz appoggia Renzi sul referendum
Svestiti i panni dell’uomo di potere e con il potere, Stiglitz è tornato a denunciare le distorsioni della cosiddetta economia neoliberale, che come pochi altri lui ha creato e consolidato: un tratto tipico della doppia morale che attanaglia un certo modo di pensare progressista. L’economista statunitense e premio Nobel, ha tuonato: «Il referendum italiano potrebbe essere il cataclisma che fa collassare l’eurozona. Dovrebbe essere cancellato». La frase ovviamente è sibillina, perché non dice esplicitamente che la vittoria del «no» causerebbe questo scenario, ma lo fa intendere. Inoltre, l’economista di punta della presidenza Clinton – tra le più inique e regressive della storia statunitense – ha detto chiaramente che la caduta di Renzi comporterebbe rischi per l’intera Comunità europea. Sostanzialmente il mantra di Obama: "Ci vogliono più riforme, Matteo sta lottando contro lo status quo".

L'aristocrazia monetarista globale a favore del «sì»
Sul referendum di novembre quindi scende in campo un altro peso massimo dell’aristocrazia monetarista globale. Arriva dopo le chiare minacce del Financial Times, giornale britannico che detta la politica economica dell’Italia, sul quale dieci giorni fa si potevano leggere queste equilibrate parole: «Il referendum potrebbe far deragliare il futuro economico del paese». E poi: «Le conseguenze sarebbero severe rimandando la riforma costituzionale». Ancora: «La vittoria del no potrebbe avere conseguenze ancora più serie per le prospettive economiche e politiche dell'eurozona». Lo spauracchio, ovviamente, è quello della Brexit, anche se si tratta di contenuti molto diversi. Ma in generale è l’idea di libero arbitrio di un popolo quella che viene sanzionata: a prescindere da cosa si vota.

Aspettiamo una nuova tempesta sui mercati azionari
Cosa potrebbe accadere quindi fino al giorno del voto? Dopo le parole, le minacce, si passerà ai fatti. Inutile sperare che le parole divengano lettera morta. Si pensi ai crolli, poi recuperati, inflitti alle borse del continente il giorno dopo il voto britannico. Nel nostro caso, però, la severa lezione arriverà prima del voto: il sistema finanziario non vuole rischiare. Quindi è molto probabile che stia per scatenarsi sul mercato azionario una tempesta molto pesante, con epicentro posizionato sui titoli del credito. La situazione è perfetta: il comparto continua ad essere sottocapitalizzato, nonché pregno di crediti marci. La tempesta potrebbe scatenarsi il prossimo 16 settembre, giorno in cui l’agenzia di rating Dbrs deciderà se tagliare la valutazione sul debito italiano, portando al livello del Portogallo BBB. Il 7 ottobre sarà la volta di Moody’s. Qualora il rating fosse tagliato, le banche nazionali dovrebbero fornire maggiori garanzie alla Bce oppure vedrebbero tagliati i canali di rifinanziamento. Per il sistema bancario nazionale, e in particolare per quegli istituti già oggetto di pressione nei mesi passati, sarebbe la fine.

Ci aspetta una forte crisi finanziaria d'autunno
Nessun fondo Atlante potrebbe essere sufficiente ad arginare lo tsunami. A tutto questo si uniscono le previsioni di stagnazione economica nel terzo e quarto trimestre dell’anno. Ovviamente le agenzie di rating sopracitate tifano tutte per la vittoria del «sì» al referendum e quindi, al di là dei guai del sistema bancario italiano, nonché del debito pubblico, è certo che non potranno che giungere cannonate da quella direzione. Ci aspetta quindi una forte crisi finanziaria d’autunno, che probabilmente percorrerà strade diverse da quella del 2011 che si focalizzò sul totemico «spread» e installò un governo fantoccio manovrato dalla trojka. Queste sono le condizioni che preludono al voto sulla riforma costituzionale. Dato tutto ciò, viene da domandarsi l’utilità stessa di un referendum, che altro non farebbe che normare uno stato delle cose che evidentemente è già in essere.