17 settembre 2019
Aggiornato 06:00
Il retroscena

UE, ecco perché il presidente della Bundesbank è stato inviato a Roma da Berlino

Il messaggero della Germania ha consegnato all'establishment romano il diktat tedesco. La richiesta di Berlino è quella di procedere a passo spedito verso una maggiore unione fiscale per salvare le sorti dell'Unione Europea. Ma il nostro destino sarà quello di una Germania più europea o di un'Europa più tedesca?

La Cancelliera tedesca Angela Merkel
La Cancelliera tedesca Angela Merkel Shutterstock

ROMA - La missione del presidente della Bundesbank in Italia si è appena conclusa e Jens Weidmamm è ripartito dalla Capitale dopo aver trascorso ventquattr'ore a stretto contatto con l'establishment italiano. Dopo l'incontro-convegno con l'ambasciatrice tedesca a Roma in diretta streaming, una colazione di lavoro a Palazzo Koch con il governatore della Banca d'Italia, la visita al presidente di Confindustria e le interviste rilasciate alla stampa nazionale in molti sollevano lo stesso dubbio: perché il presidente della Bundesbank è stato inviato nella città eterna?

Il messaggero di Berlino
Berlino ha deciso di mandare un messaggio politico forte e chiaro all'Italia, inviando il presidente della Bundesbank direttamente nella Capitale. Il numero uno della banca centrale tedesca infatti ha accettato di vestire i panni di Hermes, la divinità alata della mitologia greca incaricata di consegnare i messaggi degli dei, per portare nella città eterna il diktat della Germania. Per Berlino l'Unione Europea è di fronte a un bivio: deve scegliere se fare un salto di qualità o perire sotto il peso delle sue macerie.

Il diktat tedesco
Le parole usate da Jens Weidmann non lasciano adito a dubbi sulla sua missione italiana: serve «uno shift», un «cambio di marcia», ha ribadito più volte ai presenti e davanti alle telecamere. Non a caso è stato pubblico il suo incontro-convegno con l'ambasciatrice tedesca a Roma, Susanne Marianne Wasum-Rainer, con tanto di diretta streaming, e non a caso la colazione di lavoro a Palazzo Koch con il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ha avuto un grande impatto mediatico. Come sottolinea Federico Fubini sull'articolo pubblicato su Il Corriere della Sera, il presidente della Bundesbank non ha tralasciato neppure di rivolgersi direttamente alle imprese italiane, chiedendo un incontro con il presidente uscente di Confindustria, Giorgio Squinzi, e con il suo successore, Vincenzo Boccia.

Verso una maggiore unione fiscale
La Germania si è assicurata così di far arrivare il messaggio a tutti i soggetti economici che contano: i politici, le banche, le imprese e l'opinione pubblica. Un messaggio forte e chiaro: a Berlino questa Europa non piace. Nei giorni scorsi il presidente della Bundesbank aveva già lanciato un duro rimprovero al governo italiano, sottolineando i rischi dell'alto indebitamento, e i politici tedeschi non avevano esitato a scagliarsi direttamente contro l'operato della BCE e del presidente Mario Draghi. Berlino chiede a chiare lettere che i paese europei assolvano presto e bene ai loro obblighi comunitari facendosi carico del principio di responsabilità con le proprie forze, oppure che siano disposti a procedere a passo spedito verso la cessione di una parte della loro sovranità nazionale per adbicare in favore di quella dell'Unione Europea.

L'Unione monetaria non può correre all'indietro
Come riporta il Sole24ore, il discorso di Jens Weidmann all'ambasciata tedesca a Roma è iniziato con un omaggio a Tommaso Padoa Schioppa, del quale ha citato una celebre battuta: secondo il presidente della Bundesbank la denoniminazione inglese dell’European Monetary Union, abbreviata in «EMU» è particolarmente azzeccata, perchè «come il suo omonimo australiano - l'emù - anche l'Unione monetaria non può correre all'indietro». E oggi Berlino chiede non solo di correre, ma di fare un vero e proprio balzo in avanti. Secondo Weidmann «ora dobbiamo decidere se il passo finale possa essere quello di osare un salto di qualità verso una maggiore integrazione» fiscale oppure no. Si tratta, in sostanza, di centrare l'obiettivo: «una vera unione fiscale (che) potrebbe effettivamente ristabilire la giusta armonia tra le azioni e la responsabilità.»

Una Germania più europea o un'Europa più germanica?
L'alternativa è chiara: se gli Stati membri sceglieranno di non trasferire questi poteri decisionali all'Unione Europea, se «continuano ad avere la sovranità sul bilancio», allora dovranno anche «sopportarne le responsabilità per le conseguenze». Questo il monito lanciato da Weidmann, che non ha neppure dimenticato di sottolineare che «da quando esiste l'Unione monetaria le regole del patto di stabilità e crescita sono state violate da alcuni Stati, fra i quali anche l'Italia, più spesso di quanto siano state» osservate. Il presidente della Bundesbank ha ammesso altresì le responsabilità di Berlino, ricordando che tra i paesi dalla parte del torto per aver violato le medesime norme comunitarie c'è anche la Germania che «nel biennio 2003/2004, ha contribuito a indebolire la forza vincolante delle regole.» Weidmann è ripartito dopo aver consegnato il suo messaggio. Probabilmente quella che ci propone Berlino è una scelta obbligata perché in gioco oggi c'è la sopravvivenza dell'Unione Europea. Ma dopo quelle del presidente della Bundesbank, nelle nostre orecchie riecheggiano anche le parole di Thomas Mann, che gridava di volere una Germania europea e non un'Europa germanica.