26 giugno 2019
Aggiornato 11:30
L'analisi su DB, a partire da

Il «colpo di stato» di Deutsche Bank contro l'Italia è conclamato. E fermare la megamacchina ora non si può più

Oggi Trani indaga contro BD, ma già 5 anni fa ci trovammo di fronte, per la prima volta, alla vera natura dell'Unione europea: una comunità di impari, dove grazie alle folli leve monetarie architettate c’è chi comanda e chi obbedisce

ROMA - La procura di Trani scopre che nel 2011 la Deutsche Bank fece una sorta di «colpo di stato» finanziario su mandato di Trichet e Draghi. Manipolazione del mercato è l’accusa, al fine di far cadere un governo legittimamente eletto. Che piaccia o no Berlusconi, da quel giorno in poi si sono succeduti solo governi graditi dai vari poteri forti dell’Unione europea. L’Italia tenta di chiudere le porte della stalla quando i buoi ormai sono lontani, precisamente ben chiusi nelle stalle di altri paesi, in particolare della Germania.

Anno 2016: «Loro e noi»
Ha fatto un po’ scalpore qualche giorno fa un editoriale scritto da Roberto Napoletano, direttore del «Sole 24 Ore», per alcuni versi introduttivo dell’azione giudiziaria della procura di Trani. Il problema è che la parola scritta rimane: verba volant, scripta manent. Ed è un peccato che la storia risulti tragica, il presente drammatico e il futuro tenebroso, come la celebre toccata in re minore di Bach. Sarebbe tutto così semplice se fosse come diceva Marx, se la storia nel ripetersi diventasse solo farsesca. Il giornale di Confidustria probabilmente è il più serio dello Stivale, ma forse perché siamo un Paese da operetta, il Paese dei Campanelli. Quindi, domenica primo maggio, festa dei lavoratori – ormai specie in via di estinzione che dovrebbe essere protetta come i panda – Roberto Napoletano firma un fondo dal titolo ben piazzato: «Loro e noi». In sintesi, ecco il concetto di fondo: la Germania vuole comandare su tutti, ha una doppia morale, vuole il mercato per gli altri mentre per sé riserva aiuti statali a pioggia, le sue banche sono stramarce, la figuraccia fatta con la vicenda Wolkswagen è abnorme e vergognosa, il cronico surplus commerciale viola sistematicamente i trattati firmati. E nella chiosa, l’affondo «loro non si fidano di noi, noi non ci fidiamo di loro».

Lo scopo dell'organo di Confindustria: fermare l'ascesa di Weidmann alla Bce
Chi potrebbe obiettare qualcosa a queste parole? La vicenda dei derivati di Deutsche Bank evidenzia come questa sia uno Stato nello Stato. Il secondo Stato chiamato in causa non è la Germania, attenzione, bensì l’Europa unita. L’obbiettivo del direttore Napoletano è fermare, per quanto può, cioè zero, l’ascesa del giovane governatore Jens Weidmann alla presidenza della Banca centrale. Weidmann è da fermare perché «colpirebbe al cuore la credibilità della Bce, finirebbe per sancire una spaccatura, perché portatore manifesto di interessi contrapposti a quelli di un’Europa solidale, che esca dal circolo vizioso di regole tanto astratte quanto pericolose». Sarebbe interessante capire dove si sia mai manifestato l’aggettivo «solidale» nell’intera storia dell’Unione europea. Si è manifestato forse con la Grecia? Con la Spagna? Oppure con noi, nel 2011?

Anno 2011: «Fate presto»
Cinque anni fa gli appelli che si leggevano sull’organo di Confindustria erano di ben altro tenore, e la «solidarietà» oggi invocata quale valore fondante dello spirito europeo era sostituita da un ben più granitico «Fate presto» sparato a nove colonne, carattere settanta, grassetto: era il 10 novembre 2011. Che quello di cinque anni fa sia stato un colpo di stato contro l’Italia è ormai praticamente un’evidenza storica, quasi incontrovertibile. Infiocchettato dentro la vuota – vedendo cosa fanno oggi coloro che lo criticavano e oggi gli sono succeduti – retorica antiberlusconiana, nobilitato dalla figura del vecchio nonno saggio, in realtà un monarca che ha consegnato il Paese, e noi, ai vari stranieri che nell’Italia vedono solo un territorio da razziare.

Napoletano faceva capire che la troika stava muovendo l’artiglieria verso le Alpi in direzione Roma
Napoletano, in uno spericolato passaggio di quell’imperioso editoriale giungeva a paragonare Giorgio Napolitano a Sandro Pertini e a Einaudi, uomini che l’invasore di cui «non ci fidiamo» l’avevano cacciato: «Pertini, Napolitano, passando da Luigi Einaudi a Carlo Azeglio Ciampi, solo per fare qualche esempio, il buon nome dell'Italia, dagli anni della ricostruzione e del miracolo economico fino a quelli dell'euro e anche dei giorni nostri, è stato sempre garantito da uomini che hanno saputo intrecciare intelligenza tecnica, visione e capacità politica». L’articolo sarebbe da riportare completamente per rendersi conto dell’abbaglio, e del successivo danno prodotto. Napoletano faceva capire che la troika stava muovendo l’artiglieria verso le Alpi in direzione Roma: «Il rischio che Europa e Fondo monetario ci aggrediscano con la richiesta di nuovi interventi depressivi è reale anche perché risulterà problematico onorare, in queste condizioni, l'impegno del pareggio di bilancio nel 2013» – ma questo non era un problema, e invocava misure ancor più severe di quelle che ci imposero. Concludeva così: «Dipende da noi, solo da noi. Ricordiamoci che siamo sul filo del rasoio. Può andare molto male, ma anche molto bene. Fate presto».

Un sistema per noi fuori controllo
Tutti i governi che si sono succeduti da quel giorno in avanti hanno eseguito alla lettera i dettami della Bce/Bundesbank, FMI e, più che governanti, coloro che nelle varie istituzioni si sono succeduti, a tutti i livelli, si possono considerare dei curatori fallimentari che hanno fatto l’inventario dei beni patrimoniali e li stanno svendendo a chi passa. Il problema, e la sua risoluzione, risiede non nell’ordine morale e culturale degli uomini e delle donne che detengono qualche leva di comando. Il problema è che la megamacchina che governa l’Europa si muove su logiche cibernetiche, con progressione frattale, e la componente umana o è ininfluente oppure rappresenta solo una serie di maschere di cartesiana memoria. E il tentativo di fermare oggi la megamacchina, seppur encomiabile, risulta fuori tempo massimo e un po’ umiliante.

La vera natura dell'Ue: una comunità di impari
Cinque anni fa ci trovammo di fronte, per la prima volta, alla vera natura dell'Unione europea: una comunità di impari, dove grazie alle folli leve monetarie architettate c’è chi comanda e chi obbedisce. Ben altre parole sarebbero necessarie oggi: non vaghi rimandi alla solidarietà, è ben chiaro che l’etica dove viviamo è hobbesiana. Parole che chiedano la fine della moneta unica e la fine dell’unione bancaria. E se non si è così coraggiosi, parole che invochino almeno regole uguali per tutti, soprattutto sul fronte fiscale e bancario. Verranno pronunciate tra cinque anni, forse, quando saremo definitivamente una colonia di qualcuno.