22 ottobre 2018
Aggiornato 03:00

Argentina come la Grecia: dopo la speculazione, la troika del Fondo Monetario. Breve storia di un paese senza futuro

Pronto un credito pari a 30 miliardi di dollari. In cambio si chiede l'abdicazione totale, sul modello greco
Il presidente argentino Mauricio Macri
Il presidente argentino Mauricio Macri (EPA/David Fernandez)

BUENOS AIRES - E’ il destino di tutti i paesi che ambiscono all’indipendenza politica ed economica: fallire ed essere colonizzati grazie ai crediti erogati dal Fondo Monetario Internazionale. Ciò che accade oggi in Argentina è la diretta conseguenza di una politica coraggiosamente diversa dalla teocrazia neoliberista imperante, portata avanti dalla diarchia Kirchner, i coniugi che presero in mano il paese dopo la rovina finanziaria dei primi anni Duemila. Una politica fondata sulla spesa pubblica finanziata dalle nazionalizzazioni delle maggiori industrie nazionali regalate sul mercato durante i fanatici anni del liberismo selvaggio targato "Chicago Boys" argentini. Una politica fondata sull'allargamento della base monetaria quella dei Kirchner, anche a rischio di scatenare l'inflazione. Cosa, ovviamente, accaduta. In totale contrapposizione alla dollarizzazione del decennio targato Menem-Cavallo-De La Rua. Che oggi, come prevedibile, si ripete.

Privatizzare, ovvero regalare ai finanzieri senza una ragione
Un esempio è sufficiente per spiegare cosa portò al potere la coppia neoperonista Kirchner, prima lui e poi lei. E’ la storia di Aerolineas Argentinas, ottima per inquadrare la parabola discendente di un paese che aveva tutto per riuscire, ma che avendo copiato il modello di sviluppo statunitense, per pura sottomissione culturale e politica, si ritrova all’inizio del millennio povero e allo sbando, con la classe media liquefatta e costretta a fuggire. Nel 1990, quando Aerolineas fu privatizzata, la compagnia aveva conti in attivo, prestigio, vaste proprietà e il monopolio di rotte lucrose. Dunque il governo Menem non aveva alcuna necessità di vendere a condizioni di assoluto favore per gli acquirenti, i più importanti dei quali furono gli spagnoli di Iberia. E’ questa una storia che in Italia conosciamo molto bene: noi abbiamo fatto la stessa cosa con Telecom.

Il tempo del neoliberismo imperante
La privatizzazione di Aerolineas seguiva logiche economiche, quanto ideologiche. Era il tempo imperante del neoliberismo economico, la fine della storia, delle ideologie novecentesche, e soprattutto la fine degli stati nazione. La presenza dello Stato nella dimensione sociale appariva come demoniaca, in Argentina come nel resto del mondo. Tutto fu privatizzato in nome della lotta all’inflazione. Così fu permesso ai compratori prima di caricare i costi dell'acquisizione sui beni della compagnia - modello Telecom, la scalata "capitani coraggiosi" come da definizione di Massimo D'Alema, il De la Rua italico del tempo - e poi di vendere aereonavi ed edifici, perfino di abbandonare rotte a beneficio di Iberia. Nel 2001 quella che doveva diventare "la mega-aerolinea ispano-americana" era in fallimento e rappresentava il il paradigma delle privatizzazioni argentine. Dovevano infondere competitività, efficienza, innovazione, sviluppo. Furono un disastro.

Parabola Kirchner
I Kirchner, accusati sempre di populismo, hanno capovolto questa situazione, di fatto salvando il paese. E sono riusciti anche a cacciare gli usurai del Fmi dal paese. Sono stati accusati di tutto: peronisti, fascisti, comunisti, nazionalisti, corrotti. Ovviamente, per chi conosce la storia recente dell’Argentina, sa che una piccola, chissà quanto, parte di queste classificazioni è vera. L’Argentina, fino al 2015, anno della caduta di Cristina Kirchner, è un caso mondiale per la sua politica economica. Le nazionalizzazioni frenano il collasso economico, ma fanno crescere il debito pubblico: milioni di uomini e donne vengono strappati dalla povertà. Si innesca contemporaneamente una prodigiosa fuga di capitali, che porta il paese a vivere in una dimensione autarchica, o quasi. Il ciclone arriva nel 2014, quando la svalutazione si abbatte sulla moneta argentina: i grandi centri finanziari globali non possono più tollerare l’anomalia sudamericana e quindi scatta la speculazione. La stessa che colpì l’Italia nel 1992. Dopo aver fatto scendere a 29 miliardi di dollari, dai 52 miliardi nel 2011, e la Banca centrale non sembra riuscire a bloccare la fuga di liquidità, lascia fluttuare liberamente la sua moneta, che diventa poco più che carta straccia. Le esportazioni non compensano il colpo. Il peso si svaluta del 40% e scatta la spirale inflattiva: la crisi, ovviamente, non ha motivazioni endogene. E’ una lezione che arriva dalle piazze finanziarie. Crolla l’impero dei Kirchner: la moglie Cristina era sopravvissuta al marito, nel 2015.

Ritorno alle antiche ricette
Subentra Mauricio Macri, ingegnere di origini rcalabresi, reggine per l'esattezza, già sindaco di Buenos Aires, il più duro contestatore della politica nazionalista dei Kirchner. Ha un passato ambiguo, dato che gli sono state trovate, attraverso i Panama Papers, società offshore a lui riconducibili. Macri inizia la politica cosiddetta «menemmacrismo», ovvero una cura da cavallo di liberalizzazioni, licenziamenti nel settore pubblico, deregolamentazione del mercato del lavoro e privatizzazioni. L’Argentina, dopo essere uscita a testa alta dallo scontro con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, si trova al punto di partenza. Anche perché i due organismi sovranazionali non si accontentano di aver messo un loro uomo al governo e continuano, insieme al sistema bancario statunitense, a speculare sul peso, e quindi a fomentare l’inflazione. Macri fa bene in suo lavoro di ritorno al passato, ma non abbastanza celermente. La stampa spagnola e quella statunitense lo accusano ogni giorno di non essere abbastanza rapido nello smantellamento del modello Kirchner. Partono così le cannonate definitive sul peso. Si giunge alla capitolazione definitiva: l’Argentina, per voce del suo presidente, si consegna nuovamente al Fmi e chiede un prestito da trenta miliardi di dollari. In cambio verranno concessi tutti i beni pubblici del popolo greco: aziende, riserve minerarie, immensi appezzamenti agricoli, infrastrutture, servizi assistenziali. Il futuro è quello della Grecia.