22 marzo 2019
Aggiornato 19:00
Argentina

L'Argentina piange (ancora): peso a picco e tassi su del 60%. La ricetta neoliberista di Macri non funziona

Crolla il valore del peso argentino e la Banca centrale del paese sudamericano aumenta i tassi d’interesse al 60%, con un rialzo di 15 punti percentuali

Argentina di nuovo in crisi
Argentina di nuovo in crisi

BUENOS AIRES - Crolla il valore del peso argentino e la Banca centrale nazionale aumenta i tassi d’interesse al 60%, con un rialzo di 15 punti percentuali. All’avvio delle contrattazioni sui mercati valutari la moneta argentina ha segnato una perdita di circa il 15%, dopo il pesante -7% di mercoledì, giorno in cui il presidente Mauricio Macri in un videomessaggio ha chiesto al Fondo monetario internazionale di accelerare nello stanziamento dei fondi per il piano di bailout da 50 miliardi di dollari. Proposta a cui il Fmi ha aperto, offrendo la possibilità di una rimodulazione del piano di aiuti. La direttrice dell’FMI, Christine Lagarde, ha detto che il Fondo sta valutando la richiesta del governo argentino per rafforzare l’accordo e metterlo in pratica in tempi più rapidi di quanto era stato inizialmente pattuito.

Quale futuro per l'economia argentina
Nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, Macri non è ancora riuscito a rilanciare l’economia argentina, con riforme tese anche a ridurre la spesa pubblica. I prezzi dei beni di consumo continuano ad aumentare e gli stipendi non sono più sufficienti per coprire l’alto costo della vita. L’ultimo colpo è arrivato dall’agenzia di rating Moody’s, che nei giorni scorsi ha rivisto al ribasso le stime di crescita del Paese, la cui economia è prevista contrarsi quest’anno dell’1% rispetto a un +3% stimato in precedenza. 

Anticipare il prestito da 50mld
Ora il governo argentino ha chiesto al FMI di anticipare l’erogazione del prestito da 50 miliardi di dollari che era stato concordato lo scorso maggio, in seguito al peggioramento delle condizioni economiche del Paese, quando il tasso di interesse era stato alzato al 40%, sancendo il «divorzio» tra i mercati e il presidente Macri che aveva promesso, dopo gli anni di protezionismo di Cristina Kirchner, di fare dell'Argentina un Paese affidabile e aperto agli investimenti stranieri. Macri è certo che il prestito aiuterà a ripristinare la fiducia nei confronti dell’economia del suo Paese, ma molti analisti sono scettici su questa possibilità. Poco prima dell'intervento della Banca centrale, il governo, con il capo di gabinetto Marcos Pena, aveva cercato di rassicurare i mercati. «Non ci troviamo di fronte a nessun fallimento economico. Questa è una trasformazione, non un fallimento. Durante la trasformazione possono esserci momenti più difficili e momenti in cui tutto sembra andare bene» aveva detto Pena. Le sue parole non hanno però sortito l'effetto sperato.

La ricetta neoliberista di Macri
La ricetta di Macri, ispirata ai dettami del liberismo, aveva inizialmente convinto gli investitori, tanto che il governo era riuscito a piazzare sui mercati un prestito centennale di 2,75 miliardi a tassi convenienti. Poi però qualcosa non ha funzionato. L'inflazione si è mantenuta attorno a quota 10%, l'economia non è ripartita, il lavoro manca ovunque.  Il rischio per l'Argentina ora è evidentemente di infilarsi in una spirale recessiva da cui poi sarà molto complicato uscire, e risollevarsi. Un po' come in Turchia, dove il crollo della lira di oltre il 5%, unito alle ricette economiche del presidente Recep Tayyip Erdogan, fanno temere un effetto domino sulle altre economie cosiddette emergenti: il real brasiliano è calato ai minimi storici, il rand sudafricano ha perso oltre il 2%.