24 aprile 2019
Aggiornato 01:30
Assist dell'Istat al governo Renzi

Sale lo spread o cresce il Pil: dalla genuflessione di Padoan alla fanfara mediatica, ottime notizie per Renzi

La conferma che il taglio, sulle originarie previsioni governative, della crescita sarà di 0,4% di Pil anziché 0,5% è stato salutata dalla fanfara mediatica e governativa. Ma ecco cosa ci aspetta davvero e perché lo spread continua a salire

MILANO - Il 20 settembre l’Ocse annunciava che in Italia il Pil sarebbe cresciuto soltanto dello 0,8% nel 2016 e 2017, ritoccando rispettivamente di 0,2 e di 0,6 punti in giù le stime rispetto al rapporto diffuso lo scorso giugno. I commenti di tutti i media, nonché degli analisti e del governo, tradivano profonda delusione per questo taglio.

Dalla genuflessione di Padoan alla fanfara mediatica
Solo pochi giorni prima il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva dovuto scendere a patti con la dura realtà, ammettendo che le previsioni formulate ad aprile sull’andamento dell’economia, ovvero +1,2% per il 2016, +1,4% per il 2017, dovevano per forza di cose essere modificate. A settembre, come noto, il governo sperava di poter chiudere il 2016 ancora a quota + 1%. Speranza stroncata dall’Ocse che al termine del rapporto raccomandava la nota medicina: più austerità, più riforme, più flessibilità, più svalutazione del costo del lavoro, più tasse sulla proprietà. Oggi sono giunte le cifre definitive sulla «crescita» italiana nel 2016 e il Pil si ferma alla prevista quota + 0,8%. Solo poche settimane fa alcuni analisti avevano prospettato un ulteriore decurtazione, che avrebbe portato il Pil ad un misero + 0,7%.  La conferma che il taglio, sulle originarie previsioni governative, della crescita sarà di 0,4% di Pil anziché 0,5% è stato salutata dalla fanfara mediatica e governativa.

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Domanda senza risposte
La propaganda e la retorica sono tratti comuni di ogni potere: ma viene da domandarsi quali limiti, quali colonne d’Ercole stia oltrepassando questo governo. Il tutto nel giorno in cui sempre l’Istat certifica che la deflazione nel nostro paese è nuovamente galoppante: ad ottobre l'Italia registra con un calo dei prezzi dello 0,2% su base annua. L'Istat ha rivisto le stime preliminari di una riduzione tendenziale dello 0,1%. Anche su base mensile, c'è stata una riduzione dell'indice nazionale dei prezzi al consumo dello 0,1%. L'istituto di statistica osserva che i dati mostrano "nuovamente tendenze deflazionistiche dopo la ripresa (+0,1%) di settembre». Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha commentato questa situazione con queste parole: «Con le riforme il Pil sale, senza sale lo spread». La conferma dei dati al ribasso, nonché la ripresa della spirale deflazionista, è quindi per Matteo Renzi il paese dei balocchi che tutti aspettano: la ripresa, la fine dell’incubo infinito della recessione.

Poi arriva lo spread
Nello stesse ore lo spread, evocato, annuncia la sua presenza ormai divina. Senza una reale ragione macroeconomica il divario tra i titoli di stato italiani e il bund tedesco, come tutti sanno, è tornato a salire, ed ha raggiunto quota 180. La consecutio temporum è evidente: in Italia ogni giorno vengono prodotti sondaggi che certificano la netta sconfitta del fronte del Sì, il mercato si adegua e richiede la tessera elettorale che farà valere nei prossimi giorni. L’aspetto paradossale è l’evidente compiacenza del governo per questo schema. La volontà, anzi la coscienza, che le istituzioni sono un unicum con i desiderata del settore finanziario. E se questo rimane deluso o insoddisfatto, la successiva punizione è vissuta con entusiasmo.

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Fine dell’austerità
Come nel Pinocchio di Collodi c’è però un paese dei balocchi che ci aspetta. Il gatto e la volpe che sono pronti ad accompagnarci ci vogliono rassicurare: sarà tutto  bello e felice, senza problemi. La Commissione Europea starebbe per varare una «moratoria» sull’austerità. Un po’ come se dall’oggi al domani negli Usa il presidente eletto Donald Trump vietasse la vendita delle armi. Questo in virtù della «sospensione di giudizio» sulla legge di bilancio italiana «fino al 2017». Ovvero un mese dopo il referendum del 4 dicembre. Piccola dilazione concessa pro campagna elettorale. La Commissione sarebbe pronta ad approvare un documento così titolato: «Towards a positive fiscal stance for the euro area», nel quale si dice ciò che viene ripetuto da anni perfino da Mario Draghi: per uscire dalla crisi serve una politica di bilancio più espansiva. Parole vuote, da sempre, ripetute e mai messe in pratica. Ovviamente, la conditio sine qua non è un maggior numero di riforme: ovvero più svalutazione del costo del lavoro, più privatizzazioni e più tasse sulla proprietà. Le politiche fiscali, si legge nel documento, dovrebbero essere espansive per chi ha già i bilanci in ordine, si legga alla voce Germania, e moderate con cautela per chi ha debiti, cioè per l’Italia. Ma per noi questo è già un trionfo.