13 ottobre 2019
Aggiornato 21:30
A meno di 50 giorni dal referendum

Referendum, il «sì» per annientare lo Stato sociale in Italia e far vincere l'ideologia iperliberista europea

A meno di 50 giorni dal referendum, il fronte del sì sta per sfoderare l'arma segreta. Una campagna più aggressiva, ispirata a quella sulla Brexit. Che ventilerà tempeste finanziarie e il divorzio dall'UE

ROMA - Mancano poco meno di cinquanta giorni al referendum costituzionale che deciderà della riforma voluta dal duo Renzi-Boschi. Al momento, dai sondaggi si evince che il fronte contrario alle profonde modifiche volute dal Governo sarebbe in netto vantaggio: una forbice compresa tra i quattro e gli otto punti divide i due schieramenti. Differenza probabilmente incolmabile.

Una riforma che ricalca l'impostazione del prossimo concetto di Stato
La riforma costituzionale italiana ricalca l’impostazione liquida del concetto di Stato prossimo venturo. Oggi l’Italia è una nazione in cui esiste ancora lo Stato sociale, quindi non è in linea con l’assetto ideologico iperliberista che spadroneggia in Europa da oltre venti anni. Servono passaggi legislativi più semplici, più direttamente riconducibili alla volontà di un uomo solo al comando per poter privatizzare sanità, pensioni e sistema educativo. E’ il processo di svuotamento dello Stato dalle sue prerogative che sta investendo la Grecia e non solo. La riforma costituzionale, che come noto vede come padrino un campione della sinistra, Tony Blair, ex primo ministro britannico che oggi lavora per Jp Morgan, agevolerebbe passaggi che l’attuale Costituzione impedisce o rende molto difficili. 

Propaganda
Per raggiungere questo scopo, cioè riuscire a convincere gli italiani che dovranno pagarsi tutto ciò che oggi è coperto dallo Stato, la propaganda è in netta difficoltà sul merito della questione. E nelle prossime settimane abbandonerà la sorridente rassicurazione dei messaggi attuali. Non saranno più sottolineati  «i risparmi», «i costi della politica che scendono», oppure il numero dei politici che «viene tagliato». Oppure la «velocità» nel processo decisionale, «il taglio della burocrazia», e non da ultimo il più inquietante «iniziare a cambiare per fare qualcosa». Nelle prossime settimane il messaggio diventerà più aggressivo e minaccioso.

Il no al referendum significa essere fuori dall’Europa
Da Roma, dal Parlamento, dalle stanze della maggioranza, giungono dei sussurri che raccontano lo scontento del premier  per una campagna mediatica «moscia» e costellata di incidenti di percorso che vanificano ogni piccola conquista. Secondo gli spin doctor sarebbe quindi necessario un salto di qualità nella percezione degli italiani. Il più potente potrebbe essere quello di paventare un binario simbolico tra la Brexit e la Italexit. Il voto contrario, attraverso una ben orchestrata campagna mediatica costituita prettamente da interviste a politici, industriali e banchieri – in buona parte esteri  –, verrebbe trasformato nella volontà italiana di uscire dalla Unione europea e soprattutto dall’euro. Come noto, l’opinione pubblica rimane in larga parte favorevole sia alla Comunità che alla moneta unica. Essere fuori dall’Europa sarà la punizione divina che colpirà i figlioli che si allontanano dal pastore: recessione economica, fuga di capitali, disoccupazione di massa. La propaganda creerà un parallelismo cognitivo tra ogni sorta di sciagura economica ed il voto contrario. Il tutto corroborato da eminenti commenti di sedicenti «esperti», preoccupati per le sorti del Paese.

Tempesta finanziaria in arrivo
I motivi che inducono a temere una tempesta finanziaria nelle settimane antecedenti il referendum sono evidenti. Il salvataggio di Monte Paschi Siena è dipendente dall’esito referendario. Non ci sono segreti su questo fronte, è tutto alla luce del sole. Se vincerà il «Sì» verranno trovati i fondi per ricapitalizzare, e qualche anima buona si prenderà i crediti deteriorati. In primis il Fondo Atlante, che poi sarebbero i contribuenti e qualche banca in misura minima. L’Europa farà finta di non vedere in virtù del «Sì» al referendum. Altrimenti non si farà nulla, e la banca più antica del mondo crollerà: portando con sé l’intero settore bancario italiano, in primis la traballante Unicredit.  

La manovra fittizia andrà rifatta
Questo processo verrà spiegato chiaramente due settimane prima del voto. Come noto l’advisor del salvataggio di Mps è Jp Morgan, cioè la banca che ha «dettato» la riforma costituzionale al Governo. Secondo fronte: la manovra economica, chiaramente elettorale, dovrà essere rifatta perché evidentemente fittizia. O verranno tagliati i servizi, oppure vi sarà un impatto sulla tassazione, probabilmente sull’Iva. Questo non potrà che far cadere ulteriormente i consumi interni, che acuiranno la pressione sul mercato finanziario. I titoli di stato rimarranno stabili, perché coperti dal Qe di Draghi, ma vi sarà una spina deflattiva ulteriore.  Nel caso in cui vi fosse un vittoria del «Sì» il salasso sarebbe posticipato al 2017. Piccolo premio per i bravi scolari diligenti. Anche in questo caso il messaggio sarà molto chiaro e appena antecedente i giorni del voto.