16 luglio 2019
Aggiornato 12:00
15 anni di guerre per il petrolio. E ora?

Petrolio, chi vince e chi perde con il cartello tra Russia, Arabia Saudita e Iran

Sempre più vicino un accordo sul prezzo del petrolio, circa 60 dollari al barile, che ridarebbe fiato a tutti i paesi produttori. Assicurando maggiore egemonia alla Russia e salvando il Venezuela dalla guerra civile. Ma a quale costo?

TEHERAN - Siete pronti per il prossimo aumento della benzina? Un aumento che, secondo gli ottimisti, potrebbe addirittura rilanciare l’economia globale. Se sono vere le congetture di questi giorni, e se nella prossima riunione Opec si troverà un accordo, il prezzo del carburante potrebbe passare da 1,45 attuali a 1,6 euro al litro. Contenti? Guardare l’oscillazione del prezzo del petrolio è osservare le dinamiche geopolitiche globali.

15 anni dall'11 settembre, 15 anni di guerre per il petrolio
Sono passati quindici anni dal fatidico «11 settembre»: quindici anni di guerre per il petrolio mascherate sotto l’egida della morale «guerra al terrorismo/esportazione della libertà e democrazia». Nessuno allora pensava che le dinamiche si sarebbero contorte fino al punto attuale. La minaccia era data dalla «scarsità» di oro nero: andava di moda la curva d Hubbert, ovvero il picco di produzione oltre il quale il petrolio diventa un bene diseconomico da estrarre. Poi sono arrivate sul mercato le immense risorse petrolifere dell’Iraq conquistato e pacificato, e lo shale oil. L’Iraq, da solo, oggi produce 4,6 milioni di barili. Il tutto mentre due mega produttori come Iran – prima e dopo l’embargo – Russia e Venezuela pompavano al massimo la produzione. I prezzi erano alti, le società petrolifere di quei paesi nazionalizzate, e quindi fiumi di dollari entravano nelle casse dei vari governi.

Il prezzo del petrolio usato per eliminare Putin
Ma la situazione economia globale nel tempo è nettamente peggiorata, entrando in fase deflattiva, cosa che ha aggravato le stagnazione in essere da molti anni. La storia recente è nota: migliaia di petroliere vagano per il mare perché il petrolio prodotto è troppo e il prezzo, crollato in virtù della mega produzione, è diventato un’arma per far eliminare politicamente Putin e, in misura minore, il chavismo di Maduro. Grande alleato degli Stati Uniti in questa operazione geopolitica è stata l’Arabia Saudita, che ha sempre sostenuto il massimo della produzione possibile. Ma implicitamente lo è anche l’Iran, che spinge al massimo la sua capacità produttiva.

Un gioco a somma zero, dove solo l'Arabia Saudita sopravvive grazie al debito
Ognuno nel mondo gioca la sua partita contro tutti. Infatti è un «gioco» a somma negativa, dove tutti i partecipanti stanno perdendo: in termini economici nessuno dei paesi produttori guadagna da prezzi intorno ai 45 dollari al barile. L’Arabia Saudita sopravvive solo grazie a un debito pubblico fuori scala, comprato in gran parte dagli Usa. E la leva economica che gli Stati Uniti utilizzano per far cadere i loro nemici costa cara anche all’economia a stelle e strisce.

L'accordo a 60 dollari al barile
Così si giunge ai giorni odierni: sarebbe stato raggiunto un pre-accordo sul prezzo del petrolio per i prossimi mesi, circa sessanta dollari al barile. Si tratterebbe di un compromesso importante, che ridarebbe fiato a tutti i paesi produttori. E per la prima volta sarebbe stato fissato non solo il taglio dei barili, ma soprattutto i prezzi di riferimento. L’accordo, informale e traballante, coinvolge la Russia, l’Iran e l’Arabia Saudita, e di fatto salverebbe il Venezuela dalla guerra civile. L’anarchia totale, anzi, il tutti contro tutti degli anni recenti potrebbe essere superato?

Iran: "60 dollari renderebbe la produzione redditizia"
Il ministro iraniano del Petrolio, Bijan Zanganeh, ha dichiarato: «L’Iran vuole un mercato stabile del petrolio, e quindi ogni misura che aiuti la stabilizzazione del mercato sarà sostenuta dall’Iran. Riteniamo giusto un prezzo del petrolio di 50-60 dollari al barile. Un prezzo a quel livello sarebbe adatto perché rende la produzione di petrolio dei paesi membri dell’Opec redditizia, economica e utile, evitando nello stesso tempo che i Paesi concorrenti aumentino le loro produzioni». Sessanta dollari al barile rende il petrolio derivante dallo shale oil fuori mercato. L’inazione statunitense su questa prospettiva – gli Usa con il Canada sono il primo produttore mondiale di shale – rafforza le recenti analisi secondo cui tale produzione sarebbe prossima al suo picco, e quindi diseconomica nel breve periodo.

Buono anche per Putin e per l'Italia
Molto dipenderà dalla decisione dell’Iran che, fino ad ora, ha sempre rifiutato di tagliare la sua produzione in virtù dei molti anni di embargo che hanno minato un settore di vitale importanza. Anche in questo caso potrebbe essere dirimente la pressione politica del primo alleato strategico dell’Iran: la Russia di Putin, che ovviamente trarrebbe vantaggio da un prezzo del petrolio posizionato in una forbice compresa tra i 50 e i 60 dollari al barile. Vantaggio vi sarebbe anche per il settore petrolifero italiano, grazie ad Eni. Qualora l’ipotesi di accordo a sessanta dollari al barile dovesse naufragare, rimane sempre l’ipotesi di un nuovo Opec, cioè un cartello costituito da Russia e Arabia Saudita.

E gli Usa di fronte alla possibile egemonia russa?
Al termine di un recente incontro svolto tra i rispettivi ministri dell’energia è stato diffuso un sibillino comunicato, in cui si può leggere: «Desiderio comune di espandere ulteriormente le relazioni bilaterali in campo energetico», che deriva dal fatto che insieme hanno la responsabilità di produrre oltre il 21% della domanda globale di petrolio. Si verificheranno con continuità i fondamentali di mercato, per raccomandare misure e azioni comuni mirate ad assicurare la stabilità dei mercati petroliferi». I due maxi produttori globali fanno quindi sommessamente notare che un quinto del petrolio che circola nel mondo è loro, e che vogliono incidere sul prezzo. Altri incontri bilaterali sono previsti. Come gli Stati Uniti potrebbero reagire ad un simile accordo, che mina lo strangolamento economico della Russia in atto, è un enigma.