Intervista all'economista Emiliano Brancaccio

«L'Eurozona sta per disintegrarsi. Grazie all'austerity della Merkel (che Padoan sostiene)»

Abbiamo parlato di euro ed Europa con l'economista Emiliano Brancaccio. Che vede avvicinarsi una disintegrazione dell'attuale assetto dell'Eurozona, incardinato sulle politiche di austerità alla tedesca

La cancelliera tedesca Angela Merkel con il ministro Padoan e l'ex premier Renzi
La cancelliera tedesca Angela Merkel con il ministro Padoan e l'ex premier Renzi (ANSA / US PRESIDENZA CONSIGLIO - FILIPPO ATTILI)

ROMA - Europa a due velocità, e poi il dietrofront. E' anche dall'inedita apertura della cancelliera Angela Merkel, ritrattata in fretta e furia dopo l'incontro con il numero uno della Bce Mario Draghi, che si avverte la gravità della crisi che l'Unione europea sta attraversando. Una crisi che, qualche mese fa, lo stesso Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, ha definito «esistenziale», salvo poi mancare l'obiettivo di individuare soluzioni all'altezza di tali criticità. Quella crisi la avverte sulla propria pelle, ogni giorno, il popolo greco, mentre sul Paese torna a svolazzare lo spettro del default e dell'uscita dall'euro. E l'avanzata irresistibile dei movimenti euroscettici, spesso etichettati come «populisti», dimostra che la questione non è più procrastinabile. Dove stanno andando, insomma, l'unione monetaria e l'Unione europea? Lo abbiamo chiesto all'economista Emiliano Brancaccio, docente presso l'Università del Sannio e ideatore dello «standard retributivo europeo».

Brancaccio, qualche giorno fa Angela Merkel ha parlato di «Europa a due velocità», cosa che è stata interpretata come un'apertura a un'Eurozona a geometria variabile. Poi ha chiarito: chi ha l'euro deve marciare coeso. Cosa ne pensa? E' stata l'ennesima conferma che l'Europa è e rimarrà germanocentrica?
Penso che quella della Merkel fosse una minaccia ben meditata. La Cancelliera si trova in prossimità di una campagna che per il suo partito si preannuncia non semplice. In Germania esistono interessi ben consolidati, rappresentati in misura significativa dal ministro delle Finanze Wolfgang Schauble, che ritengono si debba ripristinare quell’idea di cooperazione rafforzata tra Paesi simili all’interno dell’Unione, una cooperazione rafforzata che dovrebbe riguardare anche la moneta. Di fatto, l’idea sarà quella di vendere agli elettori questa tesi, secondo cui esistono Paesi «di serie A» che meritano di restare nell’attuale assetto dell’Eurozona, e Paesi più deboli, spendaccioni, un po’ «cattivi» – e quindi di serie B – che dovrebbero essere cacciati via.

Come la Grecia e l'Italia...
La Grecia è la prima della lista, ma non è la sola: nella loro visione poi un po’ tutti i Paesi del Sud Europa devono essere considerati «di serie B». Ma Angela Merkel e Wolfgang Schauble non tengono conto del fatto che quei famigerati Paesi «di serie A», così virtuosi e capaci di mostrare i muscoli delle loro economie, sono anche quei Paesi le cui banche hanno a lungo erogato crediti a favore dei cosiddetti Paesi «di serie B», che si sono rivelati poi inesigibili. Quegli stessi Paesi, Germania in testa, hanno preteso che l’Unione e la Banca Centrale Europea provvedessero a rifinanziare e a coprire i crediti inesigibili delle loro banche, nel momento in cui ci si è resi conto che la situazione non reggeva. Quindi questa idea di un’Europa a due velocità retoricamente proposta nel dibattito politico tedesco è ideologicamente falsata.

Navarro, consigliere di Trump per il Commercio, ha fortemente attaccato la Germania, accusandola di sfruttare Europa e Stati Uniti attraverso un euro che ha definito un «marco travestito». Mai era avvenuto prima che dagli Stati Uniti arrivasse una critica così aspra all'Ue a guida tedesca. Cosa sta accadendo?
Negli Stati Uniti c’è questa idea secondo cui l’euro tende ad essere sottovalutato. Negli Usa, in effetti, si è imposta una visione secondo cui bisogna tentare di far rientrare il disavanzo commerciale, piuttosto significativo. In realtà questa posizione americana ci dice semplicemente una cosa: è finita l’epoca nella quale gli Stati Uniti si facevano baluardi del progetto di unificazione europea. Durante l’amministrazione Trump, probabilmente noi non ci troveremo di fronte ad un difensore dell’Unione, né tantomeno dell'euro. Che poi il problema sia quello di un euro sottovalutato, questo è tutto da vedere: se, come sembra, l’amministrazione americana punterà a convincere la Federal Reserve a praticare una politica di alti tassi di interesse, allora automaticamente l’euro tenderà a deprezzarsi rispetto al dollaro. Potremmo dire che il problema è che il dollaro è troppo apprezzato rispetto al disavanzo commerciale americano e non tanto l’euro che è deprezzato. Quindi, al di là della tesi avanzata da Navarro, che è discutibile, il dato politico è che gli Stati Uniti non faranno più la «balia asciutta» del progetto di unificazione europea.

La Grecia sta trascorrendo di nuovo settimane difficili, alla ricerca dell'ennesimo accordo con i creditori. Ma anche l'Italia non se la passa troppo bene. A questo proposito, Padoan è tornato a parlare di taglio del debito. A cosa andiamo incontro?
Alla reiterazione di un’antica ricetta che si è rivelata completamente fallimentare. La Grecia, l’Italia, come del resto i Paesi del Sud Europa e quelli periferici dell’Unione che avevano delle difficoltà economiche oggettive, sono stati sottoposti ad una «cura», quella dell’austerità e della deflazione salariale, che si è rivelata peggiore del male. Queste politiche di schiacciamento della spesa pubblica, di aumento delle tasse e di abbattimento dei salari relativi hanno infine depresso le capacità di spesa di questi Paesi, riducendo la produzione, l’occupazione e i redditi. E il taglio dei redditi ha reso ancora più difficile il rimborso dei debiti.

Una «ricetta-boomerang», insomma...
Una ricetta che però oggi viene riproposta per la Grecia, il che non farà altro che riconfermare che il debito ellenico è insostenibile proprio a causa di queste politiche di austerity. Per quanto riguarda Padoan, io non posso dimenticare il fatto che, poco prima di essere nominato ministro dell’Economia in Italia, in qualità di rappresentante dell’OCSE, sosteneva in un’intervista sul Wall Street Journal che l’austerità fa bene e che il dolore fa bene. Questa era un po’ la sua ricetta e purtroppo mi pare che non abbia cambiato idea.

Ted Malloch, che Trump vorrebbe ambasciatore degli Usa in Ue, ha predetto la fine dell'euro nel 2018. Condivide questa previsione?
Più che le date, gli economisti sono in grado di prevedere delle tendenze. Da questo punto di vista, la tendenza è oggettivamente quella di una progressiva frantumazione del progetto europeo. C’è una tendenza disgregatrice, divergente: basti registrare i dati sulle insolvenze. Mentre in Germania le insolvenze delle imprese, dal 2008 ad oggi, si sono addirittura ridotte nonostante la crisi, in Italia abbiamo registrato un boom di insolvenze che non si era mai rilevato dal secondo Dopoguerra ad oggi. Questa forbice chiaramente prelude ad una disintegrazione quantomeno dell’attuale assetto dell’unione monetaria. Proseguendo lungo questa via – quella delle politiche di austerity e di deflazione salariale imposte ai Paesi debitori – non si fa altro che accentuare la forbice e creare, di conseguenza, un preludio per lo smantellamento dell’attuale configurazione dell’Eurozona.

E anche a livello più politico, molti segnali suggeriscono che la stessa Ue stia cominciando a vedere l'inizio della fine.
Le dinamiche politiche sono sempre difficili da prevedere. Non c’è dubbio che le forze politiche cosiddette euroscettiche stiano crescendo dal punto di vista dei consensi. Nella sola Italia, tanto per fare un esempio, esisterebbe una potenziale maggioranza – non politica, ma soltanto numerica – di forze, se non proprio euroscettiche, quantomeno un po’ dubbiose riguardo ai destini dell’Eurozona. In Italia e non soltanto c’è questa tendenza. Io credo però che, al di là del dato politico, ci sia proprio una precipitazione che sta nella realtà oggettiva: basti pensare al fatto che, se dovesse sopraggiungere una nuova crisi bancaria – e siamo sempre «lì lì» per avvertirla –, non vi sarebbero le risorse per poterla gestire. Quantomeno, dato l’attuale assetto dell’Unione, perché la cosiddetta «unione bancaria» è una costruzione tutta in fieri, non in grado di gestire un’eventuale nuova situazione di crisi per le banche. Questo, secondo me, è uno dei dati che evidenziano come la configurazione dell’Eurozona non sia proprio in grado di reggere i colpi delle crisi future.