15 dicembre 2019
Aggiornato 22:30
Il «conto di Renzi»

Il «conto» (salato) di Renzi per l'economia italiana

Il Fmi ha tagliato le stime sulla crescita del Pil del Belpaese per il 2017 e per il 2018. L'agenzia di rating canadese Dbrs ha declassato il debito pubblico italiano da A a BBB. E l'Unione europea ora presenta al governo Gentiloni il «conto di Renzi»

L'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
L'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Shutterstock

ROMA – Brutte notizie per l'economia italiana. Il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime sulla crescita del Pil dello Stivale sia per il 2017 che per il 2018. L'agenzia di rating canadese Dbrs, l'unica che non lo aveva ancora fatto, ha retrocesso il verdetto sul debito pubblico italiano da A a BBB. E l'UE, dopo aver atteso pazientemente il risultato del referendum costituzionale nella speranza di favorire il precedente esecutivo, ha ripreso a fare la voce grossa con l'Italia chiedendo al governo Gentiloni di pagare il «conto di Renzi», come lo hanno ribattezzato alcuni dirigenti europei. L'istantanea del Belpaese, purtroppo, ci non racconta nulla di buono.

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Il Fmi ha tagliato solo le stime di crescita dell'Italia
L'economia italiana rallenta ancora. Mentre tutte le altre economie dell'Eurozona sembrano offrire agli analisti alcuni evidenti segnali di ripresa. Il Fondo monetario internazionale ha tagliato infatti solo le stime della crescita del Pil del Belpaese, confermando invece i dati relativi agli altri paesi comunitari per l'anno in corso e per l'anno venturo, e aumentando il divario con le cifre paventate nel Def del governo Renzi. L'Italia è il fanalino di coda dell'UE. La crescita resta ferma allo zero virgola (0,7% per il 2017 e 0,8% per il 2018 secondo il Fmi) e nonostante gli sponsor elettorali dell'ex premier nessuna ripresa è davvero evidente sui fondamentali macroeconomici del paese.

Il verdetto dell'agenzia di rating Dbrs
Non solo. Il debito pubblico italiano continua a gonfiarsi ed è sempre meno credibile. Tanto che anche l'ultima delle agenzie di rating che non lo aveva ancora fatto, la canadese Dbrs, ha deciso di retrocedere il giudizio sui titoli di Stato italiani da A a BBB. Vuol dire che il loro rischio aumenta perché il debito pubblico italiano è meno sostenibile. E lo è in ragione del fatto che l'economia non cresce e ristagnano anche gli altri fondamentali macroeconomici come l'occupazione e l'inflazione (vale la pena ricordare che nel 2016 l'Italia è tornata in deflazione e non accadeva dal 1956). L'agenzia di rating canadese non ha fatto altro che diagnosticare una malattia già in corso perché l'economia italiana rischia di entrare in una fase terminale, ma potrebbe mettere in moto anche un'ulteriore spirale negativa capace di affossare definitivamente la ripresa.

Le conseguenze del declassamento del debito pubblico
Il verdetto sul debito pubblico, infatti, è importante perché è in grado di influenzare le scelte degli operatori finanziari (orientandole altrove dove i titoli di Stato sono più sicuri) e quindi compromettere anche la stabilità dei governi politici. Ma non finisce qui. Dal punto di vista tecnico, infatti, la retrocessione del giudizio sul debito pubblico comporta anche che le banche italiane dovranno garantire alla Bce più titoli di prima (perché valgono meno) per avere in cambio la stessa liquidità necessaria alle loro attività quotidiane. In parole povere significa che i piccoli istituti di credito nazionale potrebbero essere costretti a chiudere i rubinetti all'economia reale (credito a famiglie e imprese) perché soffriranno la richiesta di maggiori collaterali da parte della Banca centrale europea determinata proprio dal declassamento del debito pubblico.

L'UE chiede all'Italia di pagare il «conto di Renzi»
Vale la pena sottolineare che la decisione della Dbrs non poteva essere evitata in quanto – come abbiamo già visto – i fondamentali dell'economia italiana raccontano di una debolezza strutturale e di una spirale negativa dalla quale non sarà facile uscire e che ha subito un ulteriore avvitamento proprio durante il precedente governo Renzi a causa dell'incremento considerevole del debito pubblico nazionale. Le agenzie di rating, che pure hanno sbagliato più di una volta in passato (non ultima quella in cui valutarono con una tripla A i titoli spazzatura che hanno portato all'esplosione della crisi economica globale del 2008), stavolta non hanno potuto fare a meno di fotografare una economia in pezzi. Un'economia molto lontana dalle promesse di Matteo Renzi, che ci ha lasciato in eredità un bel «conto» da pagare. Tanto che pure Bruxelles ha deciso di bussare alla porta del governo Gentiloni, sottolineando che nella manovra finanziaria c'è un «buco» da 3,4 miliardi di euro e pari allo 0,2% del Pil. Perciò, come se non bastasse, l'Italia rischia ora di venire commissariata dall'Unione europea.