18 giugno 2019
Aggiornato 09:30
Deflazione evento naturale? Non proprio

La chiamano deflazione confiscatoria, si legge fine dello stato (e dominio indiscusso del Mercato)

La deflazione che attanaglia buona parte dell’economia capitalista globale è vissuta come un evento naturale incontrollabile. Ecco invece cosa nasconde, e perché il gotha dell'economia mondiale la vuole.

ROMA - Come con un terremoto, una tempesta, uno tsunami: la deflazione che attanaglia buona parte dell’economia capitalista globale, almeno nella parte matura e sviluppata, è vissuta come un evento naturale incontrollabile. In Italia, a giugno, si è registrato il quarto calo consecutivo dell’indice dei prezzi al consumo. Subito si sono stracciate le vesti e sono piovute le pensose riflessioni di economisti e politici. «Ma come mai?», «Ma perché?», «Eppure ci sono stati gli ottanta euro!». La spiegazione immediata che viene proposta chiama in causa il crollo del prezzo del petrolio, dato dalla politica energetica dell’Arabia Saudita che sta tentando di affossare l’economia russa e iraniana per accontentare l’alleato statunitense. Come da manuale psicanalitico la colpa è riconducibile a qualche causa esterna. Il processo di rimozione nella fase attuale di tracollo civile ed economico è fondamentale.

L'ideologia neoliberista imperante
In realtà, non si tratta di eventi congiunturali atti a creare dinamiche deflattive. La deflazione è una condizione strutturale insita nell’ideologia neoliberale. Non può esistere neoliberismo, anche spurio come quello europeo, senza deflazione. La scuola neoliberale la pone al centro della propria ideologia, e sostiene che un processo deflattivo non incide sul benessere della società quando questa riesce a prevedere questi processi, e a contenerli all’interno di previsioni atte a mitigare i costi di produzione. In questo caso la domanda aggregata non subirebbe variazioni e ci si troverebbe solo di fronte ad una contrazione della massa monetaria. Anzi, il capitale circolante verrebbe investito solo in imprese realmente necessarie e profittevoli. Si perderebbe così il bisogno, tipico delle economia statali, di investire «eccessi» di moneta in spesa pubblica più o meno produttiva. Massimo esempio di capitale pubblico «sprecato», per la scuola neoliberale, è il welfare state, sostenuto solo grazie a una crescente quota di debito pubblico e non dalla prospettiva di un ritorno economico.

La disoccupazione una libera scelta del lavoratore?
Un calo dei salari, in regime di deflazione, non crea disoccupazione in sé, dicono. La disoccupazione è quindi solo una libera scelta del lavoratore, che non accetta di impegnarsi alle condizioni date dal mercato. Prezzi più competitivi, cioè la deflazione, in linea teorica non incidono sulla produzione perché parallelo alla caduta dei salari vi è la caduta dei prezzi e quindi il sistema rimane in equilibrio. Qualora vi siano disequilibri tra salari e prezzi, questi verranno colmati dalle organizzazioni caritatevoli e dalle famiglie.

L'obiettivo è il contenimento dei prezzi, non la piena occupazione
Se la deflazione è tutto questo, in estrema sintesi, viene da domandarsi perché nelle cronache mediatiche questo fenomeno venga raccontato come un problema. Vien da domandasi perché l’occupazione rimanga così vasta, per non parlare della distribuzione della ricchezza. Ovviamente siamo di fronte a un stortura che caratterizza la teorizzazione dalla realtà. I processi deflattivi tendono a creare massicci aggregati di ricchezza che, come noto, hanno una propensione al consumo fissa. Ma soprattutto l’ideologia neoliberale che trionfa in ogni parte del globo da almeno quattro decadi ha al suo centro non già la piena occupazione, ma il contenimento dei prezzi. Anche a scapito della piena occupazione. Qualunque teorico neoliberale non ha alcuna difficoltà ad ammettere questo assunto, che anzi rivendica in nome di un velato darwinismo sociale. In questo senso si può dire che i risultati sono eccellenti.

La cancellazione della classe media
Ormai è lapalissiano che un’economia monetarista, che come da manuale è volta al drenaggio della massa monetaria e alla sua redistribuzione regressiva, genera la cancellazione della classe media. Un piccolo dato che illumina il processo in corso: i recenti dati governativi che evidenziano un boom di nuovi occupati tra chi ha più di 50 anni – vissuto con toni trionfali dal governo italiano – dimostra questo inesorabile processo. Un’intera generazione matura, adulta, e addirittura al limite della vecchiaia, per sopravvivere deve ridiscendere un gradino nella classe sociale. I giovani, che navigano nella disoccupazione prossima al 40%, sono l’altro lato della medaglia. Ma per loro non si tratta di regressione, perché senza soldi erano, senza soldi sono e senza soldi rimarranno.

Non si tratta di crisi, ma di manipolazione della crisi
Errato quindi è anche solo far rientrare le dinamiche economiche degli ultimi nove anni sotto il termine di «crisi». Non si tratta di crisi, si tratta di processi di gestione e manipolazione della crisi. Un concetto nettamente diverso. Se analizziamo tutti gi indicatori relativi alla redistribuzione della ricchezza non potremo non notare che gli anni caratterizzati dal binomio «crisi-deflazione» sono connotati da uno strumento primario: l’accumulazione attraverso l’esproprio.

Dalla Russia di Eltsin all'Argentina alla Cina
Sono processi sempre uguali che si sono abbattuti dapprima sulle economie asiatiche, poi su quelle sudamericane e ora imperversano in quasi tutti i paesi dell’Unione europea. Dalla Russia dell’ubriacone Eltsin all’Argentina di Menem e Cavallo, passando dalla folle vicenda del Messico, trasformato in un’economia criminale e base del narcotraffico mondiale, fino ad arrivare all'ancora Corea del Sud e alla Cina. Lo strumento utilizzato è sempre stato lo stesso: trappola debitoria che genera accumulazione tramite esproprio. L’Italia ha rischiato di fare la fine dei paesi sopracitati nel 2011 quando la troika presentò una lettera al presidente del consiglio Silvio Berlusconi e al ministro dell’economia Giulio Tremonti in cui ci imponevano di accettare un prestito ponte da parte del Fmi. I due si rifiutarono e fecero la fine che tutti sappiamo.

Il «processo Volcker»
Un processo antico come il mondo, ma che in tempi recenti ha preso il nome di «processo Volcker», storico capo della Federal Reserve statunitense, che attraverso i tassi di interesse ha abbattuto l’economia interna statunitense, almeno quella della classe media, nonché tutti i paesi sopracitati. Dal 1980, spiegava qualche tempo fa l’economista Stiglitz, «l’equivalente di oltre 50 piani Marshall (4600 miliardi di dollari) è stato inviato sotto forma di prestiti alle popolazioni delle periferie del mondo. Un mondo strano quello in cui sono i poveri a sovvenzionare i ricchi».

La chiamano anche deflazione confiscatoria
Questo processo prende il nome di deflazione confiscatoria: una definizione coniata dalla scuola neoliberista. Gli economisti Robert Wade e Frank Veneroso nel loro volume del 1998 «The asian crisis: the high debt model versus the Wall Street-Treasury IMF complex», scrivono: «La miscela di massicce svalutazioni, liberalizzazione finanziaria voluta dall’Fmi, ha come esito il più grande trasferimento di ricchezze avvenuto in tempo di pace da proprietari nazionali a proprietari stranieri negli ultimi cinquanta anni in tutto il mondo».

Obiettivo finale: la fine degli stati nazione e il dominio indiscusso del Mercato
I monetaristi, che vedono nell’inflazione il male assoluto da combattere, da sempre sostengono che i processi deflattivi interni possono essere assorbiti da una crescente domanda aggregata estera, in particolare cinese. Un’analisi smentita dalla constatazione, ormai decennale, che la bilancia dei pagamenti cinesi vede una nettissima prevalenza dell’export sull’import. Il mercato interno del paese comunista con caratteristiche di mercato è soddisfatto dalla produzione interna. Aggiungono che la stortura in essere è dovuta al fatto che il modello neoliberale è spurio, inquinato da forti resistenze stataliste. Ovviamente questi processi altro non sono che leve, utilizzate per un fine politico: la fine degli stati nazione e la sostituzione con una mega struttura chiamata «Mercato».