18 ottobre 2019
Aggiornato 10:30
Italia nel 2016 in deflazione

L'Italia è in deflazione e l'ultima volta era il 1959. Perché gli economisti sono preoccupati

L'Istat certifica che la media 2016 dei prezzi al consumo del Belpaese è calata dello 0,1% su base annua e l'ultima volta che l'Italia finì in deflazione era il 1959. Ecco perché dobbiamo temerla

ROMA – Flashback. Sembra impossibile, ma l'ultima volta che l'Italia andò in deflazione, con un calo dello 0,4% della media dell'indice dei prezzi al consumo, Domenico Modugno e Johnny Dorelli vinsero Sanremo con la canzone «Piove», presidente del Consiglio era Antonio Segni e il tennista Nicola Pietrangeli vinse per la prima volta il Roland Garros a Parigi. Era il 1959. Oggi, ben 57 anni dopo, l'Istituto Nazionale di Statistica ha certificato che l'Italia è di nuovo in deflazione.

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L'ultima volta che l'Italia finì in deflazione era il 1959
Nel mese di dicembre 2016, secondo le stime preliminari - ha annunciato l'Istat in un comunicato - l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, ha registrato un aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente e dello 0,5% nei confronti di dicembre 2015. Ma se consideriamo la media d'anno le notizie non sono buone, anzi, sono pessime: nel 2016 i prezzi al consumo registrano una variazione negativa (-0,1%). Non accadeva dal 1959 (quando la flessione fu pari a -0,4%).

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Che cos'è la deflazione
La «inflazione di fondo», calcolata al netto degli alimentari freschi e dei prodotti energetici, rimane invece in territorio positivo (+0,5%), pur rallentando la sua crescita da +0,7% del 2015. Che cos'è la deflazione? Il termine deflazione - si legge su una delle enciclopedie Treccani, - è utilizzato dagli economisti per definire situazioni diverse, a volte in contrasto tra loro. Una prima interpretazione definisce la deflazione come il fenomeno opposto all'inflazione. È difatti possibile, anche se più raro, che in un paese si verifichi per un determinato lasso di tempo una riduzione generalizzata dei prezzi.

Perché spaventa gli economisti
Poiché la deflazione può essere accompagnata da una diminuzione della produzione o da un rallentamento della sua crescita, il termine è il più delle volte utilizzato per indicare una fase di recessione o di stagnazione economica. La deflazione è una situazione sicuramente positiva dal punto di vista dell'acquirente. Egli ha la possibilità di comprare lo stesso bene o servizio a un prezzo inferiore rispetto al periodo precedente. Tuttavia, la riduzione dei prezzi può avere origini diverse e pertanto definirsi 'buona' o 'cattiva' in senso economico.

La deflazione può essere 'buona' o 'cattiva'
Nel caso positivo la deflazione può nascere da una riduzione dei costi di produzione dovuta, per esempio, alla diminuzione dei costi dei singoli fattori di produzione, all'adozione di metodi di produzione innovativi o all'introduzione di soluzioni organizzative migliori, oppure può trarre origine da un mutamento nella forma di mercato, che è divenuto più concorrenziale, come nel caso dell'ingresso di aziende concorrenti in grado di produrre beni e servizi prima offerti solo dal monopolista. La deflazione è invece negativa quando è l'effetto finale di una riduzione della produzione e quindi dell'occupazione.

E' la spia di gravi squilibri nel mercato
In questo caso, essa diventa la spia di gravi squilibri del mercato: le imprese producono più di quello che viene richiesto e sono quindi costrette a ridurre la loro offerta. Sul ritorno dell'Italia in deflazione le associazioni dei consumatori, dopo il dato preliminare dell'Istat, hanno manifestato tutta la loro preoccupazione. «La frenata dei prezzi al dettaglio nel 2016 è il frutto del crollo record dei consumi registrato in Italia negli ultimi anni», ha spiegato il presidente del Codacons Carlo Rienzi. L'attesa ripartenza della spesa da parte delle famiglie non si è verificata, e complessivamente negli ultimi 8 anni i consumi degli italiani sono calati di ben 80 miliardi di euro.

Una falsa ripartenza
Come se ogni nucleo familiare avesse ridotto gli acquisti per 3.333 euro dalla crisi economica ad oggi. Numeri che hanno avuto effetti diretti su prezzi e listini, con una variazione negativa dello 0,1% su base annua. «A nulla - ha aggiunto Rienzi - è servita la ripartenza dell'inflazione a dicembre, con i prezzi in crescita del +0,5%, perché il balzo dei prezzi nell'ultimo mese dell'anno è da attribuire unicamente al caro-benzina, con i distributori di carburanti che hanno fortemente rincarato i listini determinando aumenti in tutti i settori».I toni si sono fatti cupi e preoccupati anche da parte delle associazioni degli agricoltori.

I prezzi degli agricoltori sono crollati del 6% nel 2016
«La deflazione - ha sottolineato la Coldiretti - ha effetti devastanti nelle campagne dove i prezzi riconosciuti agli agricoltori crollano mediamente di circa il 6% nel 2016 ed in alcuni casi come per il grano non coprono neanche i costi di produzione». Gli agricoltori nel 2016 hanno dovuto vendere più di tre litri di latte per bersi un caffè o vendere quindici chili di grano per comprarsene uno di pane. Ma la situazione non è migliore per le uova, la carne o per alcuni prodotti orticoli. E nonostante il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli in campagna, sugli scaffali i prezzi dei beni alimentari sono aumentati dello 0,2 % nel 2016 anche per effetto delle speculazioni e delle distorsioni di filiera nel passaggio dal campo alla tavola. «Ad incidere - sottolinea la Coldiretti - è anche il flusso delle importazioni selvagge che fanno concorrenza sleale alla produzione nazionale perché vengono spacciati come Made in Italy per la mancanza di indicazione chiara sull'origine in etichetta per tutti i prodotti».