24 giugno 2019
Aggiornato 17:00
Quindici anni di globalizzazione

Trump contro la Cina su Taiwan? No, l'obiettivo è estromettere Pechino dal Wto

Il presidente eletto attacca il gigante del Sol levante. Dietro lo scontro su Taiwan la volontà di bloccare la concorrenza sleale made in China

WASHINGTON - Un ciclone si abbatte sulle relazioni internazionali, il suo nome è Donald Trump. Eccessivo, arrogante, sicuro: ieri è stato nuovamente un giorno di fuoco per il presidente eletto che ha duellato verbalmente con i vertici politici della Cina su Taiwan. Dal paese del Sol levante. per voce della stampa popolare, sono giunte parole molto pensanti, anche se sarebbe meglio definirli insulti personali: "Immaturo e superficiale" è il giudizio più diffuso, il tutto condito da commenti da parte del governo cinese che esprimono forte preoccupazione.

Cina e Wto, che disastro
L’origine dello scontro riguarda Taiwan e la contestazione di Trump al cardine politico cinese relativo alla cosiddetta «unica Cina». Ma si tratta ovviamente di un falso obbiettivo. Il fine di Trump, con ogni probabilità, è giungere all’estromissione della Cina dal Wto (World Trade Organization), dove scelleratamente fu accettata quindici anni fa. In questi giorni grandi festeggiamenti hanno attraversato il paese dei Ming: ricorre infatti l’anniversario che ha cambiato le sorti dell’economia globale, ovvero l’accettazione della Cina nel mercato globale.

Cos'ha prodotto la Cina globalizzata: lo sfacelo della nostra produzione
Da allora una violenta crisi economica ha imperversato nell’economia occidentale, divorata dalla concorrenzialità cinese a basso prezzo. Europa e Stati Uniti, le rispettive working class e classe media, hanno sperimentato sulla propria pelle il significato dell’effetto dumping, ovvero la concorrenza sleale operata da produttori che operano in regimi di semi schiavitù, senza regole sindacali, fiscali ed ambientali. La produzione occidentale si è trasferita ad est, attratta da queste condizioni, lasciando a casa solo scheletri di capannoni e disoccupati. E, paradossalmente, ad oggi non è nemmeno certo se la Cina possa far parte delle economia di mercato: condizione di cui molti analisti dubitano, date le condizioni eccezionali del paese, connotate dall’assenza di democrazia e diritti sociali.

La classe media cinese esiste, ma non consuma i nostri prodotti
Indubbiamente la capacità d’attrazione cinese di investimenti ha generato la crescita di una nuova classe media che, però, non consuma i prodotti che provengono dall’occidente. Per il semplice fatto che se una bicicletta made in China la può comprare uno statunitense, allora può farlo anche un cittadino di Shanghai. Certo rimangono i prodotti di eccellenza, ma gli italiani si sono accorti che l’economia del paese non può essere salvata dall’esportazione delle Ferrari o del tartufo.

Portare la produzione manifatturiera al livello qualitativo giapponese o tedesco, mantenendo i costi di produzione attuali
Questo senza tenere conto del fatto che il governo cinese ha un piano preciso: portare la produzione manifatturiera al livello qualitativo giapponese o tedesco, mantenendo i costi di produzione attuali. E’ facile comprendere che un simile scenario porterebbe alla distruzione completa dell’industria occidentale e alla fine del lavoro per come è stato inteso negli ultimi millenni. Men che meno funziona lo schema secondo cui le economie occidentali, una volta abbandonato il settore primario, possano prosperare solo attraverso la creazione del denaro dal denaro, ovvero la finanziarizzazione economica. Come dimostrato dalle recenti crisi, in assenza di domanda aggregata tale modello crolla, perché la speculazione tende a divorare se stessa e quindi a generare una costante contrazione monetaria. Mitigata dalle politiche monetarie di Fed e Bce, che però appaiono inefficienti.

Trump, un miliardario che fa gli interessi della working class?
Per non parlare della possibilità cinese di svalutare a piacimento la propria moneta sul dollaro e sull’euro. La Cina ha in mano il debito pubblico statunitense e sta comprando forsennatamente nel settore bancario europeo: la sua è un’avanzata inesorabile, condotta grazie alla produzione interna e alla politica monetaria. A tutto questo il presidente eletto Donald Trump dice «basta». Lo fa con i modi che lo caratterizzano ma con risolutezza. Perché, differentemente dalle élites, progressiste globali, è consapevole che se il processo di globalizzazione-cinesizzazione in corso non viene fermato, presto l’occidente verrà conquistato dal gigante del Sol levante.

«La Cina ha distrutto l’America»
«La Cina ha distrutto l’America», questo è stato lo slogan che ha caratterizzato la campagna elettorale di Trump: è possibile dargli torto? "Da qui a dieci anni" disse "ci guarderemo indietro e saremo fieri di quello che abbiamo fatto», queste invece sono le parole di Bill Clinton, pronunciate quando il suo avallo fece entrare la Cina nel Wto. E mentre negli Stati Uniti il presidente eletto tenta di riprendersi dalla sbornia globalizzatrice, in Europa si procede alla massima velocità, incuranti della realtà. "Non riconosceremo alla Cina lo status di economia di mercato" dice il commissario al commercio Cecilia Malmstrom "ma riformeremo il sistema in modo da definirla paese neutrale». Questo significa far cadere le ultime barriere all’invasione dei prodotti cinesi, venduti a prezzi stracciati grazie al dumping sopra citato. Appare quindi sconcertante vedere un presidente repubblicano, miliardario, che tenta di fare gli interessi della classe operaia statunitense. A tutto questo la Cina reagisce con la solita rabbia calma: protesta senza alzare la voce, consapevole che seppur sia la seconda economia globale, rimane molto distante dalla potenza politica, e non solo, degli Stati Uniti.