19 ottobre 2019
Aggiornato 01:00
Tutti contro tutti

E se pagassimo tutti le tasse come fa Amazon? Sarebbe un mondo bellissimo, come la giungla

I regimi fiscali dell'Unione Europea legittimano, grazie alla normativa che lo permette, pratiche sospette che impoveriscono chi lavora. Lo schema utilizzato da Amazon è classico: spostare la sede fiscale dei propri affari in un paradiso fiscale

Una lavoratrice di Amazon.
Una lavoratrice di Amazon. ANSA

MILANO - Sì, lo ammetto, vorrei pagare le tasse come Amazon, Facebook, Google e gli altri: non capisco perché ci debba essere questa difformità di trattamento tra noi, comuni mortali, e loro. La procura di Milano ipotizza che Amazon abbia contabilizzato i profitti italiani in una filiale del Lussemburgo, creando così un’evasione fiscale pari a 130 milioni di euro su un giro di affari pari a 2,5 miliardi di euro. Un manager della filiale lussemburghese è stato iscritto nel registro degli indagati. «Amazon paga tutte le imposte che sono dovute in ogni paese in cui opera. Le imposte sulle società sono basate sugli utili, non sui ricavi, e i nostri utili sono rimasti bassi a seguito degli ingenti investimenti e del fatto che il business retail è altamente competitivo e offre margini bassi», questa è la posizione della multinazionale del miliardario Jeff Bezos. Gli investimenti di cui parla Amazon sarebbero pari a 800 milioni di euro, con una ricaduta occupazionale pari a duemila dipendenti.

Il triangolo no
Lo schema utilizzato da Amazon è classico: spostare la sede fiscale dei propri affari in un paradiso fiscale, in questo caso il Lussemburgo. Di fatto tutte le multinazionali fruiscono di questo strumento che bordeggia i margini della legalità, per non parlare di quelli morali. Ma la morale, come noto, in questi tempi oscuri è diventata «moralismo»: e quindi non facciamo i moralisti se c’è chi le tasse le paga sull’unghia in un girone dantesco dell’Agenzia delle Entrate, e chi, beato lui, se ne va in Lussemburgo. Anche perché, ripetiamo, è legittimato a farlo da una normativa assai lasca. Un triangolo: in cui lo stato ove risiede fisicamente la multinazionale fa giochi di prestigio con le tasse, la quale, come fa Amazon, rivendica investimenti e posti di lavoro nel paese in cui opera fisicamente. Un meccanismo perverso, permesso da una normativa che legalizza di fatto fughe fiscali che impoveriscono la collettività. Così ci si trova dentro un paradosso classico, in cui i colossi possono godere dei paradisi fiscali dati dalla globalizzazione, mentre i singoli lavoratori sono incatenati alle normative locali, studiate per salassare la chi lavora. Quindi, più che invocare implacabili, quanto risibili, multe o salassi, sarebbe opportuno appellarsi ad un più nobile principio di eguaglianza. Un sistema fiscale in cui anche l’operaio, l’impiegato, l’artigiano e il commerciante, hanno la possibilità di spostare la propria sede fiscale in un paradiso delle tasse. Tutti in Lussemburgo, olè.

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Uno stravagante concetto di Unione
«L’unione fa la forza!», così dice il motto. I tempi sono cambiati e l’Unione fa la debolezza. Si dovrebbe capire, però, perché alcuni stati siano più uguali degli altri. Perché, in definitiva, viga un bizzarro principio di eguaglianza: alcuni, Lussemburgo ed Olanda, ad esempio, hanno una normativa che permette ai colossi globali di esportare le tasse. Basterebbe già questo per convenire, senza particolari divergenze, sulla natura «razzista» dell’Unione Europea. Indubbiamente esiste un razzismo di matrice antica che ha a che fare con il colore della pelle, ma ne esiste uno di nuovo conio: quello contro la fu working class. Una comunità che viene spogliata di tutto, con ogni mezzo: lavoro, diritto alla salute, cultura, servizi sociali e, ovviamente, del benessere economico attraverso un’imposizione fiscale folle.  Se il barista sotto casa non fa lo scontrino fiscale merita la lapidazione, ma se eludi centinaia di milioni di euro la normativa ti copre, o quasi. Il mondo va così. Lo scandalo quindi non risiede nella furbata fiscale di quella multinazionale o dell’altra. Bensì nell’esistenza di una normativa doppia o tripla, all’interno di comunità che si reputano «unite». Un regime di concorrenza fiscale che distrugge le relazioni tra gli stati, e crea ghetti e paradisi fiscali.  Di fatto oggi non siamo di fronte a nulla di diverso rispetto al tempo dell’aristocrazia, in cui una super classe era legittimata a non pagare le tasse, che poi venivano scaricate sul popolo.

Volete il lavoro? Allora niente tasse
Ovviamente tutto questo è legittimato in virtù degli investimenti e della creazione di posti di lavoro, il tutto in un contesto di feroce crisi economica. Questo è sicuramente un aspetto non secondario, perché crea in ogni caso una relazione tra stato e impresa. Detto questo non siamo comunque di fronte ad un novità storica: l’elusione fiscale aristocratica era legittimata dal servizio che questa assicurava in caso di conflitto bellico. Oggi come allora ci si trova di fronte ad un dilemma profondo e non facile da sciogliere. Con l’aggravante che oggi, la possibilità di fuga immediata, con un click, di una multinazionale da un contesto dove reputa il regime fiscale non conveniente, è pratica comune e socialmente accettata. Senza dimenticare che, detto con il massimo rispetto possibile, anche un calzolaio crea lavoro. E la differenza tra un calzolaio e Amazon, da un punto di vista giuridico, è molto ardua da dimostrare.

Che bello, un futuro senza gli Stati: la giungla                                
Rimane l’orizzonte distopico dell’universalità dei regimi fiscali, quanto meno all’interno di comunità più o meno aggregate intorno a valori comuni. Un principio che gioco forza dovrebbe seguire l’equilibrio di Nash, ovvero zero tasse per tutti. Un orizzonte in cui, quindi, gli stati verrebbero liquefatti: e con essi i servizi pubblici, trasformati in privati. Il moto in tal senso è già iniziato da tempo. Un mondo dove viga lo spirito di sopraffazione, primitivo, del tutti contro tutti. E indovinate chi vince in un contesto simile?