30 ottobre 2020
Aggiornato 03:00
Tassi troppo bassi

Tassi di interesse invariati in Giappone. Brinda la finanza: il suo torrente di denaro rimane invariato

Hanno vinto le maggiori piazze finanziarie del mondo, le borse valori che chiedono ulteriori dosi di denaro per sostenere la propria corsa. La Bank of Japan ha deciso di mantenere invariato il proprio tasso di interesse, ma ecco cosa accadrà a breve in Italia

TOKYO - Hanno vinto le maggiori piazze finanziarie del mondo, le borse valori che chiedono ulteriori dosi di denaro per sostenere la propria corsa. La Bank of Japan ha deciso di mantenere invariato il proprio tasso di interesse, inchiodato da tempo al - 0,1%. Ha cambiato lo scopo del suo operare, passato da «ampliamento della base monetaria» a «controllo della curva dei rendimenti.» In sostanza però non cambia nulla, e la previsione che sgomenta i mercati, relative al minimo rialzo del tasso di interesse, è caduta. Stessa decisione, molto probabilmente, verrà presa nei prossimi giorni dalla Federal Reserve statunitense.

Percolazione
Il braccio di ferro tra banche centrali e piazze finanziarie segna un decisa vittoria di queste ultime. I problemi però rimangano: le politiche ultra espansive portate avanti da Giappone, Usa e Europa non stanno sortendo effetti sui consumi interni, né sui salari, né sull’inflazione, che rimane sempre stagnante. L’enorme massa monetaria creata dal 2011 nei tre continenti viene drenata dalla speculazione e non arriva nelle tasche dei cittadini sotto forma di taglio delle fiscalità o aumento dei salari. Il potere d’acquisto delle classi medie europee, giapponesi, e statunitensi tende ad assottigliarsi. Così il timido pensiero di aumentare il tasso di interesse per liberare risorse da redistribuire attraverso canali non convenzionali è stato accantonato. Rimane intatta l’ideologia della percolazione: inondiamo i mercati finanziari di denaro, qualche goccia giungerà anche alle classi medie.

La redistribuzione regressiva delle risorse
Sono quindi state sufficienti due settimane di vendite sui titoli bancari sulle piazze internazionali per far cadere ogni velleità re distributrice. I maggiori istituti di credito nazionali sono così deboli da rendere oggetto di ricatto banche centrali e governi. Deutsche Bank, o Unicredit, in Germania, non possono permettersi ulteriori ribassi di capitalizzazione. Lo spettro di Monte Paschi di Siena, che ormai vale meno di mezzo miliardo di euro e necessita di una ricapitalizzazione pari a 3,5 – 4 miliardi per salvarsi, è un monito che vale per tutti. La debolezza come forza, quindi. Può sembrare un paradosso ma la realtà è sotto gli occhi di tutti. Dopo anni di torrenti di denaro lo stato di deflazione permanente è un chiaro segno di redistribuzione regressiva delle risorse.

Le borse festeggiano il pericolo scampato
L’unica piazza finanziaria che non segna una perdita a doppia cifra, nei primi nove mesi del 2016, è quella statunitense. Le altre, in buona parte, hanno perso oltre il dieci per cento. Vi è questa poco originale coincidenza tra alcuni piccoli passi delle banche centrali e gli indici negativi di borsa. Una interpretazione classica vorrebbe che all’aumentare del tasso di interesse si riducano gli investimenti e quindi i profitti per le aziende. Ma, come noto, micro e macro economia non rispondono più alle regole classiche. I valori azionari di buona parte delle società quotate sui mercati non sono riconducibili a bilanci, bensì a pura speculazione. Inoltre i tassi di interesse sono quasi ovunque prossimi allo zero o addirittura negativi, e un modestissimo rialzo non avrebbe alcun effetto sull’erogazione del credito.

Cosa ci aspetta?
Come una ferrea legge della fisica le borse hanno reagito alla decisione della Bank of Japan di lasciare i tassi invariati e mantenere così intatta la portata della pioggia di denaro. Ed ecco i rialzi su tutte le piazze, compresa Milano. Tokio, che fino all’ultimo era rimasta cauta, ha piazzato un buon più 2%. I problemi dell’economia giapponese, deflazione perpetua, rimangono sul campo. Ottimi gli incrementi dei titoli bancari, che si avvantaggiano più di chiunque dal flusso di denaro perpetuo che li irrora. Un viatico destinato a rafforzarsi nel caso in cui la Federal Reserve manterrà la stessa politica monetaria espansiva scelta dal Giappone. Nelle settimane passate il consiglio del banca centrale statunitense si era diviso a metà sull’aumentare o meno i tassi: otto consiglieri contrari, sette a favore. Non se ne farà nulla, probabilmente. A catena quindi dovrebbe giungere la decisione della Bce di Draghi, anch’esso sempre più dubbioso sul QE, perché privo di reali effetti incentivanti sui consumi. In tal senso in prospettiva si può vedere una fase di forte ripresa della borsa con particolare attenzione ai titoli bancari che sono stati oggetto di forti ribassi fino ad oggi. Questo anche in Italia? Molto dipende dall’esito referendario. Turbolenza vi sarà nelle settimane antecedenti il voto, quale monito al popolo affinché non sbagli nel segreto dell’urna. Se vincerà il Sì è certo un rally dei titoli bancari, e in più, premio speciale, giungerà un munifico cavaliere salvatore di Montepaschi di Siena. Se vincerà il No, come già annunciato da agenzie di rating , ambasciatori e capi di governo, scatterà la punizione collettiva.