16 luglio 2019
Aggiornato 08:00
Una bella novità... o no?

Il modello «furbetto» di Deutsche Bank: nazionalizzare le perdite per poi privatizzare i profitti

La buona vecchia nazionalizzazione è in arrivo. Per Deutsche Bank, e per Monte Paschi Siena. Le due banche sono strette dagli stessi problemi, e troveranno una soluzione comune.

Deutsche Bank, in arrivo la nazionalizzazione?
Deutsche Bank, in arrivo la nazionalizzazione? Shutterstock

ROMA - La buona vecchia nazionalizzazione è in arrivo. Per Deutsche Bank, e per Monte Paschi Siena. Le due banche sono strette dagli stessi problemi, e troveranno una soluzione comune. Impossibile pensare che vi possa essere una doppia morale così spiccata da indurre la Germania al salvataggio della sua banca con fondi pubblici, a pioggia e senza precedenti, mentre per la piccola Mps tutto ciò sarebbe evitato. In uno strano incrocio di destini i due istituti di credito avvinghiano la loro sorte, e il premier Renzi si appresta, almeno così dice (e noi lo speriamo), a fare la voce grossa con i falchi tedeschi che chiedono il rigore: per gli altri.

Il comparto bancario riparte
Regola numero uno: per non fallire si deve essere smisuratamente grandi, e smisuratamente indebitati. Il crollo del colosso di Rodi, si sa, trascinò con sé una civiltà. Scampato il pericolo di un rialzo dei tassi di interesse da parte delle tre banche centrali (Fed, Bank of Japan e Bce) e incassate le parole rassicuranti da parte di Draghi, che di fatto ha confermato la pioggia di denaro sul sistema finanziario, rimangono tre mine vaganti del sistema bancario: Deutsche Bank, Monte Paschi Siena e Unicredit: con la banca senese che fa il ruolo del vaso di terra cotta incastrato tra vasi di ferro. Quella di Draghi si può considerare una resa al sistema: egli è consapevole dell’inutilità sull’economia reale del Qe, ma non può smettere di finanziare il comparto finanziario, che a sua volta lo ricatta.

Wall Street Journal detta l’agenda: il precedente dei Lloyds di Londra
In un perentorio articolo editoriale, firmato da Matthew Lynn, il Wall Street Journal ha qualche giorno fa dettato la linea da seguire. L’editorialista finanziario scrive chiaramente che il contagio della sfiducia deve essere stroncato sul nascere, e quindi «il governo di Angela Merkel deve dire chiaramente che coprirà le difficoltà di Deutsche Bank in ogni caso. Berlino dovrebbe entrare nel capitale della banca come fece la Gran Bretagna con i Lloyds». Il colosso bancario britannico fu nazionalizzato nel 2008 nel pieno della tempesta finanziaria, quando il governo acquisì il 65% del capitale e assicurò asset tossici per 290 miliardi di euro. Il gruppo bancario londinese, storico, si limitò a mantenere aperte linee di credito per 36 miliardi di euro. Nel 2009 la Commissione europea sancì che l’operazione inglese violava gli accordi comunitari in quanto «aiuti di stato». Nel 2013 il ministero del Tesoro britannico ha ceduto il 6% delle sue quote, anno in cui la banca era tornata a segnare un utile d’esercizio: la riprivatizzazione è proseguita a fasi alterne fino all’ottobre del 2015. La Brexit di agosto, secondo alcuni analisti, avrebbe bloccato il completamento del processo.

Una "bella" novità: nazionalizzare le perdite per poi privatizzare i profitti
Lo schema quindi da utilizzare per Deutsche Bank, e indirettamente per qualunque altro istituto bancario il cui collasso rischia di travolgere il sistema, è questo: nazionalizzare le perdite per poi privatizzare i profitti. Una bella novità, no? Il governo inglese ha sempre rivendicato di avere ottenuto dei profitti dalla compravendita di azioni: dimenticando però di aver dovuto incamerare asset tossici per decine di miliardi di sterline. I cittadini di sua maestà hanno salvato il sistema bancario, ma a caro prezzo. Operazione che si basa su un ricatto molto semplice: la fine dei sistemi bancari rappresenta sempre la fine dell’economia reale. Il passo biblico «Muoia Sansone con tutti i filistei» è sempre un ottimo deterrente. Matthew Lynn conclude il suo pezzo con una forma linguistica padronale: «Angela Merkel prima lo capisce, meglio è». Inoltre la Cancelliera tedesca dovrebbe recarsi negli Stati Uniti per trattare uno sconto sulla mega multa da 14 miliardi di euro inflitta dal Dipartimento di giustizia a DB, relativamente allo scandalo dei subprime.

Via anche il bail in?
La piccola Italia, alle prese con la Finanziaria che non riesce a ottenere la flessibilità in sede Ue nemmeno per le spese che il paese sostiene per migranti e terremoto, non può che guardare con favore a queste parole. Che, di fatto, cancellerebbero la normativa sul bail in. Normativa, per altro, strampalata: perché gli investitori istituzionali continuano ad avere un forte peso nell’azionariato italiano e tedesco. In Germania con una forma diretta, nel nostro paese grazie alle fondazioni bancarie. Le difficoltà tedesche, inoltre, non sono solo di DB, ma anche di Commerzbank, che solo la scorsa settimana ha dovuto annunciare novemila licenziamenti. Viatico per un massiccio taglio occupazionale in tutto il settore: si pensa che in Europa, entro il 2020, vi sarà una contrazione pari a 100mila posti di lavoro.

La via della nazionalizzazione «temporanea» è la speranza ultima per Mps e Unicredit
La via della nazionalizzazione «temporanea», una via che esiste da quando esistono il denaro e lo Stato, rimane la speranza ultima per le due banche italiane, che vedrebbero finalmente disponibile l’unica soluzione praticabile. Gli aumenti di capitale di Mps e Unicredit, nonché la «vendita» degli asset tossici per la prima, procedono con estrema fatica. I due aumenti di capitale valgono 15 miliardi di euro: denaro difficilmente recuperabile sul mercato in questo momento. E l’ipotesi di fondi sovrani pronti a investire è plausibile solo nel caso in cui tale investimento sia garantito dallo Stato attraverso la Cdp. Questo almeno nel caso di Mps.

Renzi e la battaglia contro l'Europa
Le parole grosse del nostro Presidente del consiglio continuano a rimane inascoltate in sede Ue, dove invece vengono tenute in massima considerazione i suggerimenti minacciosi che giungono da oltre oceano. Nel caso in cui si proceda verso la nazionalizzazione temporanea degli istituti di credito, dubbio non v’è che Renzi riuscirà ad intestarsi una «vittoria» che appartiene ad altri.