18 luglio 2019
Aggiornato 21:00
Borse in picchiata, spread in rialzo

Referendum: Renzi va in panchina, entrano in campo (falciando) le banche

La visione ottimista di Matteo Renzi non paga e il "No" allunga nei sondaggi. Cambia la strategia, si passa alle maniere forti delle minacce finanziarie

ROMA - Gli unici sondaggi che valgono sono gli indici di Borsa: la grande correzione è iniziata e si abbatte sul settore bancario con la furia di un maremoto. «Vendere e pentirsi» è il motto di ogni speculatore, grande o piccolo che sia. Ma il pentimento che viene chiesto in questo contesto non è relativo a un piccolo guadagno che, per timore, non si è trasformato in un trionfo. Il pentimento che chiedono i mercati finanziari è di ordine morale: perché sono giunti gli ultimi sondaggi che certificano un netto vantaggio per chi si oppone alla riforma costituzionale. Ben otto punti percentuali separano i due fronti e, seppur la quota di indecisi sia ancora vasta, non si vedono inversioni di tendenza prossimi. Così, il mercato scende nell’agone politico per far valere il suo interesse.

Le promesse di Renzi: una droga che non fa più effetto
Finisce così la strategia di Renzi, figlia di un visione ottimista e costruttiva del mondo. Le promesse di ponti, strade, infrastrutture, decontribuzioni totali del lavoro, nonché la battaglia politica instaurata con la Commissione Europea, non viene colta come sincera. Troppo tardi, troppo sopra le righe, posticcia: e soprattutto contrastante con la dura realtà. I mille giorni del governo si caratterizzano agli occhi dell’opinione pubblica come un tempo di promesse non mantenute e di baruffe. E gli indici economici, soprattutto i tragici dati occupazionali recentemente pubblicati dall’Istat, certificano che la classe media si muove sullo scacchiere politico con uno spirito destruens.

La nemesi di Matteo
Per molti versi Renzi subisce una nemesi, tanto tragica quanto scontata. Sospinto dall’uragano rivoluzionario «nuovista», ne è rimasto vittima. Come Danton, e poi Robespierre, è vittima della sua intransigenza inarrivabile, unita ad un culto di sé al limite del parossistico, di sogni venduti a caro prezzo e rimasti tali. Gli italiani, pare, non vogliono più credere alla sua terra promessa, l’ennesima, nascosta lì dietro la curva del referendum. Non credono in lui, non credono nei suoi ministri: e per molti versi non credono più in nulla. E l’unica alternativa in cui credono è la distruzione per la distruzione. Due italiani su tre voteranno sull’uomo che incarna, suo malgrado, il volto delle oligarchie, e non sul contenuto della riforma: percentuale ottimista, molto probabilmente. La carota renziana, il paese dei balocchi a portata di mano, non affascina più: anzi respinge. Come respinge l’assedio mediatico, la bulimia televisiva che anzi diventa nausea. Il presidente è ovunque: radio, televisioni, giornali, buche delle lettere: tutto e tutti omaggiano e raccontano il sol dell’avvenire che ci aspetta. Tutto inutile, perché apatia e rabbia dilagano in un’epoca di passioni tristi e distruttive, condensandosi dentro un semplice, e per molti versi tribale, «No». E come in  Gran Bretagna e negli Usa, anche in Italia andiamo verso una catarsi: una tabula rasa, oltre cui non si sa bene cosa ci sia.

Renzi messo da parte, scendono in campo le banche
Troppi interessi soggiacciono a questa riforma perché la battaglia possa dichiararsi persa fin dal principio. La Costituzione Italiana, nonché l’impalcatura istituzionale che da essa trae origine, è l’argine maestro che blocca l’esondazione del torrente neoliberale in Italia. Lo scopo principale non è allargare il potere del governo, o del capo del governo, bensì è renderlo inattaccabile. Questo al fine di trasformare l’attuale stato sociale pubblico in privato. Il settore dei servizi, in particolare sanità e previdenza, è una miniera d’oro inesplorata per le grandi banche d’affari e le assicurazioni. La fascinazione culturale in tal senso ha già dispiegato tutta la sa potenza, il sindacato è furiosamente impegnato da tempo a difendere la sua sopravvivenza ma, al momento, il governo non ha forza per deregolamentare i due settori. Ovvero un governo consapevole che, nonostante le proteste di piazza – se ci saranno – esso possa vivere senza timore un passaggio storico così importante e controverso.

La vera ragione del referendum: trasformare lo stato sociale pubblico in privato
Questa è la ragione per cui i grandi gruppi finanziari sostengono la riforma. Quindi non potendo promettere alcunché, tali grumi di potere, fanno l’unica cosa che sanno fare: minacciano. E come un dio collerico - il denaro crea una coscienza parallela perché ha una sua coscienza ed una sua morale, come noto da millenni – minaccia anatemi sull’umanità italiana peccatrice. Da giorni si stanno accanendo pesanti vendite sui titoli bancari, per altro senza un motivo apparente. Il rialzo del tasso di interesse minacciato dalla presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, era previsto da tempo e non è nemmeno sicuro, perché il presidente Trump non sarebbe d’accordo. I dati macroeconomici italiani non sono positivi ma erano attesi. Il travaglio senza fine di Monte Paschi Siena procede da mesi, e nelle ultime settimane si è avuta conferma della ben conosciuta complessità intrinseca al piano di salvataggio.

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La profezia di Deutsche Bank
«Il mio timore è che più ci si avvicina alla data del referendum, e più l’effetto dell’elezione di Trump si fa sentire, più gli investitori esteri usciranno dall’Italia sino a far esplodere lo spread. Questo scenario di instabilità prefigurerebbe un grave impatto sui settori bancari italiano ed europeo. L’Italia rappresenta quindi l’epicentro da cui rischia di giungere ulteriore instabilità in Europa. Senza riforme l’Italia sconterebbe uno stato di crisi continua. Senza riforme, sarebbe meglio fuori dall’euro». Questa è la pesante opinione, vagamente minacciosa, del capo economista di Deutsche Bank, David Fokerts Landau: che come carezza finale paventa l’arrivo della trojka. Il messaggio, nemmeno troppo meta cognitivo, è semplice: se vince il No, l’Italia farà la fine della Grecia.