Guerra eterna in Medio Oriente

Medio Oriente, uno stato per due popoli in pace? Israele non prenderà la forma della Bosnia post Dayton

Deriso dai media, che per anni hanno appoggiato la disastrosa politica democratica, il presidente statunitense propone uno slogan che non piace a molti. In primis a israeliani e palestinesi

TEL AVIV - Non è certo che le parole utilizzate qualche tempo fa dal presidente statunitense Donald Trump possano essere ben accolte in Isreale. Ed è altrettanto dubbio che possano essere interpretate come un avallo della politica israeliana di annessione forzata dei territori palestinesi, in particolare della zona C della Cisgiordania. Per capire quale significato dare alla formula «Israele e Palestina? Uno stato o due stati sono la stessa cosa» è necessario fare un'analisi del contesto. La formula in sé ricorda molto il famoso motto, poi divenuto dogma, di Deng Xiao Ping, coniato dopo la morte di Mao Ze Dong: «Non importa che il gatto sia bianco o nero. L’importante è che acchiappi i topi», ovvero: l’unica cosa che conta è la crescita economica, se questa arriva con il capitalismo va bene. Traslata nel contesto mediorientale potrebbe essere così tradotta: l'unica cosa importante è la pace, questa si ottiene solo attraverso il superamento di piani che ormai sono svuotati dalla realtà.

Un libro per capire
Partiamo dalla situazione sul campo attraverso un libro recentemente pubblicato «Israele in cento mappe. Le sfide di una democrazia in guerra» di Frederic Encel (Leg Edizioni). L’autore, molto conosciuto in Francia, è notoriamente di parte, espressione del sionismo classico, anche se taluni critici lo accusano di essere un estremista. Il suo libro, però, fa piazza pulita di molti luoghi comuni.

1. Primo luogo comune: Israele non è circondato da stati nemici pronti ad aggredirlo. Solo l’Iran, di fatto, rappresenta un nemico dichiarato. E' bene però ricordare che un eventuale attacco iraniano rappresenterebbe la fine dell'Ira, che verrebbe semplicemente annientato dalla soverchiante potenza militare israeliana. I ventidue paesi della Lega Araba sono prevalentemente alleati, nonché partner militari degli Usa: in particolare Egitto e Giordania. Paradossalmente si può dire che i paesi con una linea fermamente anti israeliana, in questo momento, sono il Venezuela e il Senegal. La famosa solidarietà panaraba, leggasi alla voce vicinanza con i palestinesi, è esistita in tempi remoti e oggi è solo uno slogan. Condizione di cui i palestinesi sono ben consci.

2. Secondo luogo comune: la guerra demografica dei palestinesi. Il libro di Encel evidenzia che la bomba demografica palestinese non è tale. Il tasso di natalità dei musulmani è pari a tre figli per coppia, esattamente come quello israeliano. La popolazione palestinese che vive tra Cisgiordania e Striscia di Gaza è pari a 4,75 milioni. La popolazione dello Stato di Israele è pari a 7,1 milioni, di cui il 20% sono arabi. Il progressivo avanzare delle colonie, la scarsa, se non nulla, solidarietà panaraba, e l'inferiorità demografica fanno sì che la soluzione «due stati», che fu teorizzata nel 1993, noi sia più praticabile sul campo. Già oggi esiste un solo stato, Israele. Che occupa territori definiti "contesi" ormai da buona parte dell'opinione pubblica israeliana. Il punto che segna Donald Trump ha una base materiale insuperabile, e pone fine alla retorica democratica che ha sempre sostenuto a parole la creazione di uno stato palestinese, nei fatti boicottandolo in ogni contesto, e favorendo con il silenzio, interrotto da qualche inutile mugugno, l’espansione colonica israeliana. Il tutto in cambio di fiumi di dollari verso la Cisgiordania, che non ha un’economia e sopravvive, in condizioni agghiaccianti, solo grazie ai soldi che arrivano dall’estero. Fondi che, per altro, vengono drenati dalla corruzione locale.

Israele come la Bosnia post Dayton?
Come accennato in precedenza, non è detto che lo slogan utilizzato da Trump possa piacere al governo israeliano, nonché al suo popolo. In primis perché non si capisce come questa formula possa essere trasformata sul campo in materia. Si pensa forse ad una confederazione simile alla Bosnia nata dopo gli accordi di Dayton? Ovvero un’unica entità nominale, la Bosnia, dove però un vasto territorio è semi indipendente, la Repubblica Srbska. In cui tutti votano per un governo centrale, in cui il potere segue i principi dell'alternanza, ma vivono nettamente separati? Una soluzione simile rappresenterebbe un punto di caduta accettabile per chi? Sicuramente non per i fanatici che vogliano spostare tutti i palestinesi in Giordania oppure che vogliono cancellare lo Stato di Israele. Tutti, ebrei e musulmani, avrebbero un’unica nazionalità, unico passaporto, diritti civili uguali? Sparirebbe la dicitura «Palestina» ma in cambio finirebbe l’"occupazione"? Cosa accadrebbe ai milioni di profughi che ancora vivono, dopo decenni, nei campi profughi giordani e libanesi? Se questi avessero il diritto a tornare a casa, allora la componente ebraica diventerebbe minoranza. Ovviamente, uno stato unico, dove la componente israeliana avesse l’esclusivo diritto di voto, ricorderebbe assai il Sudafrica dell’apartheid. Se questa fosse la soluzione individuata da Donald Trump potrebbe rappresentare una svolta decisiva. Ma, al momento, appare decisamente improbabile.

Strana reazione palestinese
Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, ha già fatto sapere che rimane «legato alla soluzione dei due popoli con due stati». Ma pare non crederci nemmeno lui: anche perché da tempo conosceva quali sarebbero state le parole di Donald Trump e la reazione è stata evidentemente blanda. Silenzio invece dalla Striscia di Gaza, dove è stato eletto il nuovo capo di Hamas, Yahia Sinwar. Un uomo, dicono i media, particolarmente aggressivo e militarista. Manifestazioni di protesta palestinesi, al momento, non ci sono ancora state: Gerusalemme est ribolle di rabbia e questo silenzio è indice che i capi politici stanno tentando di capire come potrebbero sfruttare le parole del neo presidente statunitense. Più probabile che vi sia frustrazione in Israele, dove gli estremisti, e non solo, si aspettavano parole molto più pesanti: si pensi alla vicenda dello spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, finita nel cassetto dei ricordi. Non solo: Trump ha chiesto al presidente Nethanyau di sospendere la costruzione di nuove colonie, ed ha richiamato entrambe le parti al necessario compromesso. Al di là dei convenevoli, delle pacche sulle spalle e dei sorrisi, sono parole che nella sostanza aprono la strada ad una trattativa realistica. Che con ogni probabilità si concluderà con un nulla di fatto. Lo status quo, alla fine, conviene a molti.