29 gennaio 2020
Aggiornato 09:00
Gentiloni si prepara alla manovra bis

Dietro le regole di Bruxelles sui conti pubblici lo zampino di Angela

Le regole comunitarie sui conti pubblici determinano la disponibilità delle nostre risorse economiche, ma il metodo di calcolo usato da Bruxelles per giudicare i bilanci dei paesi membri potrebbe essere «inattendibile e discrezionale»

La cancelliera tedesca, Angela Merkel.
La cancelliera tedesca, Angela Merkel. Shutterstock

ROMA – Il governo Gentiloni si sta preparando alla manovra bis e nelle prossime ore dovrà spiegare a Bruxelles come e dove intende recuperare quei 3,4 miliardi di euro (pari allo 0,2% del Pil) per correggere i conti pubblici del Belpaese bocciati dall'Unione europea ed evitare così l'avvio della procedura d'infrazione comunitaria. A pagare «il conto di Renzi» - come è stato ribattezzato dagli stessi dirigenti europei – saranno probabilmente i cittadini italiani, che dovranno sostenere il peso della possibile stangata su casa e Iva. Ma cosa pensereste se vi dicessimo che la metodologia di calcolo con la quale Bruxelles esamina e giudica i bilanci dei paesi membri non solo è «inattendibile», ma anche «largamente discrezionale e perciò manipolabile a piacere»?

Le regole comunitarie sui conti pubblici
Le regole comunitarie sul deficit e sulla riduzione del debito sono complicate, tanto che in pochi hanno la capacità di districarle e l'ardire di scriverne senza ricorrere ad artifici letterali per confondere il lettore. La faccenda, però, è molto seria perché da esse dipende la disponibilità e l'allocazione delle risorse economiche del nostro paese. Vale perciò la pena provare a capirle e spiegare come Bruxelles arriva a formulare il suo verdetto sui bilanci dei paesi membri: a quali strumenti ricorre e quale metodo di calcolo utilizza per giudicare i conti pubblici degli stati dell'Eurozona. Soprattutto perché diversi economisti li ritengono «inattendibili» e «discrezionali», come sottolinea Carlo Clericetti su La Repubblica.

Il metodo usato da Bruxelles per giudicare i bilanci
Le regole fondamentali in materia di Fiscal Compact sono due: la regola sulla riduzione del debito e la regola sul deficit. In base alla prima, i paese membri si impegnano a ridurre il proprio debito pubblico eccedente il 60% del Pil al ritmo medio di un ventesimo all'anno. In base alla seconda, l'indebitamento netto (cioè la differenza tra entrate e uscite) della pubblica amministrazione non deve superare il 3% del Pil. Ed è qui che iniziano i problemi. Perché, come molti sapranno già, Bruxelles non prende in esame solo i dati scritti nel bilancio, ma li «corregge» per tener conto del ciclo economico usando il calcolo del «Pil potenziale» (ossia il prodotto interno lordo che il paese in questione realizzerebbe se potesse utilizzare davvero tutte le sue risorse, cosa che nella realtà non avviene mai).

Cos'è e perché è importante l'output gap
Naturalmente esiste una certa distanza tra il «Pil effettivo» (quello realmente prodotto dal paese) e il Pil potenziale: questa differenza viene definita «output gap». Più è alto questo dato più è ampia la flessibilità che Bruxelles è disposta a concedere al paese esaminato (perché l'UE ammette solo un indebitamento dovuto a un ciclo economico negativo e non un indebitamento strutturale). Ma il problema è che il Pil potenziale viene calcolato con un metodo che non solo è spesso inaffidabile dal punto matematico-statistico, ma anche discrezionale dal punto di vista ideologico. Petya Garalova, ricercatrice del Cer, ci ricorda, infatti, che solo il Pil effettivo può essere determinato con certezza e lo stesso istituto solleva numerose perplessità sul metodo di calcolo del Pil potenziale adottato dall'UE, che utilizza tra i suoi parametri il NAWRU («non accelerating wage rate of unemployment»).

L'imprinting tedesco sulla Bce
Questo acronimo indica la «disoccupazione strutturale» o «di equilibrio» di un paese, cioè il livello di disoccupazione necessario a garantire l'immobilità dei salari. Secondo il pensiero economico neoclassico, infatti, per evitare l'aumento dei salari (allo scopo di contenere l'inflazione) è necessario tenere a bada il potere dei lavoratori mantenendone una parte in stato di disoccupazione. Altrimenti, se fossero tutti occupati, potrebbero iniziare a pretendere di più sul fronte della remunerazione. Questo ragionamento è figlio dell'ideologia neoliberista e mostra chiaramente qual è il fine che muove la mano di Bruxelles. A differenza della Federal Reserve che persegue anche la crescita economica, infatti, la Banca centrale europea ha unicamente l'obiettivo di garantire la stabilità dei prezzi e conduce dalla sua nascita una guerra aperta all'inflazione e alla deflazione senza curarsi delle vittime che lascia sul terreno della battaglia.

Perché la crescita economica è in un vicolo cieco
Questo approccio ideologico non è casuale e, oltre a determinare la politica economica e monetaria dell'Unione europea, riflette perfettamente la matrice teutonica della Bce. L'incubo più grande dei tedeschi, infatti, è l'inflazione. E non a caso. Fu l'iperflazione galoppante della Repubblica di Weimar, dopo la prima guerra mondiale, a portare all'ascesa di Hitler e al dramma della seconda guerra mondiale. Per questa eredità storica e per scacciare il fantasma dell'inflazione che ancora oggi spaventa a morte la Germania, l'Unione europea ha come priorità assoluta il controllo dei prezzi e sull'altare della stabilità monetaria sacrifica anche la crescita economica. Utilizzare il NAWRU nel calcolo del Pil potenziale significa fare una precisa scelta ideologica, quindi imporre un metodo discrezionale, e significa oltretutto ricorrere a una formula spesso imprecisa dal punto di vista matematico-statistico (ad ammetterlo è la stessa Commissione europea, i cui economisti affermano che la stima del NAWRU è distorta nel breve periodo come riporta l'articolo di Petya Garalova e Carlo Milani pubblicato su Lavoce.info). Le formule adottate dalla Bce per giudicare i conti pubblici dei paesi membri, insomma, non ci sembrano affatto neutrali né attendibili. Probabilmente è anche per questo che la crescita economica dell'Europa è finita in un vicolo cieco.