8 marzo 2021
Aggiornato 07:30
Tassi troppo bassi

La Fed e il dilemma dei tassi, Williams: «Dovrebbero essere alzati più prima che poi»

Il governatore della Fed di San Francisco lancia l'allarme. Secondo John Williams, la presidente Janet Yellen dovrebbe alzare i tassi d'interesse per evitare il rischio di surriscaldamento dell'economia statunitense. Ma è davvero così?

NEW YORK – Secondo il governatore della Federal Reserve di San Francisco, John Williams, la Banca centrale americana dovrebbe ritoccare quanto prima il costo del denaro. Ma è davvero così?

Il governatore della Fed di San Francisco lancia l'allarme
I tassi di interesse negli Stati Uniti dovrebbero essere alzati «meglio prima che poi», secondo il governatore della Federal Reserve di San Francisco, John Williams. Altrimenti il rischio che si corre è quello di un surriscaldamento della congiuntura, che potrebbe avere ricadute negative ben oltre i confini americani. La posizione di Williams è netta: «la storia insegna che un'economia che si scalda troppo e troppo a lungo può generare squilibri, potenzialmente portando a un'eccessiva inflazione, bolle dei mercati e infine a correzioni economiche e recessione».

L'appello a Janet Yellen
Per questo, in un contesto in cui «l'economia è tornata ad avere piena forza, ha senso spostare gradualmente la politica monetaria verso la normalità», ha spiegato il governatore. Ed ha aggiunto parlando dal Nevada: «in un contesto di economia solida e con buono slancio, ha senso anche tornare ad aumenti graduali, preferibilmente meglio prima che poi». Secondo Williams, infatti, l'outlook del paese è di aiuto. I dati del mercato del lavoro sono buoni e l'inflazione, al di sotto del target del 2% considerato ottimale dalla Fed, potrebbe tornare a quel livello entro un anno o due.

L'intervento di Jackson Hole
Tuttavia, la presidente della Federal Reserve, Janet Yellen è stata molto più cauta durante il suo intervento a Jackson Hole. Ha annunciato che le possibilità di un incremento dei tassi di interesse negli Stati Uniti «sono aumentate negli ultimi mesi». Ma ha anche sottolineato che la crescita economica non è stata sufficiente a rendere meno «incerto l'outlook economico». Secondo gli ultimi dati, infatti, è stata ritoccata al ribasso per quanto riguarda il secondo trimestre dell'anno.

L'economia statunitense e l'imprevedibile «cigno nero»
E nonostante le stime più ottimiste diffuse dai media mainstream, c'è chi crede che l'economia degli Stati Uniti d'America non solo stia rallentando, ma rischi addirittura di implodere da un momento all'altro. Come avevamo già avuto modo di sottolineare, infatti, secondo l'articolo di Tyler Durden pubblicato su www.zerohedge.com, potrebbe essere sufficiente un qualsiasi evento avverso imprevedibile (quello che gli economisti chiamano «cigno nero») perché l'economia statunitense precipiti verso un'inesorabile depressione.

I segnali di una debolezza strutturale
Alcuni segnali di quanto potrebbe accadere sono già sotto i nostri occhi. Innanzitutto, come riporta l'autore, la produzione industriale sta subendo una flessione da circa nove mesi a questa parte, e non è mai accaduto nulla di simile (al di fuori di una recessione) in tutta la storia statunitense. Le attività di vendita sono in costante calo dalla metà del 2014 e l'incidenza dei pagamenti rateali è in aumento da gennaio 2015. Inoltre, gli ordini di fabbrica statunitensi sono in calo da oltre 18 mesi e la produzione di carbone è scesa al livello più basso negli ultimi 35 anni. La debolezza strutturale dell'economia statunitense sembra un problema tutt'altro che risolto.