25 giugno 2017
Aggiornato 00:00
Povera sinistra, che brutta fine

Il Partito Democratico si scinde. E getta l'Italia nel panico e nella disperazione

Una bellissima operetta, un genere nobile ma dimenticato, appassiona gli Italiani. Bersani se ne andrà? Renzi amerà ancora Speranza dopo il divorzio?

ROMA - Uno spettro si aggira per l’Italia. È lo spettro della scissione Pd. Compagni proletari che adorate la globalizzazione, il libero mercato, la finanza e le banche: spezzate le vostre catene. Non esiste più senso del limite nella farsa marxiana, ovvero la fase postuma di una tragedia che si ripete, nel drammone che prende nome di «scissione del Partito Democratico». Fase conclusiva di un percorso senza meta, una vagare ideologico in cerca di autore durato fin troppo, quasi dieci anni. Si iniziò a casa degli Agnelli, al Lingotto Torino. Si finirà a casa degli Elaknn, al Lingotto di Torino. Luogo perfetto che tutto racconta: oggi, l’ex fabbrica chiusa nel 1984 è un centro commerciale che langue, dove i negozi abbassano le serrande. La sede della Fiat non c’è più, è stata spostata in Olanda. Il salone del libro non si sa cosa sarà, l’amministrazione Appendino è rimasta con un pugno di mosche in mano dopo che Milano ha portato via tutto. Manco più il Salone del Gusto ci fanno, al Lingotto. Il luogo quindi è perfetto per l’atto conclusivo di una parabola al contrario, una catenaria in termini geometrici.

Non ti faccio più amico
Su cosa si dividono, non è chiaro. Probabilmente sulla figura di Renzi, che appare un despota agli occhi della vecchia guardia. Renzi, per chi conosce minimamente la storia della sinistra, è l'uomo che più assomiglia a Togliatti, ma per gli scissionisti non va bene. Per un partito che dovrebbe affondare le sue radici nel «materialismo storico» invece non è dato di discussione la visione sul reale. Chi se ne frega della realtà. Bersani e compagni, ma sarebbe meglio dire & company, sostengono che se ne andranno perché il partito avrebbe tradito i suoi elettori di sinistra. Probabilmente si riferisce alle misure imposte dai mercati e dall’Europa, che il suo partito ha progettato, votato e messo in pratica. Fiscal compact, privatizzazioni (Cassa Depositi e Prestiti in primis), jobs act, voucher, l’elenco è infinito.

Il comun denominatore da Prodi a Renzi
Da notare che l'ex segretario Bersani, nel suo intervento alla direzione Pd, ha messo nel seguente ordine i soggetti che devono essere rassicurati nei prossimi mesi: Europa, mercati, italiani. No comment. Ma ciò che risulta interessante è che coloro che ora sbattono la porta in nome di sedicenti valori della sinistra, hanno sempre avuto un solido impianto ideologico neo liberista. Il mito, l’esempio, di Matteo Renzi è Tony Blair. Il mito, l’esempio, dei vari D’Alema e Bersani è stato Tony Blair. I governi Prodi si sono caratterizzati per politiche economiche fortemente neo liberali: qualcuno ricorda il pacchetto Treu? Qualcuno ricorda «i capitani coraggiosi» che si papparono Telecom, encomiati da D’Alema? Qualcuno ricorda che l’abolizione dell’articolo 18, conclusa da Renzi, fu un cavallo di battaglia di D’Alema bloccato dalla Cgil? E le famose «lenzuolate», ovvero le liberalizzazioni del secondo governo Prodi?

Pentapartito
Dunque, la considerazione è abbastanza lapalissiana: la scissione se ci sarà, non avrò alcuna ragione materiale, ma sarà dettata da personalismo, invidia e rancore personale. Fatta questa doverosa premessa, è bene sottolineare che, per una volta, gli «scissionisti», hanno in mente un buon piano. Ovvero: Renzi si tiene il partito, noi ne fondiamo uno che avrà potere di vita o di morte sul prossimo governo. Renzi e D’Alema, gli altri sono personaggi in cerca di autore, stanno riproducendo ciò che tanto potere portò ai partitini della prima Repubblica, in primis al Partito Socialista di Bettino Craxi.

Il ritorno della prima Repubblica
Data la legge elettorale in essere, è chiaro che nessun partito da solo riuscirà a vincere le prossime elezioni con il 40%. Il M5s potrebbe tentare la scalata, ma le incertezze romane e torinesi, nei confronti del sistema palazzinaro e bancario, porranno un freno. Quindi, trovata la scusa, strampalata, del voto del congresso, il Pd va verso un scissione che gli permetterà di recuperare una fetta dell’elettorato in uscita verso il M5s. Sondaggisti dicono che il Pd renziano vale il 27%, mentre il nuovo organismo di sinistra arriva al 7%. Con un po’ di centristi, Verdini, Monti e il compagno Pisapia e il gioco è fatto: la prima Repubblica è tornata.

Gattopardo sempre tra noi
Nei prossimi giorni continuerà il teatro, pompato dai mezzi di comunicazione, inerente l’annoso o sentitissimo problema della data del Congresso Pd: roba forte, che inchioda le famose masse e le fa fremere come un sol corpo. Renzi farà il bullo, gli altri faranno gli offesi e così si andrà alla scissione in un crescendo wagneriano. Secondo atto: nasce il partito di sinistra. Terzo atto, prima delle elezioni: alleanza per senso di responsabilità. Et voilà, il gioco sarà fatto. Come diceva Tomasi di Lampedusa?