19 gennaio 2020
Aggiornato 00:00
Sindaci contro il sistema: ce la faranno?

Elezioni, un immenso no allo status quo: come l'onda lunga delle periferie ha travolto le città

Renzi ha perso: la mappa su cui sono distribuite le preferenze espresse evidenzia il radicamento dei «partiti sistema» nelle zone centrali delle metropoli, oggetto di violenti processi di gentrification. Mentre le periferie sono sempre più lontane.

ROMA - Un guidatore prende contromano l’autostrada. Accende la radio e sente una voce dire: «Attenzione, un pazzo in contromano!», e commenta: «Un pazzo contromano? Qui sono tutti contromano!». Matteo Renzi è come il famoso guidatore della barzelletta, perché lui, in queste elezioni, ha vinto: «Su 1300 sindaci ne portiamo a casa quasi 1.000. Ci siamo consolidati come prima comunità politica nazionale ed europea», scandisce sbracciandosi di fronte alle telecamere. Perbacco, è andata meglio che a Waterloo effettivamente, e quindi si può cantare vittoria. Poi, bontà sua, ammette che qualcosa non è andato bene e contento non può dirsi. Il Tg3, a lutto, lo fa vedere gasato come sempre nel dire che in fondo lui non ha perso, «è il partito che ha un problema», infatti il primo effetto sarà l’immediato commissariamento del partito a Napoli.

Le periferie in rivolta
L’onda lunga delle periferie ha travolto i raffinati centri città, decretando la netta vittoria del M5s: questa potrebbe essere la prima analisi di questo voto di giugno. La mappa su cui sono distribuite le preferenze espresse evidenzia il radicamento dei «partiti sistema» nelle zone centrali delle metropoli, quelle che sono state oggetto di violenti processi di gentrification durante gli ultimi quindici anni. Mentre le periferie, culturalmente, socialmente e fisicamente sempre più lontane dallo sfavillio dei salotti centrali, hanno votato in massa chiunque si opponga al sistema che ha decretato la loro sconfitta. Non il riconoscimento in un’idealità tout court: è l’urlo di un immenso «no» allo status quo.

Roma, Torino e le altre, città polarizzate con sistemi clientelari radicatissimi
Quelle che un tempo erano le roccaforti della sinistra sono così diventate disomogenee ridotte di opposizione. Mentre il partitone che oggi edita l’Unità, in cui un giorno sì e l’altro pure beatifica il sistema Bce-Merkel, non viene totalmente travolto solo grazie al voto aristocratico della gauche caviar che vive, e prospera, nel centro delle città. Cosa poteva accadere di diverso in città come Roma e Torino? Città polarizzate, dove centinaia di migliaia di poveri non trovano alcun sollievo dalle cosiddette «riqualificazioni urbane». Anzi, dove queste politiche, centrate sul mito dell’austerità, hanno scaraventato centinaia di migliaia di persone dalla borghesia, anche piccola, nelle classi subalterne.

Le metropoli moderne senza servizi, trasporti e piene di microcriminalità
Cosa poteva accadere in città che non hanno mai protestato a fronte dei tagli draconiani da parte del governo centrale, ma hanno mantenuto intatto un sistema di clientele rapinoso, creando così debiti enormi per foraggiare amici degli amici e ben di peggio, demolendo ogni valore morale ed etico. Commovente è stata la baldanzosità con cui il Partito Democratico ha affrontato le elezioni romane, come se «Mafia Capitale» fosse qualcosa di estraneo. E siamo di nuovo dentro la barzelletta, simpatico artificio linguistico che racconta i sintomi della «distorsione cognitiva patologica». Servizi scadenti, microcriminalità, trasporti disastrosi, asili privatizzati, tassazione record: queste sono le caratteristiche delle metropoli odierne, che i nuovi barbari, cioè tutti coloro che non sono di «sinistra», hanno promesso di ribaltare.

Sindaci contro il sistema: ce la faranno?
Ma ce la faranno? Riusciranno Raggi, Appendino e De Magistris ad affrancarsi qualora vincessero? Qui non si entra nel campo degli infiniti mondi possibili, ma nel campo dell’unico mondo esistente. Il sistema sovranazionale centrato sull’euro lascia pochi spazi di manovra, forse nessuno. Chi oggi esce con le ossa rotte dalle elezioni, in primis il presidente del Consiglio, non è mai stato un rappresentante del popolo, ma un curatore fallimentare. A cui sono stati dati dei severi parametri econometrici da rispettare: pena l’ostracismo. Il caso di Alexis Tsipras, la sua conversione dopo un voto trionfale che diceva un sonoro «No» ad essere solo un curatore fallimentare, è la prova di un sistema strutturato. Oggi i rappresentati delle istituzioni rispondono ad algoritmi dettati da banche d’affari mondiali, veicolati da Bce, Ue e così via, fino all’ultimo dei consiglieri comunali. La democrazia è un orpello che, fino a ieri, non prevedeva opinione difforme dal volere tedesco.

Servono immense quantità di denaro da investire
Ribaltare questa situazione sarà pericoloso per chi ci proverà. Città come Torino, Roma, Napoli, hanno necessità di immense quantità di denaro da investire: in sicurezza, servizi, lavoro, periferie, strade, gestione dei rifiuti, inquinamento. Recuperare queste masse monetarie, alla presenza di un governo centrale fiero portatore dei voleri di Deutsche Bank e Bce, necessiterà di irrinunciabili punti di rottura. Ce la faranno? Anzi, non è peregrino pensare a qualche avvertimento finanziario in stile 2011, nel caso grandi città come Roma e Torino dovessero cadere nelle mani dei nuovi barbari. L’artiglieria delle banche d’affari, quelle che per altro hanno in mano i debiti delle città, è sempre pronta a sparare. Per loro, che l’obiettivo si chiami Tsipras o Berlusconi o Raggi non cambia nulla. Si deve rispettare l’algoritmo che prevede tagli, tagli e ancora tagli.

De profundis per sinistra di lotta e di governo
Chi poteva opporsi a tutto questo? Lasciamo perdere il Partito Democratico, ormai allo sbando e sull’orlo dello sfacelo. Poteva farlo la sinistra di Fassina e Airaudo? La sinistra dei mille piedi in una scarpa? Gli eredi di Bertinotti che ancora non riescono a capire che gli operai, e i lavoratori in generale, li detestano, e al massimo possono recuperare i voti di hipster, docenti universitari, contesse e qualche romantico? A Torino il nuovo partito di Airaudo appoggia Chiamparino in Regione e va contro a Fassino in comune: quale può essere la credibilità di un progetto simile in un siffatto contesto storico? Idem Fassina a Roma, quello che ha votato il fiscal compact.

Destra che fa la destra
E la destra? La destra pare dare segnali di vita, nonostante le divisioni. A Milano andrà al ballottaggio, idem a Napoli. Mantiene un profilo ideologico autonomo, non prono a Renzi, disposta a perdere tutto ma non la dignità. Le sorti della destra post-berlusconiana, ma solo fino a un certo punto, dipendono da come si schiereranno nei ballottaggi di Roma e Torino, tenendo conto di una sola certezza: quanto offrono la Raggi e la Appendino in termini di posti di governo e sottogoverno è molto semplice. Niente. Matteo Salvini ha già detto «mai con il Pd», anche se il suo candidato sindaco a Torino, il notaio Alberto Morano, nelle settimane passate aveva rilasciato dichiarazioni di miele nei confronti di Piero Fassino. Il segretario della Lega Nord è consapevole che battere i sindaci del Pd non significa solo battere Renzi, ma spedire a casa la politica monetaria legata all’euro. Il tutto in previsione del referendum di ottobre: quando semplicemente si dovrà dire «Sì» o «No» a questo tipo di Europa. Con queste elezioni amministrative, un primo responso a siffatto quesito è stato dato.