19 settembre 2019
Aggiornato 09:00

Il grande ritorno del Novecento, Ivrea premia chi parla di lavoro: vince il centrodestra a trazione leghista

Parlare di vittoria del «populismo» a Ivrea è un'offesa. Vince chi rivuole le fabbriche, i padroni, gli operai. M5s e sinistra fuori dalla realtà

Matteo Salvini, ministro dell'interno, con il neosindaco di Ivrea Stefano Sertoli
Matteo Salvini, ministro dell'interno, con il neosindaco di Ivrea Stefano Sertoli ANSA

IVREA - La marea azzurro-verde conquista anche Ivrea, storica roccaforte della sinistra fin dal Dopoguerra. Un risultato storico, che mette in evidenza il radicamento del centrodestra a trazione leghista nella classe operaia che un tempo fu il cuore di questa città. Conquistare questa città significa conquistare il concetto di lavoro come strumento di emancipazione sociale, come mezzo per trasformare il mondo. Ci sperava Davide Casaleggio: Ivrea per il capo politico del M5s era il viatico per il Campidoglio sociale italiano. Ma il M5s scompare in questo territorio un tempo operaio, oggi senza una vera prospettiva. Prima cosa: dimentichiamo la retorica di Ivrea come città «olivettiana». Scomparsa la fabbrica, scomparsi gli operai, di quel tempo non è rimasto più nulla se non un ricordo vissuto dai più anziani e dai cultori di quella filosofia (della prassi) politica. Ivrea è una grande Torino che vive le stesse difficoltà economiche, sociali e culturali. Una città che non sa dove andare e cosa fare del suo futuro post industriale, anelato negli anni in cui la grande fabbrica produceva benessere e conflitto, e poi vissuto come una delusione una volta che la deindustrializzazione è stata trasformata dall'economia del loisir. I sogni, quando diventano realtà, spesso si manifestano con forme intrise di delusione.

Olivetti, scomparso
Ivrea vive la crisi della sinistra perché vive la crisi del lavoro: qui il M5s e la sua ideologia post produttiva nel cui cuore pulsa il reddito di cittadinanza non ha avuto successo. I voti sono andati al centrodestra della Lega, che da queste parti continua a battere il chiodo delle fabbriche, degli imprenditori, degli operai, delle cose da produrre. Stefano Sertoli è il nuovo sindaco: ha conquistato il 52,74 per cento dei voti; Maurizio Perinetti, portabandiera del centrosinistra, il 47,36 per cento. Lo sconfitto di Ivrea Maurizio Perinetti, candidato del Pd, sottolinea che «purtroppo in questo periodo è difficile fare politica: abbiamo perso contro i populismi». E aggiunge: «Se avessimo fatto qualche apparentamento forse avremmo vinto, ma non saremmo stati coerenti con i nostri elettori. Usciamo quindi da questa contesa elettorale a testa alta, con la convinzione di avere mantenuto il nostro stile».

Dimenticate il «populismo»
Rifugiarsi dentro le comode categorie del populismo appare la strategia perfetta per scomparire, per non prendere atto della trasformazione in corso. La sinistra continua a non voler fare i conti con la realtà e rifugiarsi dentro cliché, per altro scandalosamente classisti. Di «presa del populismo» si potrà anche parlare in alcune parti d'Italia, magari depresse economicamente e culturalmente, ma a Ivrea questo è impossibile. E' un insulto alla storia e al presente di questa piccola città. Ivrea è sempre stata una città laboratorio, e si conferma anche in questo caso. Circondata da un territorio storicamente democristiano e poi berlusconiano, ha premiato per quasi settant'anni la cultura di sinistra: la cultura del lavoro coniugato alla cultura, allo sviluppo, non sono materiale, della personalità. Oggi, ridotta a essere un'appendice romantica di ciò che fu, Ivrea cambia registro.

Il lavoro, prima di tutto
Sogna chi spera che il centrodestra a trazione leghista a Ivrea abbia vinto grazie alle sparate sulla sicurezza, sui migranti e sui barconi. E' una tendenza mondiale e inarrestabile quella che si conferma nella ex città fabbrica patria del socialismo utopista degli Olivetti: i movimenti di destra vengono percepiti come portatori di lavoro, perché continuano a parlare di lavoro. Capita a Torino, negli ex quartieri operai che accolsero centinaia di migliaia di lavoratori provenienti da ogni parte d'Italia. Gli operai, ormai in massa, dopo il breve passaggio attraverso il M5s, votano la destra di Salvini. E confidare che lo facciano per intolleranza è solo una pia speranza, peraltro nel peggio. Lo fanno perché, seppur in maniera sgangherata, rivogliono al centro della loro vita la figura dell'impresa sul territorio.

Ivrea come l'America di Trump
L'immagine che racconta questo processo mondiale è quella del presidente statunitense Trump che firma la legge sui dazi circondato da operai con la tuta blu, sorridenti e soddisfatti. E non c'è nessuna differenza tra Ivrea, Torino, Detroit e qualsiasi altra città post industriale rimaste in balia dell'anarchismo liberista globale. La grande trasformazione delle città, lo sgombero della produzione verso lidi dove la schiavitù aumenta il saggio di profitto in cambio di turismo e cultura, mostrano la corda e evidenziano i limiti di un modello che genera alienazione. La sconfitta pesante di centrosinistra e M5s a Ivrea rappresenta questo spaccato.I primi rispondevano all'epoca della fine del lavoro con forme di assistenza statale, più o meno edulcorata. I secondi hanno sperato che la finanza potesse generare un po' di «sgocciolamento» della ricchezza dal vertice della piramide sociale verso il basso. Vince la destra che, semplicemente, rivuole le fabbriche in Italia.

Il Novecento
La destra rivuole tutto: gli industriali, quelli veri che scendono nel capannone, gli operai, le ciminiere, le cose, i pezzi, «i toc», come si dice proprio a Ivrea. Chi non comprende questo passaggio è spacciato. Rivince un'idea di capitalismo tradizionale, titpicamente piemontese e borghese, in cui anche gli operai sanno che il «padrone» è una figura centrale. E' una visione tradizionale del lavoro, novecentesca. Salvini, in quanto capo del governo, può tranquillamente veleggiare verso la vittoria nazionale dopo aver preso atto della «sua» vittoria a Ivrea: una città moderata, legata più di ogni altra cosa al culto del lavoro.