26 giugno 2019
Aggiornato 18:30
Una guerra sul fronte del gas e del nucleare

La guerra dell’energia dichiarata dagli Stati Uniti alla Russia. Per accaparrarsi l’Europa

Il ministro degli Esteri russo ha accusato gli Usa di approfittare delle difficili relazioni tra Russia ed Europa per vendere il proprio shale sul mercato europeo. Non solo ha ragione: c'è di più

MOSCA - La «nuova guerra fredda» in corso tra Occidente e Russia passa anche per l'energia e il gas. Che costituiscono, poi, il «collante» principale tra un'Unione europea tendenzialmente allineata agli interessi statunitensi, e una Russia che lotta strenuamente per vanificare il piano di isolamento che Washington aveva studiato per lei dopo la crisi ucraina. L'ultimo segnale che ha riportato in superficie questa «guerra sotterranea» è stato il monito del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, secondo cui gli Stati Uniti stanno cercando di approfittare del raffreddamento delle relazioni tra Russia e Ue per vendere il loro gas naturale liquefatto sul mercato europeo. 

Il monito di Lavrov
«Ignorando le realtà economiche e i suoi interessi finanziari, l'Ue ha intenzione di politicizzare il problema legato alle forniture del nostro gas all'Europa e cerca altrove dei fornitori a suo svantaggio», ha spiegato Lavrov. «Nello stesso tempo gli Usa stanno cercando di trarre vantaggio dell'attuale raffreddamento dei rapporti tra noi e l'Unione europea per imporre il gas naturale liquefatto agli europei, (gas) che richiede infrastrutture molto costose e che una volta costruite sono difficili da smantellare». In effetti, il tentativo di svincolare il mercato energetico europeo dalla dipendenza russa è un piano che Washington sta perseguendo da tempo, ma con più vigore dallo scoppiare della crisi ucraina.

L’arenarsi del TTIP un brutto colpo per Washington
L’obiettivo statunitense – e più nel dettaglio dell’attuale amministrazione Obama – sarebbe in pratica quello di arrivare a una riduzione delle forniture russe in Europa, e a una futura sostituzione di queste ultime con lo shale oil americano. Non certo un obiettivo a portata di mano, soprattutto in tempi brevi, viste le complicazioni tecniche e logistiche, oltre ai problemi connessi ai costi di trasporto e ai prezzi di vendita (il mercato asiatico è più profittevole di quello europeo). In tale prospettiva, l’arenarsi dei negoziati sul TTIP ha frapposto qualche ostacolo in più alla realizzazione del piano di Washington: perché il trattato di partnernariato transatlantico avrebbe in parte consentito di superare i limiti di legge che impediscono agli Usa di esportare in quei Paesi con cui non hanno siglato un accordo di libero scambio che contempli anche il tema dell’energia.

La variabile turca
Oltre al TTIP, un altra contingenza storica avrebbe potuto favorire gli americani: vale a dire la grave crisi diplomatica tra Mosca e Ankara dopo l’abbattimento del jet russo lo scorso novembre. Una crisi che sembrava destinata a cancellare il piano di costruzione del gasdotto Turkish Stream, che renderebbe la Turchia un hub energetico per l’Europa senza passare per l’Ucraina. Non a caso, nei lunghi mesi in cui si è quasi sfiorata una guerra tra Russia e Turchia, in Occidente si faceva un gran parlare della possibilità, per l’Ue, di cogliere quell’occasione per svincolarsi da Mosca e importare più gas liquefatto dall’America. Qualcun altro parlava anche di altre opzioni: come il Qatar o, la regione del mar Caspio o addirittura l’Australia.

Ma a che pro troncare con la Russia?
Ma il recente e improvviso riavvicinamento tra Russia e Turchia ha nuovamente scombussolato le carte in tavola. E a maggior ragione con il fallimento dei negoziati del TTIP, sarà certamente più complicato per l’Europa svincolarsi dalla dipendenza russa. In realtà, la domanda giusta da porsi è a chi converrebbe una tale prospettiva. Quali sarebbero le conseguenze di un allontanamento del Vecchio Continente dal mercato energetico russo? Si parta dal presupposto che un’ipotetica sostituzione dei flussi energetici russi con quelli americani costringerebbe perlomeno Mosca, per far fronte al drastico calo di entrate valutarie, a guardare all’Asia – soprattutto alla Cina –, a discapito di qualsiasi forma di dialogo strategico ed economico con l’Europa. Una prospettiva che, tutto sommato, non converrebbe più di tanto neppure all’Occidente, che già guarda con sospetto e timore qualsiasi forma di cooperazione sino-russa.

Un’interdipendenza che conviene anche all’Europa
Inoltre, se è vero che l’Europa è ancora il principale cliente della Russia, è altrettanto vero che parlare di una dipendenza univoca del Vecchio Continente è fuorviante. La relazione economica è ovviamente a doppio senso: Mosca ricava dall’export di energia un ammontare pari al 18% del proprio Pil (368 mld di $), il Vecchio Continente assorbe il 61% delle esportazioni energetiche della potenza euroasiatica ricavandone l’energia necessaria. E’ facilmente intuibile che interrompere un tale flusso avrebbe ripercussioni economiche su entrambe le parti: anche, quindi, per l’Europa, le cui multinazionali, peraltro, sono presenti nel capitale di fondamentali gasdotti come il Nord Stream, il Blue Stream e il South Stream.

L’Italia sarebbe il Paese più colpito
L’Italia, in particolare, sarebbe il Paese che più ne soffrirebbe. Gazprom ha venduto nel 2015 al nostro Paese 29,9 Gmc di gas, il 49,2% dell’import italiano, rispetto ai 20,7 Gmc del 2006 (34,9% del gas acquistato all’estero). Qualsiasi altra soluzione sarebbe del tutto a-strategica, in primis perché i tradizionali fornitori sono in crisi. Per quanto riguarda, in particolare, il gas naturale liquefatto, l’ipotesi di importarlo dall’America non è per nulla conveniente, un po’ per l’inesistenza di impianti di liquefazione negli Usa e di gassificazione in Europa, un po’ per ovvi motivi legati a costi di trasporto e prezzi di vendita. Senza contare che l’Italia ha un naturale interesse nello sviluppo di progetti di trasporto del gas che seguano rotte meridionali.

La guerra del nucleare: Westinghouse vs Rosatom
Ma il quadro sarebbe incompleto, senza citare l’ulteriore obiettivo di Washington in tale «guerra dell’energia»: quello di vincere, cioè, la partita con Mosca anche sul fronte del nucleare. Un autentico testa a testa è infatti in corso in Europa orientale tra la Westinghouse Electric (WEC) e la russa Rosatom. Non a caso, nel 2012 l’allora segretario di Stato Hillary Clinton cercò di fare pressioni su Praga per affidare alla Westinghouse (un tempo 100% americana, oggi per il 90% giapponese), e non alla rivale russa, la costruzione e la gestione di due nuovi reattori nucleari presso la centrale di Temelin. Ne scaturì un vero e proprio testa a testa a fasi altalenanti che ha infine favorito i russi, anche perché, contrariamente alle aspettative, il combustibile in passato fornito da Westinghouse  era ben più costoso, ma anche molto meno sicuro di quello russo.

Dall’energia alla geopolitica
Ad ogni modo, il tentativo della Clinton era parte di una strategia tesa a sfilare l’Europa orientale dal mercato dell’energia nucleare russa. «Gli ufficiali di politica estera americani hanno più volte esplicitato il loro supporto per la Westinghouse, imponendo agli europei di scegliere quella compagnia come fornitore di materiale nucleare con il pretesto di ridurre la dipendenza energetica da Mosca», ha spiegato il portavoce di Rosatom Vladislav Bochkov. Secondo Stratfor, gli Stati Uniti continueranno a supportare la Westinghouse, sia sul piano politico che finanziario: a maggior ragione se l'ex segretario di Stato di Obama diventerà Presidente. L’obiettivo è chiaro: oltre alle ovvie implicazioni economiche, gli Usa cercano in tutti i modi di diminuire l’influenza del Cremlino e di isolarlo il più possibile. Un obiettivo che, almeno dal punto di vista strettamente geopolitico, è stato per ora mancato clamorosamente.