26 settembre 2018
Aggiornato 03:00

Distruggere la manovra avversaria: calcio umile della Russia per comprendere la politica di Putin

Quali relazioni ci son tra il gioco della nazionale russa ai Mondiali di calcio e la strategia politica dell'uomo che fa tremare il mondo?
Il presidente russo Vladimir Putin visita il 2018 FIFA World Cup Football Park sulla Piazza Rossa
Il presidente russo Vladimir Putin visita il 2018 FIFA World Cup Football Park sulla Piazza Rossa (EPA/ALEXEI NIKOLSKY/SPUTNIK/KREMLIN)

MOSCA - Pare che a volere l'effige stilizzata del «ragno nero» quale immagine ufficiale dei Mondiali di calcio russi sia stato, nel 2014, il presidente russo Vladimir Putin in persona. Il presidente, come noto, non è un calciofilo: Putin pesca salmoni e lucci, caccia tigri siberiane – narcotizzandole – e spesso gioca ad hockey nella sua amata San Pietroburgo. Partite un po' così, dove gli fanno fare anche goal. Ma, il «ragno nero», al secolo Lev Yashin, unico portiere della storia a vincere un pallone d'oro, aveva una caratteristica che in Russia, oggi, vale più di tutto, il suo motto: «Noi siamo un anatema contro la sconfitta, un pezzo di legno in mezzo al mare al quale aggrapparsi se nella tempesta la barca scuffia e ci si ritrova in balìa delle onde». Il portiere, morto nel 1990, fu un'icona del regime sovietico, se ne andò prima del crollo del 1991. Oggi è tornato al suo antico ruolo, perché ben rappresenta la Russia che ha attraversato la tempesta del crollo dell'impero, l'anarchia dei primi anni Novanta, il saccheggio mafioso dell'economia, la subalternità dell'epoca eltsiniana al potere europeo e statunitense, la guerra in Cecenia, la lotta al terrorismo, e la minaccia perpetua di un collasso in stile jugoslavo della stessa Russia. Ma, come un pezzo di legno nel mare in tempesta, è riuscita a non affondare, a galleggiare fino a trovare un approdo sicuro.

Come un legno nel mare
Che questo punto di terra ferma si chiami Vladimir Putin non ha nessuna importanza. I russi ne sono sicuri, gli occidentali o ridono o tremano di questa prospettiva. In ogni caso, oggi la Russia esiste e, addirittura, fa tremare il mondo: come già accaduto in passato. I primi a ridere, compiaciuti, di questo sacro terrore che pervade l'occidente sono gli stessi russi, come vi avevamo raccontato nel nostro reportage in occasione del centenario della Rivoluzione d'Ottobre. Sulla figura del mitico portiere Lev Yashin si incardina la visione del mondo del presidente russo. Priva di un'ideologia forte in termini novecenteschi, legata al retaggio simbolico comunista, soprattutto bellico, ma con una prospettiva nazionalista, religiosa e conservatrice chiaramente di destra.

Un coacervo di appartenenze
Putin poteva scegliere molti altri campioni sportivi, ma ha scelto un simbolo del passato. Perché sa che il suo Paese è un coacervo di appartenenze, spesso opposte: e l'unico modo per rafforzare la Russia, intesa come comunità, è rafforzarle tutte. La prova è data dalla reazione dei tifosi russi, di tutto il mondo, alle vittorie della loro nazionale. I social sono uno spaccato percettivo straordinario. Si va dalla nuova destra sovranista ai nostalgici dell'Urss che piangono quando suona il famoso inno: nel quarto di finale raggiunto dai russi ognuno legge i significati politici che preferisce. Putin lo sa, e non fa nulla per smentire questa percezione. Chiaramente la sua cultura è di destra, anche se fu un colonnello del Kgb e non ha mai abiurato quel tempo. Non a caso, uno dei filosofi a lui più vicino – ma questa è la lettura dell'occidente, nessuno sa dove la leggenda termini e inizi la verità, come del resto in tutte le condizioni importanti della Russia da sempre – è Alexander Dugin, fondatore insieme allo scrittore Limonov, da cui poi si è allontanato, del Partito Nazbol: un sincretismo tra nazionalsocialismo e bolscevismo.

Senza ideologia, solo per il suo popolo
Dugin sostiene che la Russia di oggi sia Nazbol: Putin non ha mai detto nulla di simile. Ma nemmeno l'ha mai smentito. In questo senso Lev Yashin portato a simbolo del Mondiale di calcio russo è l'apice più elevato: un campione sovietico, genuinamente comunista, esempio della nuova Russia nazionalista e conservatrice. Ma, anche sotto questo punto di vista, le interpretazioni sono molteplici. La politica russa attuale, che per pigrizia inquadriamo come destrorsa, è una novità storica? Il «socialismo in un solo Paese» fu il motto che connotò il regno di Josef Stalin: l'uomo che fece del patriottismo l'evoluzione del leninsmo e il cuore del, suo, comunismo. Il patriottismo russo, che ha la caratteristica di portare a valore ogni tipo di retaggio, non è di destra o di sinistra, in termini novecenteschi. Il patriottismo russo è russo e basta: è quel gusto che si prova nel non andare da Mac Donald's, o andarci una volta ogni tanto, e preferire di gran lunga il fastfood locale che si chiama Telemok: dove si possono mangiare, a poco prezzo, cibi tipicamente russi. Per questo Lev Yashin, che fu un campione oggi sconosciuto, diventa il simbolo globale di una nazione che offre al mondo i suoi Mondiali di calcio.

I Mondiali normali
Mondiali che appaiono straordinariamente normali. Paragonati, non senza vergogna per chi l'ha scritto e detto, ai Giochi Olimpici del 1936, i campionati di calcio voluti da Putin non si presentano come un proscenio per la propaganda politica del presidente: come i denigratori sostenevano e sostengono. Putin è il personaggio maggiormente assente: non va nemmeno a vedere le partite della sua nazionale, tranne quella di inaugurazione. Ai russi il calcio interessa poco. I russi hanno voluto regalare una festa al mondo: forse per farsi accettare? Chissà. I Mondiali del 2018 assumono così il valore di un messaggio della Russia al mondo: «Ehi siamo qui, ci piace il calcio, la festa e fare affari. Abbiamo le nostre tradizioni e la nostra cultura: ma le nostre porte sono aperte». Ma niente da fare: Putin e la Russia rimangono il nemico dell'occidente che vuole conquistare l'Europa. E' il titolo di un approfondimento, sconcertante, dell'Espresso pubblicato questa settimana.

Il calcio russo, la filosofia di Putin
Per chi ha visto qualche partita della Russia sarà più semplice comprendere la politica di questo Paese. La Russia è scarsa, la Russia non ha un gioco, la Russia tenta solo di disfare la manovra avversaria per novanta minuti. I giocatori sono maniscalchi del pallone, tipicamente russi, che corrono e picchiano la palla, e non solo. Così fa la politica di Putin: per non essere annientata, la Russia disfa il gioco avversario. Lo fa in ogni modo, ma la tattica che preferisce è quella di sostenere tutte le forze anti sistema che si aggirano per l'Europa. Non ci fossero le truppe Nato piazzate a un passo dal confine russo, non ci fossero le sanzioni, appena prorogate di sei mesi dall'Euoropa, non ci fosse un enorme pregiudizio, magari tutto questo non ci sarebbe: nessuno può dirlo. Come non si può dire che il sostegno di Putin sia genuino: l'uomo è sempre più anti ideologico, legato solamente all'interesse del suo Paese, un enigma. A Putin interessa solo la Russia.

Ai quarti contro gli ex nemici
Domani si giocherà un quarto di finale storico: Russia contro Croazia. I due Paesi sono separati da antiche ruggini. La Russia da sempre è la sorella della Serbia, e durante la II Guerra mondiale – mai dimenticare il sacro valore simbolico di quella guerra per la Russia – gli Ustascia croati – che danno il simbolo all'attuale bandiera – furono fedeli alleati dei tedeschi. Certo sono passati molti anni e di quel tempo lontano rimane solo qualche lontano ricordo tra gli storici e gli appassionati. Ma non sarà solo una partita di calcio.