16 dicembre 2018
Aggiornato 19:30

I Mondiali di calcio in Russia, l'ultima occasione per chiudere una Guerra Fredda che danneggia tutti

La Russia investe 50 miliardi di dollari tra Olimpiadi e Mondiali: riuscirà la sua economia mista a reggere l'impatto?

Il presidente russo Vladimir Putin con il principe saudita Mohammed bin Salman e il presidente della FIFA Gianni Infantino durante il match Russia-Arabia Saudita a Mosca
Il presidente russo Vladimir Putin con il principe saudita Mohammed bin Salman e il presidente della FIFA Gianni Infantino durante il match Russia-Arabia Saudita a Mosca (ANSA/AP Photo/Hassan Ammar)

MOSCA - I Mondiali di calcio più spettacolari - almeno secondo gli organizzatori - della storia sono iniziati. I campionati che il mondo attende, tranne l'Italia, incapace di qualificarsi a causa di una scadente prestazione sportiva, vanno in scena in Russia. Ma la portata dei Mondiali di calcio, di questi Mondiali di calcio, travalica ampiamente il valore sportivo ed entra in quello politico e storico come mai nessuna edizione precedente. Dopo le Olimpiadi di Sochi del 2014, le più costose della storia e dall'iperbolico valore politico, ora è il momento dei Mondiali di calcio, strumento che il governo russo vede come passo in direzione del mondo.

La carta dello sport
Isolata politicamente, la Russia di Vladimir Putin riprova a giocare la carta dello sport per venire incontro ai partner occidentali che perseverano a inquadrarla nel mirino come un nemico da abbattere. Le sanzioni economiche, che peraltro sembrano colpire maggiormente i Paesi europei e in particolare l'Italia, sono state superate dalla Russia proprio grazie a una spesa pubblica senza precedenti nella sua recente storia post-sovietica. E a un commercio con l'estero che guarda sempre più verso la Cina e l'India. Un investimento in infrastrutture sostenuto solo dalla Banca centrale russa, in deficit, sul rublo, pari a cinquanta miliardi di dollari. Un intervento pubblico che ridicolizza l'austerità, il dogmatismo europeo che stronca ogni tipo di intervento pubblico e rende i grandi eventi sportivi sempre insostenibili. Siamo di fronte al dilemma dei dilemmi, che travalica i confini russi e si allunga sull'intera Europa.

La Russia e il petrolio, ma non solo
L'economia russa, che il presidente Putin sta forgiando su una base autarchica – anche in virtù delle sanzioni – al momento non potrebbe sopravvivere senza l'esportazione di risorse naturali. Si pensi al petrolio e soprattutto al gas che rendono possibile lo stile di vita occidentale dell'Europa. Il prezzo dell'oro nero ha avuto negli anni passati un forte rialzo, per poi ridiscendere a livelli insostenibili: il tutto per ragioni politiche. Il calo, dell'ordine del 65% dai massimi, aveva come scopo il collasso dell'economia russa e la conseguente caduta del suo Presidente. Evitata questa condizione, non senza fatica, il prezzo del greggio è ricresciuto fino a sfiorare gli ottanta dollari al barile. Dopo di che, proprio grazie al ruolo giocato dalla Russia in sede Opec, e d'accordo con l'Arabia Saudita, il prezzo del barile è ridisceso. Un danno non secondario per le casse, rimaste vuote, della Russia di Putin. Il governo russo, solo pochi giorni fa, ha fatto sapere che il prezzo corretto per loro è pari a sessanta dollari al barile: una perdita, su una scala temporale annuale, di oltre venti miliardi di euro rispetto ai massimi.

Perché questa scelta?
Dopo la sgangherata vicenda del giornalista anti Putin ucraino che ha finto di essere stato ucciso da sicari russi, dopo l'ancor più ridicolo avvelenamento di una ex spia in pensione a Londra, e soprattutto dopo il dispiegamento di un reggimento corazzato in Polonia della Nato, i Mondiali di calcio potrebbero aprire una distensione diplomatica. L'asse anti Putin sembra aver giocato le sue carte senza ottenere risultati: anzi, la virulenza degli attacchi sta portando alla paradossale situazione che la simpatia per il Presidente russo in occidente sta aumentando. Il Presidente statunitense Trump ha compreso la situazione e ha tentato di far rientrare nel consesso del G7 la Russia, espulsa in virtù dell'intervento nel Donbass e in Crimea, ricevendo in cambio un rifiuto netto: la Russia, osteggiata a ovest, ormai guarda ad est, e in particolare agli scambi commerciali con la Cina. Così, mentre sul fronte occidentale l'Europa, e la Nato, continuano a schierare soldati, su quello orientale l'ex blocco comunista si riavvicina e fa affari a profusione.

Da dove arriva la forza di Putin
Da qui deriva la sicurezza di Putin in un investimento pubblico avventuroso come l'accoppiata Olimpiadi e Mondiali di calcio? Coperto sulle esportazioni di gas e petrolio da un occidente sempre più affamato, Putin sta mettendo in campo una politica economica mista particolarmente aggressiva: fondata su investimenti pubblici a debito e ancorata ad un import-export sempre più vasto con la Cina, in grado di compensare la fuga suicida degli importatori europei e statunitensi. La situazione sociale appare oscillante, in bilico tra una ripresa solida e l'inerzia di una stagnazione che colpisce in particolare le zone povere siberiane. Non a caso, tutte le partite si giocheranno nella Russia europea, con la sola eccezione di Ekaterinburg. Il processo di destabilizzazione che la Russia porta avanti in occidente, peraltro in essere solo grazie all'isteria di determinate amministrazioni che non esitano, come visto, a rendersi ridicole e non credibili, potrebbe essere interrotto: e i Mondiali di calcio, come le Olimpiadi, sono stati voluti proprio per questo fine. Ma in questi giorni si leggono già editoriali e commenti che zoppicano sull'eterno pregiudizio anti russo, sul nemico alle porte che vuole dimostrare la sua potenza al mondo per intimidirlo.

Fermare l'assedio, aprire i mercati
Caduto il piano ideologico con la fine dell'Unione Sovietica, questa minaccia fuori dalla storia e dal senso del ridicolo appare irrazionale. L'organizzazione della più occidentale delle manifestazioni sportive rappresenta il quadro culturale entro cui si muove il «pericolo russo». Un Paese orgoglioso, patriottico finché si vuole – ma non è un pregio o un difetto, è solo una caratteristica da rispettare – che ambisce a fare affari con il mondo intero: senza possibilmente essere minacciato ogni settimana in virtù di un improbabile imperialismo retaggio di tempi ormai lontani. Indubbiamente rimangono aperte le ferite del Donbass, che meriterebbero altra analisi e altro spazio in virtù della loro complessità. Ma oggi, e per le prossime tre settimane, il mondo ha la straordinaria occasione di fare un passo verso la Russia: un passo doveroso, nell'interesse di tutti.