9 dicembre 2019
Aggiornato 19:30
Più tasse per tutti

Riforma del catasto, la vera ragione? Aggredire il risparmio degli italiani per sanare il debito pubblico

Una più equa normativa fiscale: questa la nobile, e ragionevole per molti aspetti, motivazione che dovrebbe portare alla nuova normativa inerente le rendite immobiliari. Ma l'impianto ideologico fa capire che la realtà sarà molto diversa

Riforma del catasto
Riforma del catasto ANSA

ROMA - Il primo aspetto da sottolineare è molto semplice, perfin brutale: quando si sente parlare di riforma del catasto la mano deve correre subito al portafogli. Per metterlo al riparo. E’ lo strumento più antico inventato dalla civiltà umana per classificare, e tassare, la proprietà privata degli immobili. Il catasto, derivato dalla lingua greca κατάστιχον, ovvero «riga per riga», nasce in Mesopotamia sotto il regno degli Ur, e ben presto irrompe nella civiltà egizia, greca, romana e araba. Nel XVIII secolo vennero attuate varie riforme del catasto, che comportarono in taluni casi violente sommosse. Idem fecero Napoleone Bonaparte e Maria Teresa d’Austria, che introdussero innovazioni come la territorialità dell'imposta, la presentazione grafica del terreno mediante mappe particellari, imposizione commisurata al reddito medio ordinario determinato col metodo delle qualità, classi e tariffe.

In Europa nessuno come noi
Oggi il nostro Paese ha un caratteristica che lo distingue dalla stragrande maggioranza delle altre nazioni che afferiscono alla Comunità europea: agli italiani piace smodatamente la casa di proprietà. Differentemente da quanto avviene, ad esempio, in Germania, dove solo poco più dei tedeschi vive in una casa di proprietà. Più della metà della popolazione in ciascuno degli Stati membri dell'Ue (cfr. grafico 2) abitava nel 2014 in un alloggio di proprietà, con quote variabili dal 52,4 % in Germania fino al 96,1 % in Romania. Nessuno degli Stati membri dell'Ue ha dunque registrato una quota di residenti in abitazioni in affitto più elevata rispetto alla percentuale della popolazione abitante in un alloggio di proprietà. Per contro, in Svizzera (dato del 2013) la percentuale della popolazione residente in abitazioni in affitto (circa il 56,0 %) superava quella della popolazione abitante in un alloggio di proprietà. In Svezia (61,3 %) e nei Paesi Bassi (59,2 %) più della metà della popolazione viveva in un'abitazione di proprietà per la quale stava pagando un mutuo, così come in Norvegia (65,6 %) e in Islanda (62,9 %; dato del 2013). Per questa ragione, secondo i critici, da tempo la Comunità europea ha tra le sue linee fondanti la tassazione sul patrimonio e non già, ad esempio, sulla rendita finanziaria.

La casa? Un pozzo di san Patrizio per sanare il debito pubblico
In particolare, per quanto riguarda l’Italia, la "passione" per il mattone di proprietà è vista come un pozzo di san Patrizio ove attingere il denaro che dovrebbe coprire il famoso, e per molti perfettamente legittimo, debito pubblico. La retorica sul debito ha assunto ormai forme dirompenti, e l’imposizione fiscale sulla casa continua ad essere lo strumento principe per far pagare il conto alla classe media già violentemente impoverita da tre decenni di globalizzazione neoliberale. La famosa tassazione patrimoniale, che solo più i malpensanti riescono ad associare ad un valore etico redistributivo, è divenuto lo strumento principe per il trasferimento della ricchezza dalle classi medio basse al settore finanziario. In ben altri contesti dovrebbero essere cavate le risorse atte a rimpinguare le sempre più esangui casse pubbliche.

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Finto progressismo
La riforma si dice che sia necessaria: perché la precedente normativa risale al 1939. Una questione anagrafica, parrebbe di capire: un po’ debole in un tempo di falsi miti legati alla rottamazione del «vecchio», sostituito da un giovanilismo tardo ottocentesco. In ogni caso, tutto dipende da come si fanno le riforme. In questo sarà parte del piano quinquennale conosciuto come Piano nazionale delle riforme allegato al Documento di economia e finanza che l’esecutivo Gentiloni approverà entro il 10 aprile per poi inviarlo a Bruxelles.

Cosa intende fare il governo
Il governo assicura che la riforma avrà come caposaldo «l’invarianza di gettito». Però vi sarà anche «un riequilibrio del prelievo, ottenuto allineando i valori catastali a quelli di mercato». Questo dovrebbe scaturire da una maggiore tassazione, la rendita catastale appunto, per gli immobili ubicati nel centro delle città più importanti. Il valore patrimoniale dei circa 63 milioni di immobili italiani verrà calcolato in bae ai metri quadri, partendo dai valori di mercato rilevati dall’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle Entrate e tenendo conto di posizione e caratteristiche dell’immobile.

Aggredire il risparmio degli italiani per non sfiorare neanche la finanza
Di più non si sa. Ma basta l’idea di fondo, secondo cui nelle zone centrali delle città vivrebbero «i ricchi», per dare un’idea di estrema superficialità. Indubbiamente tali territori urbani sono soggetti a forti spinte gentrificanti, con violenti processi di espulsione delle classi meno agiate. E’ un processo storico senza tempo, di cui hanno scritto tutti: da Tacito a Zola, in ogni epoca, sotto profili filologici diversi. Ma la sostanza è sempre stata quella. Ad esempio, pensare che il centro storico di Napoli sia un luogo dove risiede solo la ricca borghesia è incosciente. E così per quasi tutti i maggiori centri urbani italiani. Questo senza tener conto del fatto che gli immobili italiani, dal 2008, hanno subito un deprezzamento pari al 40% del loro valore. Una discesa che, per altro, perdura. La ragionevolezza di una più equa distribuzione della pressione fiscale si scontra quindi con una proposta anti storica. Ad essere aggredita dovrebbe essere la ricchezza finanziaria, soprattutto quella delle società di capitali off shore: per il semplice fatto che tale comparto paga al momento qualcosa di molto prossimo allo zero assoluto. Vi è quindi in prospettiva l’ennesima aggressione al risparmio immobiliare che, per altro, è frutto di reddito già tassato. Ancora una volta, l’Europa della diseguaglianza allunga gli artigli dove i governi permettono.