14 dicembre 2019
Aggiornato 00:00
Economie a confronto

Da Telecom a Mediaset, perché i francesi si stanno comprando l'Italia e noi restiamo indietro

Il Belpaese è da sempre una terra di conquista per i nostri cugini d'Oltralpe e la nuova «discesa» dei francesi non promette niente di buono, come ha dimostrato la scalata ostile di Vivendi su Mediaset

Angela Merkel, Francois Hollande e Matteo Renzi.
Angela Merkel, Francois Hollande e Matteo Renzi. Shutterstock

ROMA – Fin dai tempi di Napoleone Bonaparte l'Italia è sempre stata terra di conquista dei cugini d'Oltralpe e non a caso i francesi recentemente hanno messo gli occhi su alcuni gioielli di famiglia nostrani, come ha dimostrato la scalata ostile di Vivendi su Mediaset. Ma, nel bel mezzo della crisi economica e politica dell'Unione europea, cosa dobbiamo aspettarci da loro nei prossimi mesi? Un confronto tra l'economia italiana e quella dei nostri amici-nemici in questo momento è più che mai attuale e utile per capire quali sono le nostre debolezze.

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La «nuova» discesa dei francesi in terra d'Italia
Negli ultimi cinque anni i francesi hanno comprato aziende italiane per 24 miliardi di euro (dati Bloomber dal 2011 al 2016). E non si tratta di investimenti stranieri, perché non sono state create nuove imprese, ma sono passate sotto la bandierina rossa bianca e blu quelle già presenti sul territorio dello Stivale. In parole povere potremmo dire che la Francia si sta comprando l'Italia. Non che sia una novità dal punto di vista storico, perché dai tempi di Napoleone Bonaparte il Belpaese è sempre stato terra di conquista dei cugini d'Oltralpe. E la storia, sapete, si ripete. Oggi non ci sono più gli eserciti, sono stati sostituiti dai capitali: ma il risultato è lo stesso.

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Due economie a confronto
Vale la pena ricordare, giusto per fare qualche esempio, che la Lactalis ha comprato la Parmalat, che recentemente Vivendi ha tentato la scalata ostile su Mediaset e che secondo rumors insistenti i francesi avrebbero messo gli occhi anche su altri gioielli di famiglia italiani come Generali e Unicredit. Ma perché la Francia, pur avendo un'economia tutto sommato simile a quella italiana, sembra avere una marcia in più? Come sottolinea Gianni Balduzzi su Termometropolitico, il tasso di occupazione francese è di gran lunga superiore al nostro e quello della disoccupazione giovanile è inferiore di oltre dieci punti percentuali rispetto a quello italiano (si assesta sul 26% a fronte del 40,1% dell'Italia).

Il segreto delle imprese francesi
Il mercato del lavoro, quindi, gode di una salute migliore, ma questa non è la causa delle differenze tra le due economie, è piuttosto la logica conseguenza di una serie di scelte lungimiranti che hanno dotato il paese di un solido tessuto imprenditoriale. La Francia, infatti, è il secondo paese in Europa per la presenza di aziende Hi-tech, subito dopo il Regno Unito. Gli investimenti privati nell' hi-tech ammontano a 31 miliardi di euro, molto più del doppio degli investimenti italiani nello stesso settore. E le aziende sono molto più grandi delle nostre: in Francia oltre il 48,5% dei dipendenti lavora in imprese che hanno più di 250 lavoratori. L'imprenditoria italiana, invece, è caratterizzata da piccole e medie aziende spesso a conduzione familiare. Sono il vanto del made in Italy, ma  possono poco contro i colossi di grandi dimensioni che fanno la parte del leone sui mercati globali.

Il vero tallone d'Achille dell'economia italiana è la (non) produttività
De facto le grandi imprese d'Oltralpe hanno una forza di penetrazione maggiore e più facilmente riescono a fagocitare quelle più piccole. Questo status quo determina conseguenze importanti sul fronte della produttività, che oggi è il vero tallone d'Achille dell'economia italiana (insieme alla zavorra del debito pubblico e a quella dei crediti deteriorati nel ventre delle nostre banche). Dagli anni Novanta in poi, infatti, la forbice tra la produttività del Belpaese e quella di Francia e Germania si è allargata sempre di più: dal 1995 al 2015 la produttività del lavoro è aumentata in Italia dello 0,3% l'anno a fronte dell'1,5% della Germania e dell'1,6% della Francia. E questi dati riflettono responsabilità evidenti da parte dall'elite politico-economica del nostro paese perché mentre gli altri stati hanno innovato le loro imprese investendo nelle nuove tecnologie, noi siamo rimasti al palo. Trasformare radicalmente la struttura del tessuto imprenditoriale italiano è un'impresa titanica e l'unica soluzione, oggi, è rimboccarci le maniche per recuperare quella produttività che ci manca. Probabilmente non sarà sufficiente Industria 4.0 e il governo dovrà fare molto di più per rimediare agli errori del passato. Ma è il solo modo che abbiamo per evitare di (continuare a) essere fagocitati dai nostri nemici-amici.