18 giugno 2019
Aggiornato 06:30
la palla passa al governo

Riforma contratti, perché sono saltate le trattative tra Confindustria e i sindacati

Al termine di un dibattito durato più di due ore, Giorgio Squinzi ha annunciato la rottura delle trattative per la riforma del modello della contrattazione con Cgil, Cisl e Uil. Ecco perché e cosa dobbiamo aspettarci

ROMA – Giorgio Squinzi dice «no». Per Confindustria lo strappo con i sindacati è insanabile e non c'è altro modo che demandare al governo la questione, sperando che «non faccia danni». Capitolo chiuso, dunque, sulla riforma del modello della contrattazione con Cgil, Cisl e Uil: le singole categorie dovranno andare avanti con le proprie piattaforme, mentre Confidustria si impegna a fornire loro un decalogo come bussola. Restano irrisolti, però, dei nodi cruciali. Eccoli.

Confindustria rompe con i sindacati
Per Confidustria è «un capitolo chiuso». Al termine di un dibattito durato più di due ore, Giorgio Squinzi ha annunciato la rottura delle trattative per la riforma del modello della contrattazione con Cgil, Cisl e Uil. Le categorie dovranno andare avanti con le proprie piattaforme, ma Confindustria sta preparando un «decalogo di cose che si possono fare e non fare». Si prospetta dunque un autunno particolarmente caldo per il paese, e la palla passa ora al governo per la prima volta nella storia, perché il modello contrattuale è sempre stato concordato tra le parti sociali sulla base dei loro rapporti di forza, ma anche degli obiettivi condivisi. Stavolta, però, i negoziati non sono mai partiti veramente.

Le questioni aperte
Troppi i nodi irrisolti. E perfino il momento era sbagliato: Cgil e Uil avevano espressamente subordinato il confronto sul modello contrattuale al rinnovo dei contratti in scadenza di alcune categorie, alimentari e chimici in primo luogo, ma Confindustria chiedeva di seguire due binari paralleli e indipendenti. L'idea perseguita dagli industriali era quella di superare il vecchio modello contrattuale ancorato all'inflazione programmata, ormai inadeguato a disciplinare il confronto tra le parti sociali in presenza di deflazione o inflazione vicina allo zero come quella che oggi vive il paese. Per i sindacati, però, altre questioni erano più urgenti, come le nuove regole di demansionamento approvate nel Jobs Act, sulle quale non hanno intenzione di derogare. A promettere battaglia è soprattutto la Cgil, che contesta duramente l'approvazione della norma.

Il «NO» della Cgil sul «demansionamento»
Il decreto di attuazione del Jobs Act, infatti, prevede la possibilità di assegnare a un lavoratore subordinato delle mansioni inferiori rispetto alla sua qualifica professionale, in base alle esigenze contingenti del suo datore di lavoro. Si tratta di un vero e proprio «patto di dequalificazione», che ha come obiettivo quello di favorire l'aumento dell'occupazione attraverso una maggiore flessibilità e dinamicità del mercato del lavoro, ma che rischia di compromettere alcuni diritti fondamentali del lavoratore (peraltro duramente conquistati nel corso della sua carriera professionale). Come sottolinea Francesco Bacchini nell'articolo pubblicato su lavoce.info, con il decreto legislativo n.81/2015 da un lato si tende a modificare il rapporto tra le parti in modo da destrutturarlo e renderlo sempre più flessibile, in ragione della necessità di migliorare il turn over generazionale e incrementare l'occupazione, dall'altro però si rischia di aprire una falla nella giurisprudenza a discapito dei diritti dei lavoratori.

La palla passa al governo
Confindustria accusa i sindacati di non tener conto dei tempi e di arroccarsi su posizioni irrealistiche. Per Squinzi «non ci sono più margini di manovra», e starà ora all'Esecutivo cercare di mediare tra le parti e risolvere l'impasse. Dopo essersi occupato della prossima legge di stabilità, il governo dovrà quindi scrivere anche le nuove regole della contrattazione. All'orizzonte potrebbe profilarsi un'importante novità, perché Matteo Renzi sembra avere in mente l'introduzione del salario minimo. L'Italia è uno dei pochi paesi europei, infatti, a non averlo ancora adottato, ma la sua introduzione è un punto di non ritorno che potrebbe avere effetti collaterali significativi sull'economia del paese e sulla società; perciò l'Esecutivo dovrebbe riflettere molto bene prima di prendere una qualsivoglia decisione. Dobbiamo augurarci, dunque, dopo il fallimento del confronto tra Confindustria e sindacati sul rinnovo del modello contrattuale, che il governo – per usare le parole di Giorgio Squinzi - «non faccia danni».