19 dicembre 2018
Aggiornato 10:30

Lavoro a tempo indeterminato, il grande flop del jobs act

Sono costati oltre 5 miliardi di euro l'anno, eppure gli incentivi al tempo indeterminato sono stati un fallimento. Soddisfatta solo Confindustria

Matteo Renzi durante la conferenza stampa sul jobs act del 24 dicembre 2014
Matteo Renzi durante la conferenza stampa sul jobs act del 24 dicembre 2014 (ANSA/ANGELO CARCONI)

ROMA - Certo, è ancora presto per un'analisi completa sugli effetti dell'esonero contributivo previsto per i contratti a tutele crescenti del jobs act. Ma i primi dati mostrano che l'incentivo, costato oltre 5 miliardi l'anno, è stato un grande flop. I rapporti di lavoro a tempo indeterminato attivati nel 2015 godevano di una decontribuzione 8.060 euro l'anno per un triennio per sostenere l'avvio dei contratti a tutele crescenti. Ebbene, su oltre 1,5 milioni di attivazioni nel 2015 con la decontribuzione, il tasso di sopravvivenza dopo due anni è stato del 65%, in pratica circa 531mila contratti sono stati interrotti rinunciando anche allo sconto contributivo da oltre 8mila euro del terzo anno. Il dato è contenuto nel rapporto annuale dell'Inps diffuso ieri dal presidente Tito Boeri. «Sono numeri da analizzare» afferma Livia Ricciardi della Cisl «però ci saremmo aspettati tassi di sopravvivenza più alti. Restiamo convinti che far costare di più i contratti a termine rispetto a quelli a tempo indeterminato sia una strada utile. Ma non bisogna dimenticare che norme e incentivi sono utili ma poi l'occupazione è legata dall'andamento dell'economia e degli investimenti». Una prima analisi sembra far supporre che gli incentivi siano andati a finanziare, nella sostanza, occupazione a termine. «No, i dati non consentono conclusioni di questo tenore», sottolinea Pierangelo Albini, direttore relazioni industriali e welfare di Confindustria. «Dai dati Inps risulta che la sopravvivenza dei contratti a tempo indeterminato 'incentivati' è maggiore rispetto alla sopravvivenza media dei rapporti a tempo indeterminato complessivamente attivati nel 2015-2016. Ciò è vero tanto su un orizzonte temporale di 12 mesi, quanto su un orizzonte di 24 mesi».

«Tasso di licenziamento a 36 mesi in linea alla media»
Albini osserva che «per di più, anche il tasso di licenziamento a 36 mesi dei rapporti agevolati nel corso del 2015 è assolutamente in linea rispetto alla media ed è meno dell'1%. Se poi si considerano orizzonti temporali più brevi il dato è addirittura inferiore». Queste semplici considerazioni - secondo Confindustriaa - sfaterebbero due pregiudizi. Il primo: «Erano infondate le preoccupazioni secondo cui avremmo avuto licenziamenti di massa allo scadere degli incentivi». Il secondo: «Non è vero che non sia utile proseguire nel lavoro di riduzione strutturale e permanente del cuneo fiscale sui contratti a tempo indeterminato per favorire la ripresa dell'economia e dell'occupazione, specie in anni caratterizzati ancora da prospettive incerte del mercato».

Licenziamenti di massa al termine del bonus
Sui temuti licenziamenti di massa al termine del bonus contributivo, anche il presidente dell'Inps Boeri ha rilevato che il fenomeno non c'è stato. Il rapporto Inps indica che i numeri sulle cessazioni smentiscono «la vulgata superficiale» secondo la quale i contratti a tempo indeterminato agevolati hanno tutti durata lunga sulla base di «un'ipotesi generale di opportunismo dei comportamenti imprenditoriali per cui i rapporti agevolati sarebbero destinati ad esaurirsi appena e solo quando l'incentivo non è più attivo». L'Inps rileva che il tasso di licenziamento per i rapporti «agevolati» attivati nel 2015 è «minore di quello osservato per lo stesso gruppo 2014 per i primi 18 mesi» e si è poi normalizzato successivamente. E comunque «è fisiologico» che i contratti a tempo indeterminato presentino un alto tasso di mortalità nei primi due anni. I contratti attivati, ad esempio, nel 2014 «mostrano un tasso di sopravvivenza del 50% dopo 24 mesi. Quindi lo sgravio contributivo introdotto nel 2015 ha innalzato soltanto di 15 punti percentuali il tasso di sopravvivenza».

Cosa dicono i numeri
Da considerare che il 21% delle attivazioni del 2015 (circa 318mila contratti) è stato interrotto dopo appena un anno, rispetto al 37% degli anni precedenti. Il tasso di sopravvivenza tende inoltre a diminuire in relazione alla dimensione delle imprese. Nelle aziende con oltre 15 dipendenti dopo due anni è al 74% rispetto al 62% storico. In quelle sotto i 15 dipendenti il 41% dei rapporti con bonus assunzione si è interrotto dopo appena un anno. Spostando lo sguardo alle attivazioni nel 2016 il tasso di sopravvivenza tende a ridursi rispetto al 2015, per effetto della sensibile riduzione del bonus assunzioni (da 8.060 a 3.250 euro l'anno e solo per un biennio). Dopo un anno il tasso di sopravvivenza per le attivazioni del 2016 si attesta al 75% rispetto al 79% del 2015 e al 63% del 2014. Per le attivazioni nel 2016 non ci sono ancora i dati al termine del biennio agevolato.

Bonus assunzioni costato 5 miliardi l'anno
Per il bonus assunzioni l'onere per le casse dello Stato è stato rilevante. Oltre 5 miliardi di euro l'anno. Sempre dal rapporto Inps emerge che l'ammontare delle agevolazioni (oneri sociali fiscalizzati) nel 2017 è ammontato a 20 miliardi (20,6 miliardi l'anno precedente e 14,2 miliardi nel 2014) per effetto del trascinamento dei provvedimenti degli anni precedenti. Il risultato è che nell'ultimo biennio le agevolazioni contributive sono risultate pari al 10% del totale dei contributi sociali (205 miliardi di euro). Da questi numeri sembra emergere quindi che il bonus assunzioni (un taglio secco del cuneo fiscale ma con benefici solo per l'impresa) abbia incentivato prevalentemente rapporti di lavoro a tempo determinato.

Il parere dei consulenti del lavoro
Dalla Fondazione consulenti del lavoro, il responsabile dell'Osservatorio Giuseppe De Blasio, rileva che nei contratti a tempo indeterminato il tasso di mortalità nei primi due anni è storicamente elevato. «Il contratto a tutele crescenti con l'incentivo contribuito - afferma - ha spostato occupazione già esistente da una forma contrattuale a un'altra. Il 91% delle attivazioni incentivate ha riguardato persone già occupate». Inoltre De Blasio osserva che i contratti a tutele crescenti attivati nel 2015 hanno beneficiato anche dell'effetto del ciclo economico positivo. «Per una analisi completa - conclude - è comunqe ancora presto. Dovremo attendere l'autunno».