7 dicembre 2019
Aggiornato 04:00
L'unione fa la forza, si diceva...

Jp Morgan e l'amico Renzi: storia di come vogliono cambiarci la Costituzione (e il sistema bancario)

Jp Morgan ha ruolo in capitolo nelle due grandi fratture che attraversano e scuotono il paese dalle fondamenta: la crisi bancaria e la riforma costituzionale. Qui proviamo a spiegarvi come agisce e perché.

Jp Morgan e il premier Matteo Renzi
Jp Morgan e il premier Matteo Renzi Shutterstock

ROMA - Il cammino che porta allo scioglimento degli stati, e alla costituzione di nuovi sovra poteri nazionali, procede (LEGGI ANCHE «Europa, dove tutto è merce da competizione. E dove muore il caro vecchio Stato»): non sappiamo ancora cosa verrà dopo il concetto di Italia, destinato a scomparire, ma si possono scorgere i soggetti che sicuramente comporranno questa nuova entità. Uno di questi è il gruppo Jp Morgan, espressione di una galassia vasta e potente, ormai vero e incontrastato protagonista della vita sociale del nostro paese, per quanto ne rimane, e non solo. Jp Morgan ha ruolo in capitolo nelle due grandi fratture che attraversano e scuotono il paese dalle fondamenta: la crisi bancaria e la riforma costituzionale. Mondi che, nella concezione di stato per come l’abbiamo conosciuta fino ad ora sono parte delle stesso corpo. Non potrebbero esistere campi più connessi e vitali per la democrazia. Almeno per il concetto di democrazia in auge (ve ne avevano parlato anche nel nostro editoriale «Come agisce il «terrorismo» finanziario e cosa c'entra col referendum di Renzi»). Nella vita reale si sta quindi consumando un confronto tra il vecchio mondo, quello che noi conosciamo e che, al di là di ogni critica, ha creato l’ascensore sociale più potente della storia, e un nuovo potere che, come vedremo in seguito, assurge a forme divine.

L'assetto del settore bancario
Il Fondo Atlante contro Jp Morgan. Il primo è di fatto un fondo para pubblico o para privato – il confine di questi ibridi giuridici è volutamente labile – promosso dal Governo, che vede come azionisti alcuni grandi gruppi bancari italiani, di fatto costretti dalle fondazioni bancarie – azionisti saldamente in mano alla politica – a farne parte. Soggetti principali sono: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Cassa Depositi e Prestiti, Poste Italiane, varie banche popolari, Mediolanum, alcune banche del territorio, e perfino Monte Paschi Siena. Il suo compito è assicurare il successo degli aumenti di capitale richiesti dall'Autorità di Vigilanza (70%) per le banche che si trovano a fronteggiare oggettive difficoltà di mercato e risolvere il problema dei crediti in sofferenza (30%). L’obiettivo finanziario del Fondo Atlante è garantire un rendimento del 6% agli «azionisti»: risultato improbabile, dato il compito che si è dato. Il Fondo Atlante, e poi Atlante 2, semplicemente è una cordata di banche, che persegue un fine politico tipico del mondo antico da cui proveniamo: evitare che alcuni gruppi nazionali falliscano, trascinando nel baratro l’intero settore bancario, oppure che vengano divorati da fondi d’investimento stranieri. La via è stretta perché la normativa europea impedisce gli aiuti di stato, per ragioni ideologiche. In aiuto potrebbe sopravvenire il disastro Deutsche Bank, troppo grande per fallire. Ne abbiamo già scritto (LEGGI ANCHE «Il modello «furbetto» di Deutsche Bank: nazionalizzare le perdite per poi privatizzare i profitti»).

Perché il ruolo di JP Morgan è palesemente in contrasto con il Fondo Atlante
Almeno questo è quanto si vede in superficie. Perché il ruolo di Jp Morgan, il vero soggetto alternativo al Fondo Atlante, è palesemente in contrasto con quello del Fondo Atlante. Gli italiani sanno che c’è stato un pranzo tra Jamie Dimon, Ceo di Jp, organizzato da Claudio Costamagna, presente l’ex ministro Vittorio Grilli, anch’esso in Jp Morgan ed ex ministro del Tesoro del governo Monti. In tale incontro il Ceo statunitense convenne che non si poteva far fallire Mps per un aumento di capitale irrisorio, pari a cinque miliardi di euro. Rispetto alla mole di debiti che ha in ancia Jp, effettivamente, i buchi di Mps sono davvero poca cosa. Da quel momento, da quella cena, Jp Morgan ha operato in regime di monopolio assoluto. L’offerta alternativa per salvare Mps avanzata da Corrado Passera e coperta da Ubs, fumosa ma non più chiara di quella di Jp, non è stata presa in considerazione. Jp Morgan sostiene di poter portare a buon fine l’aumento di capitale di Siena, concedendo successivamente un finanziamento ponte finalizzato alla cartolarizzazione dei crediti in sofferenza. L’operazione, che dovrebbe essere ufficializzata il 24 ottobre, al momento è solo ufficiosa. Nei giorni scorsi però due giornalisti economici hanno criticato aspramente questo modello, domandandosi implicitamente se il Governo stia facendo gli interessi del settore bancario italiano o di Jp Morgan. La critica muove principalmente dalla ben più che sostanziosa commission che la banca d’investimento Usa incasserebbe: 1,7 miliardi di euro. Ma, a ben vedere, nonostante la portata di tale somma, è un falso obiettivo.

Soldi, soldi, soldi: pochi, maledetti e subito
A pochi giorni dalla presentazione del piano industriale per Mps, e mentre il titolo rimane sotto attacco speculativo preventivo sul mercato, si celebra una frattura tra il Fondo Atlante e Jp Morgan. Oggetto del contendere reale, anzi vitale per tutto il settore bancario nazionale, è la valutazione dei cosiddetti Npl (Non perfoming loans, cioè i crediti deteriorati). Il Fondo Atlante sarebbe disposto ad acquistare gli Npl a circa il 33% del valore di carico, una cifra ottima dato che si tratta di crediti che valgono poco più della spazzatura. Jp Morgan garantirebbe invece un prestito ponte in cambio della garanzia sul totale monte sofferenze, valutato al 17%. Più soldi quindi, ma senza garanzia. Anzi, a prestito: pochi, maledetti e subito. La linea che prevarrà deciderà le sorti del settore bancario italiano, perché in una situazione poco migliore rispetto quella di Mps si trova la ben più pesante Unicredit. Quindi, ben più che una commissione, per quanto cara. Si sta decidendo la dismissione e la privatizzazione totale del sistema bancario utilizzando la leva del debito: un classico.

L'unione Renzi-Blair
La polemica è nota: in un documento del 2013 Jp Morgan sostenne che le costituzioni post conflitto mondiale dovevano essere superate. La banca d’investimento statunitense si era già manifestata interessata al giovane sindaco di Firenze, non ancora primo ministro, su cui viene appoggiata un’etichetta imbarazzante nel mondo, ma estasiata in Italia: «Il Blair italiano». Il Blair inglese, quello vero, uno dei massimi teorici del neoliberismo globale, da circa sei anni è consulente speciale proprio per Jp Morgan. Terminata la parabola politica in patria, nel pubblico ludibrio, Blair per qualche tempo è rimasto parcheggiato a Gerusalemme, nell’esilio dorato del quartetto che doveva portare la pace in Medio Oriente. Di lui si ricordano le note spese e poco più. Ma l’Italia che un tempo, nemmeno troppo lontano, apriva la via del pensiero all’umanità, nel 2016 scopre con entusiasmo il blairismo con vent'anni di ritardo. L’unione Renzi-Blair quindi diventa il trait d’union che porta alla banca d’affari statunitense.

Tutto inizia con una cena a Firenze...
Il tutto inizia nel 2012, con un cena (gli accordi vengon meglio soddisfando l'appetito...) organizzata a Palazzo Corsini, Firenze, proprio da Jp: oltre a Renzi e Tony Blair c’è anche Jamie Dimon, di cui si è già accennato in precedenza ad un più recente pasto conviviale. Dopo un anno Renzi diventa primo ministro senza un mandato popolare ma su investitura di Giorgio Napolitano. Nel 2014, a Londra, altra cena (e tre...): nuovamente presenti Renzi e Blair. In Italia l’asse tra il giovane toscano e il vecchio rottamato britannico viene salutato dagli squilli di tromba dei media. Poi è tempo di una pizzata a Palazzo Chigi, sempre tra Blair, che lavora sempre e per Jp Morgan, e Renzi: le foto sono note. Le ministre Boschi e Madia circondano il super consulente britannico come due vallette sorridenti, mangiano pizza e Coca Cola, nello sgangherato tentativo maldestro di sembrare giovani e gaudenti.

Blair: "La crisi può dare a Renzi l'occasione per fare le riforme"
«La Repubblica» intervista Blair, il quale dichiara: «I momenti di grande crisi sono anche momenti di grande opportunità. In tempi normali sarebbe difficile per chiunque realizzare un programma ambizioso come quello delineato dal nuovo premier italiano. Ma questi non sono tempi normali per l’Italia. Renzi comprende perfettamente la sfida che ha di fronte. Se facesse solo dei piccoli passi rischierebbe di perdere la spinta positiva con cui è partito. Perciò c’è una coerenza tra il suo programma di riforme costituzionali e le riforme strutturali per rilanciare l’economia. E la crisi può dargli l’opportunità per compiere quei cambiamenti che sono necessari al Paese, ma che finora non sono mai stati fatti per le resistenze di lobby e interessi speciali». Prosegue Blair: «A mio parere occorre calibrare tre elementi: la riduzione del deficit, che è essenziale; le riforme necessarie per cambiare politica economica; e la crescita non solo per generare occupazione ma anche per portare più denaro nelle finanze pubbliche. Per fare tutto questo non serve la contrapposizione destra/sinistra, bensì quella tra giusto e sbagliato, fra ciò che funziona e ciò che non funziona. Se la riduzione del deficit è troppo veloce, la crescita non riparte. Ma se non si fanno le necessarie riforme, il deficit non si riduce. E mi sembra che questo Renzi lo abbia capito benissimo». Per Blair quindi, dopo la fine delle ideologie, esiste solo più la differenza tra giusto e sbagliato: qualcosa che si avvicina al volere divino. E quello di Renzi, che rispecchia il suo, il quale rispecchia quello del suo datore di lavoro, cioè una banca d’affari, è il «giusto». E’ una visione del mondo priva di complessità, e per molti versi priva di un pensiero storico, anzi per molti versi priva di pensiero tout court, che deborda nella deriva totalitaria. Giusto e sbagliato, fine. Bianco o nero, fine. Vero o falso, fine.

Jp Morgan: "Costituzioni troppo socialiste, vanno cambiate"
Ma se destra e sinistra non esistono più, e rimane solo più il giusto e lo sbagliato, il pragma a voler essere generosi, viene da domandarsi perché il famoso documento dal titolo «Aggiustamenti area euro» di Jp Morgan abbia passaggi di questo tenore: «Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei Paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. I problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo», prosegue l’analisi della banca d’affari.

Derivati come se piovesse, ma Renzi si fida
Risulta difficile trovare parole più ideologiche di queste. Jp Morgan, e i suoi consulenti strapagati, hanno il diritto di sostenere cosa preferiscono. E’ bene però ricordare che nel 2013 una commissione d’inchiesta statunitense, confermando quanto era noto in tutto il mondo, sostenne che JP Morgan e le sue controllate Washington Mutual e Bear Stearns (acquisite nel 2008 a crisi già in corso) avrebbero creato prodotti finanziari derivati per impacchettare i crediti insolventi e cederli sul mercato. E’ quanto sta avvenendo con Mps. Ma Jp Morgan è una «banca» sana, che può permettersi di dare lezioni? Risponde Paul Craig, economista ed ex assistente del ministero del Tesoro Usa: «Sl 31 dicembre 2011, JP Morgan Chase gestiva un pacchetto di 70.200 miliardi di dollari in derivati, e solo 136 miliardi dollari di capitale a copertura del rischio». In altre parole, le scommesse sui derivati della banca sono 516 volte maggiori del capitale che garantisce le scommesse. E’ come se noi avessimo un debito superiore di 516 volte rispetto ai nostri risparmi in banca. E’ possibile fare tesoro, perdonate il gioco di parole, dei consigli che provengono da un soggetto così ambiguo? Evidentemente per il governo italiano, sia in campo finanziario che costituzionale, la risposta è una sola: «sì».

Anno 2023, Renzi si ritira dalla politica (come l'amico Blair finirà in banca)
Tony Blair, il mito di Renzi che detesta i rottami di casa sua ma adora quelli esotici, oggi lavora per una banca d’affari. Il nostro primo ministro ha più volte annunciato che, al massimo, farà il politico fino al 2023, dopo di che si dedicherà a consulenze e conferenze. Se procede il ritmo con cui viene smantellato il sistema bancario e lo stato, si capisce bene perché in quella data Renzi si troverà un altro impiego: per quel tempo il potere sarà trasferito tutto nelle banche d’affari, ovvero la nuova super aristocrazia. Che, come noto, assume ex ministri ed ex primi ministri. Blair, o Barroso, sono solo due esempi. Non è chiaro, in questo mondo che si divide, niente meno, tra il giusto e lo sbagliato, che limite abbiano le porte girevoli che collegano politica e finanza. Oggi che vediamo già le conseguenze, nemmeno i rischi, di cosa abbiamo di fronte.