7 dicembre 2019
Aggiornato 22:00

Grillo e Renzi, due vincenti deboli che porteranno a un solo vincitore vero: le agenzie di rating

Di fronte alla forza scarsa del Governo e del M5s, chi potrebbe essere il Cesare che prenderà il potere in Italia? Le ingerenze delle agenzie di rating, nonché delle ambasciate statunitense e tedesca, danno un quadro della situazione chiaro

ROMA - Scontro tra due poteri deboli, o che si stanno indebolendo. Il Partito democratico ha vissuto recentemente una giornata campale con il confronto svoltosi a Bologna, di fronte a quattromila persone, tra il primo ministro Renzi, nonché segretario, e Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi e partigiano combattente. I due, secondo le cronache, si sarebbero contestati pesantemente. Renzi alzando la voce, accusando esplicitamente l’Anpi di essere correa con coloro che incitano alla violenza: «Mi sarebbe piaciuto sentire dall'Anpi parole più chiare, le stesse che ha detto del tutto legittimamente sulla riforma, quando la settimana scorsa uno che si chiama Aldo Grandi nella 'Gazzetta di Lucca' ha detto che il traditore Matteo Renzi andrebbe messo al muro e fucilato». Smuraglia, con toni più pacati, ha sostenuto che nello statuto dell’Anpi vi è la difesa della Costituzione vigente, nonché l’impegno per la sua attuazione. Renzi ha risposto che chi parla di stravolgimento democratico mente in maniera ridicola. E così via. Il tutto in un clima da stadio, con pioggia di fischi verso il Presidente del consiglio, nonostante la claque che aveva al seguito.

Chi detesta Renzi è soprattutto il suo stesso partito
Fa impressione, e riflettere, l’astio che Matteo Renzi genera in una parte del suo partito. Insulti, fischi, violenti inviti ad andarsene. Il popolo che maggiormente detesta il primo ministro è il suo, o almeno parte di esso. Una parte consistente, che lo vede come un usurpatore, un arrogante, l’erede legittimo di Berlusconi. Queste le definizioni più sobrie che gli vengono attribuite da chi lo contesta dall’interno del Partito democratico. Ovviamente, la deflagrazione finale del Pd avverrà dopo il referendum, con la scissione o addirittura lo scioglimento, ma in tempi più lunghi. L’Italia sarà sotto un pesante attacco finanziario, inutile per molti versi, e Renzi indicherà come colpevoli D’Alema, Speranza, Bersani (tra tutti il più furbo e campione di cerchiobottismo) e Cuperlo. Ovviamente chiederà la loro testa politica, sia che vinca o perda al referendum. Perché i toni diventeranno ancora più duri nei prossimi mesi, e verranno pronunciate parole da cui non si potrà tornare indietro.

Perché il M5s non riesce a contare davvero, nonostante Renzi
Ma non trae giovamento il M5s, invischiato dentro polemiche mediatiche che coinvolgono i vertici del Movimento, la sindaca Virginia Raggi, Beppe Grillo, la Casaleggio Associati. Curioso, ma prevedibile, constatare come entrambi gli schieramenti paghino caramente dinamiche umane insuperabili, anziché diversi approcci ideologici. L’epoca moderna che vede come fuoco la cosiddetta «fine delle ideologie» si connota come una grande rissa in assenza di contenuti (fine delle ideologie, fine della storia). Lo scontro su un piano puramente personale, umano ed emotivo. Il tempo attuale si può così sussumere: «Lui mi sta antipatico, lo combatto».

Il conflitto è sulle personalità, non sulle idee
Vedere la durezza con cui Massimo D’Alema combatte a sostegno del «no» non fa dimenticare che quando fu al potere teorizzò, e attuò, pratiche molto affini a quello che sta proponendo e facendo Matteo Renzi. Il famoso riformismo nasce e si sviluppa con lui, in Italia. E di riforma in riforma – lui stesso voleva abolire l’articolo 18, ma è solo un esempio tra i molti possibile – si è giunti alla situazione odierna. Le diatribe del M5s non pare abbiamo cause più nobili, più di sostanza. Non ci sono ragioni materiali su cui stiano discutendo. Il conflitto è sulle personalità, su chi è amico di chi, e giace ben al di qua delle cose.

Due "Principi" a confronto
Due organizzazioni totali, due «Principi» post moderni, combattono per avere la meglio sull’altro, ma nello stesso momento minano i loro corpi con lotte fratricide interne, combattute sul nulla. Non è una novità storica, sono dinamiche che avvengono da sempre. Di solito scaturiscono nel cosiddetto «cesarimo». Teorizzato da Antonio Gramsci, povero intellettuale citato e ignorato, che prese spunto dall’analisi di Machiavelli: il cesarismo è il frutto della lotta tra due soggetti che non riescono a prevalere sull’altro. In questo contesto emerge un terzo soggetto, che prende il potere.

Il "Cesare" del futuro in Italia: le agenzie di rating che tutto possono e tutto decidono
Oggi, dalla lotta tra le due più importanti forze politiche può scaturire un «vincente debole», per le ragioni sopracitate. Renzi è un vincente debole perché ha contro un'agguerrita parte del suo partito. Virginia Raggi è una vincente debole perché boicottata, più o meno apertamente, da una parte importante del suo movimento. Chi potrebbe essere il Cesare che prenderà il potere in Italia? Non già di futuro stiamo parlando, ma del presente: le ingerenze delle agenzie di rating, nonché delle ambasciate statunitense e tedesca, danno un quadro della situazione chiaro. È evidente che la prossima manovra economica si sta scrivendo presso la Bce, che semplicemente impone dei sistemi di calcolo che giocoforza chiedono gli ennesimi tagli allo stato sociale, in particolare alla sanità. Il cesarimo, secondo Gramsci, non era ontologicamente negativo. Positivo fu il cesarismo di Napoleone I, mentre valutò negativo quello di Bismark. Oggi, il cesarismo delle istituzioni sovranazionali, nonché delle agenzie di rating e delle banche sull’Italia, è oggettivamente distruttivo perché inquadrato dentro una vasta, e rivendicata, redistribuzione regressiva della ricchezza.