20 agosto 2019
Aggiornato 14:33
Dalla Francia all'Italia (ma anche negli Usa...)

Ecco perché vincono le destre (e le sinistre falliscono una dopo l'altra)

Il colpo di mano di Parigi per l'approvazione della riforma del lavoro assomiglia a quelli messi in atto da Renzi. Ed è la spia del malessere profondo che sta uccidendo le sinistre europee (e non solo)

PARIGI - E' stata un'altra nottata di proteste quella che è calata sulla capitale francese e su tutto il Paese, dopo la decisione del governo di forzare la mano sulla controversa riforma del lavoro, un Jobs Act d’oltralpe. Il focus del malcontento si è spostato, dal contenuto della proposta, alla modalità con cui il governo ha deciso di approvarla. Il premier Manuel Valls ha infatti annunciato il ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, che consente all'esecutivo di aggirare il voto dell'Assemblea nazionale, dove una consistente parte del partito socialista era pronto alla «fronda» e a schierarsi contro la riforma.

Quante somiglianze tra Valls e Renzi
Uno scenario che, qui in Italia, assomiglia quasi a un déja-vu. Tante volte, infatti, l'esecutivo del premier Matteo Renzi ha deciso di porre la questione di fiducia per far passare provvedimenti controversi e dirompenti per la sinistra italiana. Senza contare che anche sotto al Colosseo la riforma del lavoro ha visibilmente alimentato le divisioni presenti nel Pd e, più in generale, nella sinistra. Era la quarta volta che il governo francese è ricorso al controverso 49.3; da Renzi, in 14 mesi, la fiducia è stata posta 41 volte. Un «vizietto» della sinistra quello di bypassare l’iter democratico, o la spia di un malessere più profondo?

Una sinistra che ha lasciato orfani i suoi elettori
Certamente, le somiglianze devono far pensare. Perché quanto sta accadendo in Francia e quanto è accaduto, tante volte, in Italia dimostra quanto la sinistra europea stia attraversando una crisi profonda, o, per meglio dire, identitaria. Altro indizio è l’inarrestabile ascesa delle destre e, più in generale, delle formazioni cosiddette «populiste», che stanno sempre più raccogliendo il consenso degli «orfani» della politica, e molto spesso dei delusi dalle roboanti promesse socialiste. Non a caso, nel suo resoconto delle ore parlamentari che hanno portato al ricorso al 49.3, il quotidiano francese Liberation parla di una «spaccatura sociale dei socialisti». Una spaccatura, però, che è presente anche nella sinistra italiana, ormai fratturata nel fronte dei renziani e in quello degli anti-renziani. Una spaccatura che, più in generale, comincia a sembrare quasi connaturata al concetto stesso di «sinistra».

Il caso (estremo) greco
Si veda il caso greco: nel pieno della crisi economica, a prendere il le redini del Paese è stata una formazione cosiddetta «populista» considerata di «sinistra» – Syriza –, che si sperava avrebbe potuto interrompere il loop dell’austerity imposto da Bruxelles. Syriza è entrata nella scena politica come outsider, progetto alternativo al fronte socialdemocratico considerato corresponsabile della rovina del Paese. Finché, poi, ha finito per ri-allinearsi alla «vecchia» sinistra, accettando il piano di «salvataggio» lacrime e sangue voluto da Bruxelles. E, addirittura, si è spaccata al suo interno, fino alle dimissioni dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, e alla creazione – da parte dei frondisti – del nuovo movimento «Unità popolare». In Grecia, insomma, ha fallito addirittura la sinistra «populista».

Il «dramma» spagnolo
Si pensi, poi, alla Spagna, che da mesi sta vivendo un dramma politico senza precedenti. Dopo le ultime elezioni, il leader socialista Pedro Sanchez incaricato di formare il nuovo governo per un pungo di voti in più si è dovuto scontrare con una drammatica mancanza di consenso e con il netto «no» di Podemos. Come Syriza, il movimento di Pablo Iglesias è generalmente considerato una formazione populista di sinistra, nata sulle ceneri del fallimento della politica e, in particolare, della socialdemocrazia spagnola. Tanto che Iglesias si è rifiutato di appoggiare il governo di Sanchez, e ha recentemente deciso di allearsi con la sinistra «radicale» Izquierda Unida in vista del clamoroso ritorno alle urne del prossimo mese.

Germania, Regno Unito e Francia
E poi c’è la Germania, dove l’alleanza conservatrice CDU-CSU dura da undici anni, e rischia essa stessa di crollare sotto i colpi dell’avanzata della destra estrema. In Gran Bretagna, la rielezione del conservatore Cameron del maggio scorso ha sorpreso tutti, e c’è voluto un leader «outsider» come Jeremy Corbyn per ridare una punta di «sprint» a un partito laburista che aveva perso ogni appealing. Ma torniamo alla Francia: Francois Hollande, nonostante le sue scelte interventiste in politica estera, è al punto più basso di gradimento di tutta la sua carriera, e i socialisti sono decisamente sfavoriti in vista delle elezioni del 2017. Elezioni dove tra l’altro si teme il sopraggiungere dell’uragano Le Pen.

Una sinistra kamikaze
E’ certamente vero che non sono solo le sinistre a navigare in cattive acque: sono più in generale i partiti politici tradizionali ad aver deluso, distaccandosi irrimediabilmente dalla propria base e lasciandola spesso orfana di rappresentanza. Ma è anche vero che la bomba è esplosa più fragorosamente sulle formazioni socialdemocratiche, quelle che un tempo raccoglievano consensi battendosi per welfare ed equità sociale, per i diritti dei lavoratori e delle classi meno abbienti. Questa sinistra – ha scritto qualche mese fa l’illustre penna del Telgraph Ambrose Evans-Pritchard – si è suicidata in massa abbracciando la causa mortale della tecnocrazia europea, e noi «abbiamo guardato increduli a come un partito socialista dopo l’altro si sia immolato sull’altare dell’unione monetaria, per difendere un progetto che favorisce quelle élites economiche che la sinistra storica chiamava «un branco di banchieri»». La sinistra si è dimenticata del popolo, ed è diventata «il gendarme delle politiche reazionarie e della disoccupazione di massa generate dall’euro». In pratica, ha finito per incarnare la brutta copia dei partiti tradizionali conservatori, condannandosi al fallimento politico pur di non mettere in discussione il malfunzionamento dell’Unione europea in generale, e dell’unione monetaria in particolare. E’ questa la sinistra di Renzi, di Hollande, di Sanchez, addirittura la sinistra di Tsipras (che almeno, bisogna dirlo, ci ha provato) e, pur con le dovute differenze, la sinistra d’oltreoceano di Barack Obama. Sinistra che non a caso ha guardato con curiosità l’outsider Bernie Sanders, ma che poi, per una prevedibile mancanza di coraggio, ha finito per ripiegare sulla candidata dell’establishment Hillary Clinton.