Finanza

Perché la bolla di Wall Street potrebbe essere disinnescata per far fuori Trump

Alcuni economisti ritengono che prima o poi le quotazioni ipertrofiche di Wall Street esploderanno causando un «bloody nightmare» sui mercati finanziari globali, ma la storia potrebbe anche seguire un altro corso

La bolla finanziaria di Wall Street potrebbe essere disinnescata per far fuori il presidente americano Donald Trump.
La bolla finanziaria di Wall Street potrebbe essere disinnescata per far fuori il presidente americano Donald Trump. (ANSA/ APPHOTO EVAN VUCCI)

NEW YORK - Si impara sempre qualcosa quando si scopre quanta verità sia contenuta in un luogo comune. E il luogo comune della finanza, aborrito dalla comunità finanziaria, è oggi molto semplice: prima o poi le quotazioni di Wall Street esploderanno perché hanno raggiunto una quotazione tale che travalica il limite dell’irrazionale per entrare dentro il pericoloso mondo del demenziale. Il popolo, o le moltitudini, interpretando contemporaneamente le parti di Cassandra e Antigone si attendono il peggio: perché la correlazione estetica tra i lavoretti da pochi dollari, o euro, e l’incredibile opulenza della finanza anche agli occhi dei più umili racconta un disequilibrio senza precedenti. Questa è la ragione per cui, anche a fronte di sgangherati sondaggi che declamano «la fine della crisi», in tutto il mondo occidentale aumenta la propensione al risparmio. La madre di tutte le bolle finanziarie, oppure la giusta valutazione azionaria che segue strepitosi risultati industriali? Gli analisti del mondo economico, direttamente interessati nell’andamento del mercato quindi, si domandano se la stratosferica quotazione raggiunta dall’indice Dow Jones di New York sia razionale. Dieci anni fa la borsa di New York raggiunse i 14.000 punti: oggi ha superato quota 22.000.

Da dove arriva il balzo
Senza alcun dubbio il successo dell’evoluzione di quella che fu la «new economy» ha un peso importante nell’evoluzione del mercato. Ma è altrettanto vero che l’irrorazione costante di denaro sonante del settore finanziario mediante denaro pubblico – introdotta dal presidente Obama, agganciata dal Giappone e poi successivamente dall’Europa con il Quantitative Easing di Mario Draghi – ha portato munizioni pressoché infinite al settore. Come noto la grande crisi del 2008 ha travolto l’economia reale, che ancora langue dentro dinamiche deflattive e sub occupazionali, partendo dai crack di importanti gruppi finanziari: si pensi, ma solo un esempio, al tracollo di Lehman Brothers. Il potere politico, a partire dalla Casa Bianca, si è trovato a dover fronteggiare una minaccia implicita che giungeva dal mondo finanziario: «se collassiamo noi collassa l’economia globale»

Il dubbio amletico dei governi
Uno di quei dilemmi che fanno impazzire di gioia i logici: è meglio fermare il saccheggio perpetrato dalla finanza e far crollare il sistema economico, per poi magari farlo risorgere come la storia e la dottrina del capitalismo insegnano, oppure è preferibile mantenere un sistema dove le banche creano una bolla sempre più grande e pericolosa? E meglio bere l’acqua di una sorgente finendola, oppure risparmiarla ma alla fine morire di sete? Al di là dei valori etico morali di un settore che ha speculato fino alla distruzione di milioni di posti di lavoro, questa innegabile prospettiva, ha obbligato governi e banche centrali a creare modelli di produzione monetaria atti a ricapitalizzare il settore. I governi hanno ceduto, e lo stanno ancora facendo. Non solo quindi il mondo della finanza ha patito meno di tutti i danni da esso stesso provocato, ma al contempo ha avuto le opportunità migliori per riprendere a speculare e affari sul nulla. Il fiume di dollari ed euro creati è rimasto intrappolato dentro circuiti speculativi, perché tale massa monetaria non ha avuto come investitore diretto gli stati, attraverso investimenti pubblici, bensì è stata affidata al settore bancario finanziario.

Il ruolo del QE e il rischio bolla della Silicon Valley
Il super QE di Mario Draghi è riuscito nella sua «vera» missione che – lungi dall'essere quella di inseguire la stabilità monetaria e il target ottimale dell'inflazione vicino al 2% come ci viene propinato - era sia quella di abbassare i tassi d'interesse per aiutare gli Stati alle prese coi loro debiti pubblici esplosivi che quella di permettere alle grandi imprese di finanziarsi sul mercato a basso costo. La politica monetaria della Bce, però, non è priva di effetti collaterali e, drogando il mercato, potrebbe contribuire all'innesco di una bolla speculativa imminente. Il fiume di denaro stampato dal governatore centrale ha inondato i canali della già ipertrofica finanza globale allargando (ancora!) la forbice tra capitale e lavoro. Ma la storia ci insegna che quando la distanza tra l'economia reale e l'economia finanziaria è oltremisura, una bolla speculativa è dietro l'angolo. E i sintomi, ahinoi, sono fin troppo evidenti. Basti pensare, tra gli altri, ai valori azionari dei colossi tecnologici della Silicon Valley. Le cinque regine del high tech – Apple, Microsoft, Google, Facebook, Amazon, Alphabet – sono anche le cinque più grandi società al mondo per valore in Borsa. Ma molti economisti ritengono la loro identità finanziaria sia dopata e pronta a esplodere. Tra questi c'è uno dei più celebri premi Nobel dell'economia, Robert Shiller. E qualora avesse ragione potrebbe verificarsi proprio quello che a Wall Street chiamano un «bloody nightmare», un bagno di sangue, capace di coinvolgere in poco tempo tutti i mercati finanziari mondiali grazie all'effetto domino innescato dalla globalizzazione.

Cosa (non) ci ha insegnato la storia
Vediamo qualche dato per capire di cosa stiamo parlando. I valori azionari di Apple e Alphanet sommati insieme fanno 1.487 miliardi di dollari. Una cifra monstre superiore a quella di tutti i valori complessivi degli istituti bancari e finanziari d'Europa e del Giappone. Il costo delle azioni delle due società è arrivato fino a 1.000 dollari l'una. Sebbene la crescita dei loro profitti sia solida, è evidente che le cifre in questione non hanno fondamentali economici reali. E quando la speculazione finanziaria prende il volo, la bolla è dietro l'angolo e gli investitori rischiano di fare la fine di Icaro. La storia si ripete ciclicamente da quando esplose la prima crisi speculativa di cui i libri di economia abbiano memoria, ma ancora non abbiamo imparato la lezione. Era il 1637 e la bolla dei tulipani ridusse l'Olanda «come Giobbe sul letamaio», per usare le parole di un cronista dell'epoca. Migliaia di famiglie finirono in rovina. La tulipano-mania divampata nel paese come una febbre aveva portato alle stelle il prezzo dei bulbi, ma all'improvviso un'asta andò deserta (probabilmente per colpa della peste) e nel giro di pochi giorni il loro valore crollò di oltre il 90%. Al giorno d'oggi sarebbe come aver speso 50mila euro per un fiore che in realtà ne vale solo uno. Sono trascorsi quasi quattro secoli, ma con le azioni delle regine dell'high tech rischiamo di incappare nello stesso tragico errore. I fiumi di denaro stampati dalla BCE hanno inondato di benzina i mercati finanziari, gonfiato il valore delle azioni e ora basta una miccia per innescare il botto.

Il motivo politico del crack: far fuori Trump
Da un punto di vista economico le quotazioni attuali, guardando gli andamenti storici delle varie borse, non reggono e dovrebbero correggere almeno del 30%; ma ormai siamo entrati dentro una regola che vale da sempre nella storia: quando un sistema è troppo grande non può fallire. Qualcosa di riconducibile alla teoria delle catastrofi, che così si può riassumere: l’unica maniera per uscire da una catastrofe è entrare dentro una catastrofe più grande. Potrebbe però giungere una piccola correzione, per motivi ancor più irrazionali: far fuori il presidente Trump. Il quale non sta facendo nulla per farsi apprezzare, ma soprattutto è visto dal mondo finanziario che conta come un usurpatore. Motivi politici, quindi, potrebbero riportare il Dow Jones sotto quota 20000? Un livello sempre irrazionale, ben inteso. Gli analisti finanziari statunitensi, commentando le ultime quotazioni, si domandavano retoricamente da cosa potrebbe partire la scintilla che scatenerà l’incendio. Più che una domanda, un avvertimento.

Verso una piccola correzione controllata?
La maggior parte conveniva sul problema inerente la figura presidenziale. Appurato che né Federal Reserve, né Bce in tempi brevi alzeranno i tassi di interesse– una vera manna per il settore finanziario – rimangono le promesse fatte dal presidente durante la campagna elettorale. Due su tutte: la riforma della fiscalità, ovvero rendere i mega ricchi di Wall Street ancora più ricchi, nonché la derogolamentazione del già blando sistema di controllo sulla finanza che Obama impose dopo aver salvato il settore dal collasso. Ovviamente le due condizioni non cambiano minimamente l’andamento dell’economia reale: forse solo la defiscalizzazione dei prodotti made in Usa potrebbe avere un impatto, ma gli investitori statunitensi sono poco attratti da una norma che, al massimo, potrebbe interessare la classe operaia impoverita dalle delocalizzazioni selvagge in Asia. Una piccola correzione controllata, da addossare al presidente Trump a causa delle mancate promesse – che ovviamente si incardinerebbe sul cosiddetto scandalo del Russia Gate – potrebbe far cadere l’inquilino della Casa Bianca, e trascinarlo nel baratro. Ovvero quanto viene incitato da buona parte dei media Usa, ovviamente posseduti dai grandi gruppi finanziari di Wall Street.