14 dicembre 2019
Aggiornato 01:00
C'è l'accordo

Call center, cosa prevede l'intesa tra governo e imprese

E' stata raggiunta un'intesa storica tra il governo e le 13 imprese che da sole rappresentano il 65% del fatturato del settore e prevede nuove tutele per i lavoratori

Il premier, Paolo Gentiloni.
Il premier, Paolo Gentiloni. ANSA

ROMA – Da Palazzo Chigi arriva la stretta sulle delocalizzazioni dei call center. Per il premier si tratta di un «passo storico» per fermare la corsa al ribasso degli appalti a carico del costo del lavoro. E questa volta anche noi del Diariodelweb siamo d'accordo con il Governo.

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L'intesa storica tra il governo e le imprese
Questo protocollo rivoluzionerà il mondo dei call center. E' stato firmato alla presenza del presidente del consiglio, Paolo Gentiloni, e del ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, dai vertici delle 13 imprese che da sole rappresentano il 65% del fatturato del settore. Sono: Eni, Enel, Sky, Intesa Sanpaolo, Tim, Fastweb, Poste italiane, Trenitalia, Ntv, UniCredit, Wind-Tre, Vodafone e Mediaset. L'intesa, della durata di 18 mesi rinnovabili tacitamente, prevede che il 95% delle attività di call center svolte direttamente da queste imprese sia svolto in Italia e che l'80% di quelle derivanti dai nuovi contratti in outsurcing siano effettuate sul territorio nazionale.

L'accordo introduce nuovi strumenti di tutela
Inoltre viene estesa al settore privato la sterilizzazione del costo del lavoro dalle offerte dei fornitori dei servizi di call center. In sostanza verranno escluse quelle offerte il cui valore sia al di sotto del costo orario del lavoro. L'accordo introduce anche strumenti di tutela analoghi a quelli previsti dalla clausola sociale e vara alcune misure a garanzia della qualità del servizio. Tra queste la certificazione linguistica per gli operatori fuori dal territorio nazionale, applicazione delle norme sulla privacy anche per i servizi erogati dall'estero, il rispetto delle fasce orarie definite dalla legge e dalle autoregolamentazioni.

E' prevista una verifica tra 12 mesi
E' prevista una verifica dei risultati raggiunti dopo 12 mesi di applicazione dell'intesa. Secondo il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, «é un segno di grande responsabilità che si è dato il settore privato» ed è «il primo caso in Europa di una iniziativa di queste dimensioni». Non la si fa perché «siamo contro il libero mercato, ma perché ci sono dei settori che sono esposti senza difese ad una competizione internazionale basata sul costo del lavoro». Questo è un accordo dalla «grandissima importanza sociale» in un settore che ha attraversato una crisi enorme negli ultimi anni, che impiega 80.000 persone ed in con un'alta incidenza del costo sul lavoro sui ricavi, pari al 76%.

La crisi italiana dei call center
Vale la pena ricordare che nei call center il turn over è del 3,4% e l'87% degli impiegati ha più di 30 anni. Quindi non è più un punto di ingresso al lavoro, ma sempre più spesso un'occupazione di lungo termine. Un'occupazione, però, generalmente mal retribuita in Italia. Negli ultimi anni, infatti, le retribuzioni dei dipendenti italiani si sono ridotte di circa il 20% per effetto della concorrenza con i colleghi dei paesi stranieri. Nel Belpaese almeno dieci aziende del settore hanno chiuso i battenti negli ultimi mesi, mentre in paesi come l'Albania e la Tunisia il numero dei call center è raddoppiato. I dati ufficiali dell'Istat albanese confermano che nel 2015 i call center che lavorano per il mercato italiano hanno dato vita a oltre 25 mila nuovi posti di lavoro. Mentre sul territorio dello Stivale chiudono uno dopo l'altro. Un intervento legislativo da parte del Governo era oltremodo necessario e urgente. Con le nuove norme inserite in legge di bilancio le multe per irregolarità nei call center sono salite da 34 in un anno a 120 nei soli primi 4 mesi del 2017.