14 novembre 2019
Aggiornato 16:30
In fumo 140 miliardi di metri cubi di gas

Anche ENI aderisce all'iniziativa «Zero Routine Flaring by 2030»

Le maggiori compagnie petrolifere mondiali hanno sottoscritto un impegno a porre fine alle «fiammate» che scaturiscono dagli impianti petroliferi entro il 2030. Ogni anno vengono liberati nell'atmosfera circa 330 milioni di tonnellate di CO2 dalle fiamme degli impianti petroliferi, le emissioni di 77 milioni di macchine.

WASHINGTON – Le maggiori compagnie petrolifere mondiali, tra cui l'italiana Eni, hanno sottoscritto un impegno per porre fine alle «fiammate» che scaturiscono dagli impianti di produzione di idrocarburi, in gergo «routine flaring», entro il 2030. Una notizia non di poco conto, visto che ogni anno vengono liberati nell'atmosfera circa 330 milioni di tonnellate di CO2 dalle fiamme degli impianti petroliferi, l'equivalente delle emissioni di 77 milioni di macchine.

CON ADESIONI EMISSIONI GIÙ DEL 40% - L'iniziativa «Zero Routine Flaring by 2030» è stata lanciata ufficialmente oggi a Washington, dal segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon e dal presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim. Immediata l'adesione di 10 compagnie petrolifere, 9 Stati e 5 organizzazioni internazionali, dai quali provengono circa il 40 per cento delle emissioni da flaring. L'impegno a «spegnere le fiamme» dagli impianti petroliferi è stato preso dalle aziende: Eni, Total, Shell, Statoil, Snh Cameroon, Socar, Petroamazonas Ep, Snpc Congo, Kuwait oil company e Bg Group. I Paesi aderenti invece sono: Russia, Norvegia, Francia, Camerun, Congo, Gabon, Angola, Kazakhstan e Uzbekistan. Le istituzioni invece sono: Banca Mondiale, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), Banca per lo sviluppo africano, Banca per lo sviluppo asiatico, Banca per lo sviluppo islamico e l'Agenzia Onu per lo sviluppo sostenibile per tutti (Se4All).

UNA ENORME QUANTITÀ DI ENERGIA SPRECATA - Ogni anno le operazioni di flaring mandano letteralmente in fumo 140 miliardi di gas naturale, metano «in eccesso» che viene estratto assieme al petrolio e bruciato perché sarebbe troppo costoso relizzare delle infrastrutture in grado di immagazzinarlo e trasportarlo fino ai luoghi di consumo. Si tratta di una quantità di gas considerevole, pari al 20 per cento del consumo di metano degli Stati uniti e al 30 per cento di quello utilizzato dall'Unione europea. Il suo sfruttamento potrebbe generare energia elettrica per 750 miliardi di kilowattora, una quantità superiore al cosnumo attuale dell'intero continente africano. Stando agli ultimi dati disponibili, raccolti dalla Banca Mondiale fino al 2011, il 72 per cento delle emissioni da gas flaring proviene da 10 Paesi: Russia (27%), Nigeria(11%), Iran (8% ), Iraq (7%), Usa (5%), Algeria (4%), Kazakistan (3%), Angola (3%), Arabia Saudita (3%) e Venezuela (3%).

ENI, CONTINUO IMPEGNO PER RIDURRE IMPATTO AMBIENTALE - L'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi ha commentato l'adesione della sua compagnia all'iniziativa con queste parole: «Da molti anni ormai Eni ha preso l'impegno di affrontare il cambiamento climatico attraverso la riduzione delle operazioni di gas flaring e lo sviluppo di programmi per la produzione e la distribuzione di gas, contribuendo allo sviluppo di sistemi energetici locali. L'appoggio di Eni all'iniziativa riflette il nostro continuo impegno nel perseguire i nostri sforzi per ridurre al minimo l'impatto ambientale delle nostre attività».

CHE COSA CAMBIERÀ - L'iniziativa «Zero Routine Flaring by 2030» come abbiamo visto può essere sottoscritta dai diversi attori che sono coinvolti nelle attività di estrazione petrolifere. I governi che hanno aderito si impegnano a sviluppare un ambiente favorevole, normativo e giuridico, che incoraggi gli investimenti per lo sviluppo di mercati e infrastrutture per l'utilizzo del gas che altrimenti andrebbe in fiamme. Inoltre questi Paesi imporranno che nei futuri campi petroliferi che daranno in concessione vengano costruiti impianti per l'utilizzo sostenibile o la conservazione del metano in eccesso. Infine questi Stati faranno tutti gli sforzi necessari per ridurre il più possibile le operazione di flaring sui campi attualmente operativi, fino al divieto totale entro il 2030. Le compagnie dal canto loro si impegnano a non praticare più il flaring negli impianti futuri, e a sviluppare soluzioni economicamente sostenibili per ridurre tale pratica nei siti attualmente operativi, fino alla sua eliminazione entro il 2030. Infine le organizzazioni internazionali faciliteranno la cooperazione e l'implementazione di tali misure, prendendo in considerazione l'utilizzo di strumenti finanziari e di altre misure. Inoltre tenterano di convincere anche altri Paesi a sottoscrivere l'iniziativa.