14 novembre 2019
Aggiornato 00:30

Milan, l’inaccettabile teoria di Berlusconi e Galliani

Anche Berlusconi, così come già in passato Galliani, risponde con l’ormai celebre ritornello «Chi vince parla, chi perde tace» ai cronisti che chiedevano spiegazioni sui motivi della crisi rossonera. E invece mai come in questo momento la dirigenza del Milan ha il dovere morale di spiegare ai tifosi le ragioni di un tracollo intollerabile.

MILANO - Siamo alle solite, il Milan fa acqua da tutte le parti, infila una brutta figura dietro l’altra come se fossero ciliegie, manda ai matti i tifosi rossoneri ormai letteralmente disperati, non si vede all’orizzonte un minimo di luce per poter sperare in un futuro migliore, e l’unico commento che arriva dai vertici milanisti è il nuovo ritornello che rimbalza da Arcore a via Aldo Rossi: «Quando si vince si parla, quando si perde si tace».

In principio fu Galliani
Il primo ad inaugurare questa nuova e discutibile strategia di comunicazione  rossonera è stato Adriano Galliani. Interpellato sulle ragioni della crisi rossonera e pressato sui perché di uno sfacelo così evidente, l’amministratore delegato per la parte sportiva se l’è cavata distillando con cura questo estratto di saggezza popolare, riuscendo nell’intento di chiudere in fretta ogni tentativo di approfondimento.
Idem con patate ieri sera quando, al termine del Trofeo Berlusconi, il presidente onorario rossonero ha manifestato tutto il suo disappunto crescente per l’andamento zoppicante della sua creatura senza però lasciarsi andare ad un’attesa analisi delle responsabilità: «Commenti? Nulla da dire, preferivo vincerlo, ma sapete com'è la storia, quando si vince si parla, quando si perde si tace».

Il silenzio dei colpevoli
Troppo comodo però così. Non è in questa maniera che dovrebbero essere gestite le cose. Il Milan sta vivacchiando nella mediocrità più assoluta da circa 4 anni e la fin troppo paziente tifoseria rossonera non può essere abbandonata senza uno straccio di spiegazione. Quattro lunghissime stagioni di miseria, tristezza, fallimenti in serie, umiliazioni ad ogni latitudine. Troppo per pensare ad una necessaria fase di rinnovamento, soprattutto perché di rinnovamento non c’è traccia e non si vede all’orizzonte alcun segnale di crescita di una squadra e di una società sempre più in preda all’angoscia da risultati. 

I tanti perchè di un fallimento
E allora, invece di trincerarsi dietro le consuete frasi di circostanza, utili a nascondersi e mettersi al riparo da ogni tentativo di affondo da parte della critica spietata, probabilmente è arrivato il momento di presentarsi davanti ai tifosi e spiegare le ragioni di una tale catastrofe.
La gente ha bisogno di sapere perché questa società prima e questa squadra poi siano state scientificamente sconquassate da decisioni ai limiti della follia. Prima le dismissioni più o meno forzate dei preziosi alleati di mercato di Galliani, il brasiliano Leonardo e il prode Ariedo Braida (a cui si devono nel tempo i colpi Van Basten, Weah, Shevchenko, Kakà, Thiago Silva, solo per citarne qualcuno); poi lo smantellamento di una squadra formata da uomini veri, prima ancora che da campioni conclamati (ricorderete tutti la nefasta estate del 2012, quando furono mandati via in blocco - per varie ragioni - Inzaghi, Gattuso, Seedorf, Nesta, Zambrotta, van Bommel, Thiago Silva, Ibrahimovic, etc. etc.).

Chi perde deve spiegare
Ecco perché adesso servono spiegazioni. Un confronto a tutti gli effetti al termine del quale i responsabili dell’ennesimo fallimento dovranno rispondere delle proprie azioni. E non per soddisfare i forcaioli di turno o per un bieco desiderio di sensazionalismo alla Bruno Vespa: la ragione più semplice di una tale esigenza è che in questo modo i colpevoli di tali scelleratezze reiterate nel tempo possano essere messi da parte. Solo così il glorioso Milan potrà rinascere dalle proprie ceneri come l’araba fenice e risollevarsi dalla crisi irreversibile in cui sembra essere sprofondato.

Perché chi vince esulta, chi perde ha il dovere di dare spiegazioni.