21 novembre 2019
Aggiornato 16:30

Berlusconi punge Inzaghi, ma la rosa del Milan non vale quella della Juve

L’attacco del numero uno rossonero è apparso decisamente fuori luogo, soprattutto in considerazione della qualità complessiva delle due squadre. Inzaghi ha commesso degli errori contro i bianconeri, ma ora è arrivato il momento di fare tesoro della sconfitta e voltare pagina, già stasera contro l’Empoli.

Ok, il Milan visto contro la Juve è apparso una copia sbiadita di quello fin troppo pimpante visto a Parma, ma che Silvio Berlusconi, all’indomani della sconfitta contro i bianconeri, si sia preso la briga di sconfessare pubblicamente l’operato di Pippo Inzaghi e dei suoi ragazzi, è sembrata decisamente una forzatura.

Che Milan-Juventus non fosse un semplice incontro di calcio, per quanto ricco di storica rivalità, si sapeva: per i bianconeri c’era l’occasione per dimostrare al mondo di essere ancora i più forti, mentre i rossoneri erano attesi ad un decisivo banco di prova per misurare la crescita del nuovo progetto targato Pippo Inzaghi. Alla fine, La Juventus del grande ex (Allegri) si è rivelata un ostacolo troppo impegnativo per Menez & co., chiamati ad una pronta reazione fin da stasera nell’anticipo della quarta giornata sul terreno difficile della neopromossa Empoli.

Magari modificando radicalmente l’atteggiamento in campo. Il Milan visto contro la Juventus, più che una squadra ansiosa di giocarsela per dare un segnale forte al campionato e rovesciare le gerarchie della serie A, è sembrato una sorta di agnello sacrificale, pronto ad essere immolato sull’altare dei campioni d’Italia. È probabile che a furia di decantare per tutta la settimana le lodi della Juventus, quello che doveva essere il giusto rispetto da tributare ai bianconeri si è trasformato in qualcosa di molto simile ad un «terrore» reverenziale.

La conseguenza è stata un assetto tattico suicida, con De Jong schiacciato dietro, quasi sulla linea dei difensori, e Poli e Muntari affannati a stargli accanto per tenere compatta la cerniera di centrocampo. Il risultato è stato concedere inattesa libertà d’azione a Claudio Marchisio, bravo ad approfittarne e gestire in totale libertà il compito per lui inconsueto di vice-Pirlo.
 Con una squadra così schiacciata dietro, l’istinto famelico di Tevez e compagni ha avuto facilmente il sopravvento e il gol arrivato solo al 70’ è un puro caso.


Quello che però ha raccontanto Milan-Juventus è che, al di là dell’approccio timoroso alla partita dei rossoneri, la differenza tra le due squadre è ancora negli uomini a disposizione dei due tecnici. Non un divario da 50 punti, sia ben chiaro, ma in alcuni settori del campo (in difesa e soprattutto a centrocampo) la distanza è ancora evidente. Rami ad esempio è un buon difensore centrale, ma quando si tratta di impostare, ogni suo rilancio è causa di extrasistole, e in sostanza Bonucci, Chiellini, Barzagli, Caceres e compagnia danno molte più garanzie rispetto ai vari Zapata, Bonera, Alex e Mexes. Per non parlare della zona nevralgica del campo, dove Muntari, Essien, De Jong, Poli e l’acerbo Van Ginkel (in attesa del recupero di Montolivo), non reggono minimamente il confronto con Pirlo, Vidal, Pogba, Pereyra, Asamoah e Marchisio.


Ecco perché è apparsa fuori luogo l’ennesima esternazione di Silvio Berlusconi («Al Milan non fanno quello che dico io…»). Certo, lui è presidente onorario, il numero uno del club di via Aldo Rossi, quindi pretende di essere ascoltato e seguito. E come dargli torto? Ciò che Berlusconi tende a dimenticare che quando c’era da tirare fuori soldi per rendere competitiva la squadra lui non era assente ingiustificato. E il fatto che Galliani si sia lasciato scappare negli ultimi due anni fiori di campioni (da Tevez a Nainggolan, passando per Strootman e Benatia) è solo una naturale conseguenza. Ecco perché bisognerebbe ricordare a Silvio Berlusconi che i campionati e le coppe non si vincono solo con i discorsi del venerdi a Milanello e soprattutto che è difficile fare la guerra con la fionda se il nemico ha a disposizione un bazooka.