15 ottobre 2019
Aggiornato 11:30

I 1000 giorni di Renzi: l'ossessione del cambiamento, ma mai in meglio

In queste ore Matteo Renzi festeggia mille giorni dal suo arrivo, in Smart, a Palazzo Chigi. Che cosa è rimasto del rottamatore che diceva di voler rivoluzionare l'Italia

ROMA - 22 febbraio 2014: Matteo Renzi diventa presidente del Consiglio italiano, dopo l'ormai famigerato «bacio di Giuda» 2.0 a Enrico Letta «#Enricostaisereno». 18 novembre 2016: così sereno, Renzi, non lo è più. Nonostante sia ormai giunto, come sottolinea Goffredo De Marchis di Repubblica, al suo millesimo giorno di presidenza. La trepidazione è giustificata: il prossimo 4 dicembre sarà il giorno della resa dei conti, con il referendum costituzionale che, da quando il premier ha compiuto l'errore di personalizzarlo, è diventato la cartina di tornasole di tutta la sua carriera politica. Della quale, però, vista la «ricorrenza», si può già tracciare un bilancio.

L'analisi di Repubblica
E a farlo ci ha già pensato Repubblica, che ripercorre le epiche gesta di un premier che ha promesso, al suo insediamento, di portare a casa «una riforma al mese», e che ha ricevuto il plauso del presidente uscente Usa Obama, il quale lo ha definito, non molto tempo fa, «giovane, bello, carismatico, innovatore». La pagella del quotidiano pare piuttosto generosa, ricordando il suo ingresso glorioso a Palazzo Chigi a bordo di una Smart («La mia scorta è la gente», diceva), e definendolo un leader «futurista», «un baleno che esce da un quadro». Un leader che è riuscito a portare a casa tanti traguardi, anche se ha mancato - ammette Repubblica - forse quello principale: la ripresa.

La rottamazione, ma è amico del sistema
Noi del Diario siamo molto meno indulgenti con Matteo Renzi. E partiamo proprio dall'immagine che di sé ha voluto dare all'inizio della sua irrestistibile ascesa ai vertici dei palazzi romani, mentre con l’«#ArrivoArrivo» twittato nel recarsi dal presidente della Repubblica sembrava destinato a rompere tutte le polverose convenzioni di decenni di immobilismo politico. Il cortocircuito è in qualche modo evidente, perché colui che avrebbe dovuto «rottamare» il sistema del sistema è percepito, almeno dai suoi oppositori, come il più strenuo difensore. Basti consultare la lunga lista di endorsement a favore della riforma costituzionale, da Jp Morgan al Fondo Monetario Internazionale, passando per l’amministrazione Obama, la cancelleria tedesca e le istituzioni europee. Paradossale, dunque, che la retorica di questa campagna presenti il «sì» come la rivoluzione che travolgerà la palude dell’immobilismo; paradossale, altrettanto se non di più, il fatto che dopo la clamorosa vittoria di Trump (letta da Renzi, fino a qualche ora prima fervente sostenitore di Hillary Clinton, come il trionfo del «nuovo») il premier abbia cercato di sfruttare la corrente, sottolineando quanto il «sì» fosse sinonimo di cambiamento.

Il problema è la simpatia?
E il fatto che, dalle elezioni europee ad oggi, il rapporto con l’opinione pubblica si è molto allentato, lui lo imputa piuttosto a un problema di «simpatia», dando ragione a Oscar Farinetti che, dal palco della Leopolda, ha esortato i democratici a «tornare a essere simpatici». Ma c’è di più di questo. La retorica del cambiamento è un’arma a doppio taglio, essendo un’asserzione generica e priva di attributi. E tra il cambiare in peggio e il rimanere così, anche il popolo più sensibile agli slogan preferisce la seconda opzione.

Il Jobs Act: l'istituzionalizzazione del precariato
Sull’onda del «cambiamento» senza se e senza ma, Renzi ha giocato tutti questi suoi mille giorni. Punta di diamante del suo esecutivo (secondo lui) il Jobs Act: che, dice Repubblica citando dati Istat, «ha creato 665mila posti di lavoro». Grazie, dicono loro, all’abolizione dell’articolo 18, mostruoso relitto di tempi ormai andati. Peccato che poi, volendo andare a fondo a quei numeri, si capisce come la decisione di lesinare sui diritti dei lavoratori, rispondendo agli standard internazionali, sia valsa poco più che uno specchietto per le allodole. La disoccupazione giovanile rimane stratosferica, e i tanto decantati effetti strutturali della riforma non si sono visti. Perché, esaurito l’effetto «doping» degli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, il numero degli impieghi stabili è subito precipitato. Secondo l’Inps, nei primi 7 mesi di quest’anno, le assunzioni a tempo indeterminato sono diminuite del 33,7%, e le trasformazioni si sono ridotte del 30,5%. I voucher, intanto, sono aumentati del 36,2%. La verità dietro a tanti annunci, insomma, è che il Jobs Act ha fallito nei suoi obiettivi principali: ossia promuovere l’occupazione e ridurre la quota di contratti temporanei e atipici, in una parola il precariato. Che oggi, senza articolo 18, è semmai istituzionalizzato.

La Buona Scuola, un autentico caos
Ma il Jobs Act non è certo l’unico «flop». Che dire della Buona Scuola, che sarebbe dovuta essere il fiore all’occhiello di un esecutivo che ha sempre detto di avere a cuore l’istruzione e la cultura? Basta poco per rendersi conto che di buono, nella scuola di Renzi, c’è molto poco: è sufficiente ricordare l’inizio di quest’anno scolastico, partito con cattedre scoperte, lezioni a orario ridotto, boom di supplenze, confusione tra chiamata diretta dei docenti e assegnazione provvisoria. Senza contare che la «perla» della riforma, l’assunzione di docenti di potenziamento, si sta rivelando lo specchio del fallimento: perché quei docenti, che avrebbero dovuto potenziare la didattica in conformità ai bisogni della scuola, vengono spesso utilizzati impropriamente per coprire posti di funzioni strumentali o spezzoni vacanti. La macchina «magistralmente» disegnata dalla riforma si è, insomma, evidentemente inceppata. A tracciare il quadro ci pensano le 85mila cattedre scoperte e gli 80mila professori già abilitati che, per il sindacato, continueranno a rimanere precari nel 2016/7.

Dalle province fantasma alla Rai, fino alla riforma costituzionale
Ma la lista è ancora lunga. Le province? Meno visibili ma tutt’altro che abolite, visto che resistono seppur «di secondo livello», e che consiglieri e presidente non vengono più eletti dai cittadini bensì dai consiglieri comunali di zona. La riforma della pubblica amministrazione? Fatta, ma le novità sono poche. Vincoli alle partecipate generiche, limiti per premiare la meritocrazia facilmente aggirabili, risparmi promessi decisamente ridimensionati. Fuori i partiti dalla Rai? Tutt’altro. Non più il direttore generale ma l’amministratore delegato indicato dal ministero del Tesoro; un cda non più eletto dalla Vigilanza, ma in parte dal Parlamento, in parte dal Governo e in parte dall’assemblea dei dipendenti; un presidente «di garanzia» che ha bisogno dei due terzi della commissione di vigilanza. Per non parlare della rimozione di direttori e giornalisti non «in linea». Niente riforma fiscale, nonostante la scomparsa dell’Imu, uno dei provvedimenti «elettorali» che tanto la sinistra contestava a Silvio Berlusconi. E che dire di una riforma costituzionale pasticciata e confusa, che più che semplificare rischia di complicare ulteriormente l’iter legislativo e di riempire il Parlamento di nominati? Che dire di una legge elettorale portata a casa a colpi di fiducia, che ha spaccato il Pd e che, in combinazione con la riforma costituzionale, per molti costituzionalisti e non solo potrebbe determinare una «svolta autoritaria»?

Cambiamento sempre, ma raramente in meglio
I battibecchi con l’Europa, più cosmetici che di sostanza; le tante roboanti promesse, dal Ponte sullo Stretto a «più soldi alla sanità»; il trionfalismo elettorale sulla Salerno-Reggio Calabria; 80 euro a pioggia ma nessuna diminuzione del cuneo fiscale; scarsissimo impegno sulla cultura, poco coraggio sulla corruzione. I 1000 giorni di Renzi sono stati così: tanti proclami, poca sostanza. Velocità a mille, ma poca cura. Cambiamento sempre, ma raramente in meglio.