14 luglio 2020
Aggiornato 02:00
Sel va incontro al Pd

Vendola si allea con la Bindi

Sulla riforma del lavoro, Sel si dice disposto a sottoscrivere gli articoli di minoranza presentati ieri dalla Bindi. Intanto continuano le discussioni attorno all'articolo 18 e le controversie interne al partito del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, diventano il motivo del rallentamento dei lavori.

ROMA «Noi prendiamo sul serio il governo Renzi e siamo delusi da quella che è una delega in bianco. Per questo abbiamo presentato 350 emendamenti, perchè si passi dalle parole ai fatti». Queste le parole del deputato di Sel, Giorgio Airaudo, durante la presentazione in Senato degli emendamenti del suo partito alla delega sul lavoro che approderà questo pomeriggio nell'Aula del Senato. «Sacconi è il ministro ombra del Lavoro di questo governo», afferma Airaudo accusando l'esecutivo di avere come obiettivo reale quello di «ridurre i salari» attraverso alcune norme della delega. I senatori di Sel hanno inoltre presentato le pregiudiziali di costituzionalità, che saranno votate prima dell'inizio della discussione generale, e rivolgono un appello al capo dello Stato, Giorgio Napolitano e che al presidente del Consiglio, Matteo Renzi: «Siano assicurate le garanzie costituzionali - chiede il coordinatore Nicola Fratoianni -. La delega non contiene principi stringenti ai quali attenersi e che dovrebbe invece contenere». 

FASSINA, LA RIFORMA FA ACQUA «Nella riforma del lavoro ci sono punti che non vanno e che aggravano la precarietà». E' il deputato del Partito democratico Stefano Fassina a parlare ad 'Agorà', su Rai3, in un intervento che lascia intuire un allontanamento dalla linea del Premier, Matteo Renzi: «La posta in gioco è fare una riforma che aggredisca davvero la precarietà. La discussione mediatica si concentra sull'art.18, ma gli emendamenti che abbiamo condiviso ieri, presentati da una quarantina di senatori, hanno al primo posto l'eliminazione della maggior parte dei contratti precari».  

PISICCHIO, VIA GLI STECCATI IDEOLOGICI - La discussione sull'articolo 18 è ancora calda e si delineano con più nitidezza le spaccature sula questione. Il presidente del gruppo Misto alla Camera, Pino Pisicchio, è convinto che rilanciare l'occupazione sia «una priorità assoluta». E continua: «E' fondamentale che governo e maggioranza trovino una sintesi tra due importanti esigenze: tutela dei diritti e flessibilità. Una buona riforma del mercato del lavoro può sostenere imprese e lavoratori e migliorare i dati, oggi drammatici, sull'occupazione. Per raggiungere questo risultato è necessario un serio confronto sul merito e un abbassamento dei toni, andando oltre gli steccati ideologici sull'articolo 18»

NCD, PENSIAMO AI GIOVANI - Dal Nuovo Centrodestra si alza la voce di Nunzia De Girolamo, capogruppo Ncd alla Camera, che, ospite sempre della trasmissione di Rai3 punta l'attenzione sulle esigenze del Paese, denunciando l'inefficacia delle controversie interne al Pd: «La discussione sull'articolo 18 è una scusa della minoranza del Pd per creare una spaccatura all'interno del partito. Ma al Nuovo Centrodestra non interessa e non appassiona il dibattito interno al partito di Renzi. A noi stanno a cuore i giovani che non trovano lavoro - continua la De Girolamo - e per questo dobbiamo fare subito la riforma del lavoro. Dietro l'articolo 18 si nasconde un regolamento di conti interno al Pd che ha fatto le primarie e ha condiviso un programma. Significa che Renzi era il segretario di tutti. Se adesso al Pd non va più bene, cambi segretario. Ad ogni modo non credo che si arriverà a una scissione nel partito, perché nel Pd non si fanno scissioni, ma si bruciano i segretari».

UNA GUERRA DI POSIZIONI INUTILI - Dal Partito Democratico, il deputato Dario Ginefra ribadisce l'importanza dell'unità interna per ottenere i giusti risultati dalla riforma del lavoro: «Occorre lavorare per l'unità dei Gruppi Pd sul cosiddetto job act con una pacata discussione che abbia al centro il merito e che veda l'epurazione di ogni forma di estremismo e di ogni gioco di posizionamento», e aggiunge: "Evocare il programma di Bersani 2013 è un modo sbagliato per affrontare il confronto. Si finge di non sapere cosa è successo dopo la sconfitta elettorale del 2013 e che ha dato vita, dopo l'intervento del Presidente Napolitano e con un impegno dei nostri Gruppi parlamentari, ai governi Letta e Renzi». Da twitter, è Guglielmo Vaccaro (Pd) a parlare di «battaglia ideologica e guerra di posizione inutili" in merito alle discussioni sull'art.18, affermando che «nel concreto della quotidianità è uno strumento già superato dai fatti»

RENZI ADEGUA LO STATUTO DEL LAVORO ALL'OGGI - Sempre dal Partito Democratico arrivano le parole di Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle Riforme costituzionali e Rapporti col Parlamento, sul dibattito interno al suo partito sull'articolo 18: «Le dichiarazioni di molti esponenti della minoranza del mio partito sono singolari", e aggiunge: «Il Pd deve stare accanto a tutti i lavoratori, non solo a quelli che hanno un contratto a tempo indeterminato. Questo è il nostro mestiere, su questo non possiamo che essere tutti uniti. Nel 2012 Renzi aveva Ichino come principale collaboratore sul diritto del lavoro, non mi si venga a dire che Renzi si sta rimangiando la parola. Stiamo semplicemente cercando di adeguare le tutele sul lavoro a questo secolo. Un'azienda oggi licenzia per motivi economici non soltanto quando è fallita, ma anche per non fallire».

IL 'RETRO-PARTITO DEMOCRATICO' - Per Paolo Sisto di Forza Italia quello che le discussioni attorno alla riforma del lavoro non sono altro che la spia dall'allarme della spaccatura interna al partito di Renzi: «Nell'articolo 18 vedo un "bonsai" della spaccatura irreversibile nel Partito democratico». Sisto aggiunge poi: «Abbiamo la manovra economica, l'articolo 18, la giustizia, la decretazione d'urgenza: su questi punti il Pd è in deflagrazione continua. State stimolando Renzi ad andare al voto - ha detto Sisto, rivolgendosi al collega del Pd Stefano Fassina, in studio - perché non potrà reggere minimamente una spaccatura simile. Siamo di fronte a un retro-Partito democratico che combatte sulle riforme di Renzi e Sacconi».

LA PROPOSTA DI DAMIANO - Dalla minoranza del Pd parla Cesare Damiano, presidente della commissione lavoro della Camera, affermando che sul jobs act nel Pd serve «un accordo», puntando ancora sulla necessità di unità nel suo partito. In un'intervista a Il Fatto Quotidiano spiega: «Noi abbiamo le idee molto precise e le abbiamo depositate negli emendamenti presentati al Senato. Intanto è sbagliato inseguire l'articolo 18. Questa è sempre stata una bandiera della destra. Noi dovremmo concentrarci sulla crescita del Paese. E poi l'articolo 18 - continua Damiano - è stato cambiato solo da due anni e in modo assai significativo. Andrebbe fatto seriamente un monitoraggio della riforma Fornero».Il presidente della commissione lavoro della Camera avanza una proposta: «Il nuovo contratto a tutele crescenti deve fissare la durata della prova che proponiamo sia al massimo di tre anni. Al termine di questa, il datore di lavoro ha due possibilità: licenziare il lavoratore senza alcun contenzioso come se fosse un contratto a termine. Oppure assumerlo a tempo indeterminato con le regole attuali, quelle della legge Fornero. In cambio noi proponiamo un bonus per il periodo di prova e un incentivo fiscale all'assunzione. In fondo, rispondiamo alle richieste dell'Europa che ci dice di allungare la prova e di ridurre il costo del contratto». Conclude, Damiano, affermando che «non stiamo facendo un congresso di partito e nemmeno vogliamo mettere in minoranza il governo. La nostra è una battaglia di merito e ci interessa solo ripristinare le tutele».

M5S: PRESIDENTE, SI VERGOGNI! Intanto continuano gli attacchi dal M5S al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e dal blog di Beppe Grillo , in un post a firma Aldo Giannuli sul Jobs act, si legge: «Tutti si affannano a dimostrare che pochi privilegiati non possono ostacolare la via delle riforme compromettendo le sorti del paese. Primo fra tutti a guidare il coro è il Capo dello Stato che, nella sua delicata sensibilità costituzionale che lo vuole sereno arbitro super partes, mette i piedi nel piatto e si pronuncia esplicitamente per la tesi governativa, invitando a farla finita con corporativismi e conservatorismi e approvare la riforma a tamburo battente»«Ma come mai - continua ad interrogarsi il blog di Grillo - questo ex dirigente di quello che fu il maggior partito dei lavoratori italiani, trova che ad essere corporativi siano i lavoratori e solo loro? Lo avete mai sentito dare dei corporativi o, conservatori ai banchieri, che prendono i soldi della Ue, per investirli in altri titoli finanziari continuando a negarli ad aziende e famiglie? Ci sono i superpagati dipendenti del Parlamento che stanno facendo un casino d'inferno perché non accettano una spuntatura delle loro ricche retribuzioni, come, peraltro, avevano fatti i manager di Stato, gli alti magistrati ecc. qualche tempo fa: Napolitano ha mai denunciato questi privilegi e particolarismi? Possiamo dire solo una cosa: Presidente si vergogni!»