20 febbraio 2020
Aggiornato 03:30
Cina, smartphone e delocalizzazione

Trump, persona dell'anno, vuole tassare chi porta il lavoro all'estero. Trema la Apple

Un dazio molto pesante per chi porta la produzione fuori dagli Usa, il 35%. Banche e multinazionali mettono in guardia Donald Trump

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump Shutterstock

WASHINGTON - Abbassare le tasse e aumentare i dazi, questa è la politica economica che il presidente statunitense Donald Trump porterà avanti nel prossimo quadriennio. Il protezionismo che banche e multinazionali temevano emette i primi vagiti, per altro molto sonori, e comincia a spaventare i mercati. Il magnate Usa, che continua a manifestarsi come un personaggio imprevedibile, ha annunciato che introdurrà una tassa per quei produttori che delocalizzano la produzione poi venduta negli Stati Uniti. Una tassa molto pesante, pari al 35%. «Ogni impresa che lascia il nostro Paese per un altro - ha scritto in un tweet - licenzia i propri dipendenti, costruisce una nuova fabbrica all’estero e poi pensa di poter rivendere i prodotti negli Usa senza conseguenze, SBAGLIA! Presto ci sarà una tassa del 35% sulla nostra frontiera sempre più forte per tutte le aziende che vogliono rivendere i loro prodotti dentro il nostro confine».

Come la Germania
Da notare l’utilizzo di un linguaggio molto diretto, popolare, che utilizza perfino i caratteri maiuscoli per sottolineare il concetto. Gli Stati Uniti vivono un momento di disoccupazione residuale, pari al 4,6%, e molti analisti sostengono che questo sia uno dei grandi risultati lasciati in eredità dal presidente Obama al suo successore. La situazione appare molto più complessa del singolo dato: esattamente come in Germania, la disoccupazione molto bassa è data dal dilagare dei cosiddetto minijob, i lavoretti, che il presidente Trump vorrebbe trasformare in occupazione più stabile e duratura. la classe media non può sopravvivere con i lavoretti, e si sta proletarizzando sempre più. In compenso una polarizzazione della ricchezza senza recedenti attraversa gli Stati Uniti, ma la dinamica è trasversale in tutte le economie capitaliste. Appare vagamente surreale che questa analisi, nonché le relative contromisure, giunga da un multimiliardario, repubblicano, bianco.

Il bastone e la carota
Trump però non fa vedere solo in il bastone, c’è anche la carota: offre una abbassamento delle tasse sugli utili aziendali dal 35% al 15%. Lo schema è condivisibile, ma lascia molti dubbi sulla sua realizzazione. Già oggi le imprese che possono permettere costose alchimie fiscali transnazionali, pagano tasse residuali, perché le norme sulla fiscalità consentono loro di portare nei paradisi fiscali sede e utili. Il fenomeno è inarrestabile perché figlio della libera circolazione del capitale, e non trova argine nelle scarse risorse governative volte a controllare questo flusso che si muove sul confine tra il legale e l’illegale. La stampa statunitense, la stessa che sosteneva a spada tratta la candidatura di Hillary Clinton, ha già severamente criticato le idee protezioniste di Donald Trump: per il Wall Street Journal, semplicemente, le imprese devono essere libere di massimizzare i profitti. E’ l’ideologia secondo cui dall’impresa a guadagnare debbano essere solo gli azionisti, gli amministratori delegati, nonché uno stuolo di avvocati che fanno lavoro di lobby al Congresso.

Silicon valley sotto pressione?
Nel mirino del neo presidente finiscono quindi le due super potenze del nostro tempo: la Cina e la Apple. Il primo è uno stato che pratica un capitalismo di stato che permette condizioni di lavoro che nei paesi civili non sono nemmeno ipotizzabili. Il secondo, oltre ad essere una delle multinazionali più potenti del mondo, è un soggetto che crea la tendenza culturale globale. Purtroppo un colosso di tali dimensioni, così come infiniti altri, ha deciso da tempo di fabbricare la maggior parte della produzione proprio in Cina per evidenti motivi economici. Tale scelta, legittima, provoca una fuga di capitali immensa dagli Stati Uniti al paese del sol levante: uno schema non più sostenibile socialmente e politicamente. Perché la Apple è solo una delle migliaia di ditte Usa che ha delocalizzato. Il presidente Trump quindi aggredisce politicamente la Cina su più fronti, facendo capire di considerarla come un nemico strategico degli Stati Uniti. Così si spiega la telefonata alla leader di Taiwan Tsai Ying-wen che, in molti, hanno maldestramente interpretato come una gaffe. Si tratta invece di un primo passo, indubbiamente carico di pericolo, verso un riequilibrio della produzione manifatturiera globale. In questa ottica, la piccola Italia che un tempo fu emerita in tale settore, non può che guadagnarci.