18 ottobre 2019
Aggiornato 04:30
Gli Usa hanno bombardato soldati siriani: un «errore»?

Siria, riassunto di un caos voluto: Obama, Putin, Isis giocano al tutti contro tutti

L’Isis, cioè un’organizzazione terroristica, unitamente ai ribelli anti-Assad di al Nusra, combattono per abbattere Assad, il quale combatte contro i ribelli, che hanno come alleato principale gli Stati Uniti, che però combattono l’Isis

DAMASCO - Gli strateghi, nonché diplomatici, statunitensi definiscono con questo aggettivo la situazione siriana: complessa. Definizione di complesso: «Che presenta difficoltà per la comprensione o d'orientamento, dovute a profondità od oscurità di concetti oppure a una molteplicità di elementi o di aspetti». Scriveva Piero Gobetti: «La storia è sempre più complessa dei programmi». Indubbiamente nella storia siriana recente chi ha avuto dei programmi, se li ha avuti, non può dire che questi abbiano avuto una situazione lineare. La complessità siriana così si può riassumere: l’Isis, cioè un’organizzazione terroristica, unitamente ai ribelli anti-Assad di al Nusra, combattono per abbattere Assad, il quale combatte contro i ribelli, che hanno come alleato principale gli Stati Uniti, che però combattono l’Isis. I russi sostengono Assad contro l’Isis e i ribelli, quindi indirettamente e incidentalmente, combattono contro gli Stati Uniti. Capita che gli Stati Uniti, per sbaglio, bombardino l’esercito di Assad durante una tregua. Poi chiedono scusa, ammettono che forse si sono sbagliati, ma invitano i russi «a non fare giochetti».

Gli Usa hanno bombardato soldati siriani: un "errore"?
Joe Biden, che potrebbe perfino essere il prossimo presidente degli Stati Uniti – al momento è vice presidente – nel 2014 disse: «Hanno fatto piovere centinaia di milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di armi nelle mani di chiunque fosse in grado di combattere contro Assad, peccato che chi ha ricevuto i rifornimenti fossero… al Nusra, al Qaeda e gli elementi estremisti della Jihad provenienti da altre parti del mondo». Ora, che il bombardamento dei soldati siriani possa essere derubricato a «errore» è dubitabile: la zona è coperta interamente da droni e satelliti. Non fossero sufficienti quelli, è stranoto che il territorio è disseminato di spie e informatori. Semplicemente gli Stati Uniti hanno voluto colpire deliberatamente la Russia e il suo piccolo alleato Assad. Al fianco di Assad ci sono anche truppe libanesi e iraniane.

Il ruolo di Turchia e Arabia Saudita in Siria
Questo è, semplificato, il campo di battaglia siriano. Ai margini ci sono due grandi paesi potenti: Turchia e Arabia Saudita. La prima combatte contro Assad ma ha appena fatto pace con i russi, almeno apparentemente, quindi deve mitigare un po’ l’entusiasmo avuto in tempi passati nel sostegno di ribelli e Isis. La Turchia è membro Nato, vuole entrare nell’Unione europea, ma recentemente il suo presidente ha stretto un patto con i presidente russo Putin: economico e militare. Il secondo, l’Arabia Saudita, par di capire, finanzia tutte le guerriglie e i terrorismi presenti al di là dei suoi confini. L’ha sempre fatto, in Pakistan e Afghanistan negli anni duemila, ora in Siria, Libia, Somalia, ovunque vi sia da gettare il caos. In questo momento vuole liberarsi del regime siriano, libanese, iraniano.

E i curdi?
Da qualche parte, in questa guerra sbilenca e pericolosa, ci cono i curdi, i quali vogliono costituire uno stato socialista sulle montagne che si alzano tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. Tutti odiano i curdi, tranne gli statunitensi e i russi, i quali li riforniscono di armi, anche perché sono gli unici che combattono seriamente l’Isis. Usa e Russia però lasciano fare quando la Turchia li bombarda, in fondo sono solo curdi. Tutti quelli che vogliono possono entrare e uscire dalla Siria per bombardare i curdi. L’Iran, altra grande potenza, sostiene Assad ed è un alleato di ferro della Russia di Putin. Fornisce armi, petrolio e supporto logistico alla Siria. Nell’occhio del ciclone c’è il piccolo stato di Israele, di cui non si comprende l’influenza sulla guerra in corso. Il tutti contro tutti arabo non può che fargli piacere.

Il bilancio di una guerra che dura da 5 anni
In questa guerra complessa, dopo cinque anni di conflitto, sono morte circa 270mila persone. I profughi sono tre milioni, buona parte dei quali desiderano unicamente raggiungere l’Europa. Nel 2015 il regime di Bashar al Assad era dato per spacciato ma l’intervento russo iraniano ha ribaltato la situazione. Il territorio siriano ancora sotto il controllo del regime è in realtà un arcipelago di signori locali della guerra che dominano il territorio per conto di Assad. A cui, nel caso sopravviva, presenteranno il conto a guerra terminata. L’economia siriana è collassata, dato che le entrate fiscali sono assenti, i maggiori siti petroliferi sono distrutti, così come il settore del turismo. In Siria non lavora più nessuno. La povertà è la ragione che spinge i giovani ad arruolarsi volontari nell’esercito regolare siriano, o nelle varie fazioni. In città come Aleppo, ma anche a Damasco, trionfa il mercato nero e l’inflazione è pari al 120% annuo.

La questione religiosa
In questa condizione di complessità si innesta la confessione religiosa: sunniti contro sciiti, contro wahabiti e sufi. Originariamente, nel 2012, l’idea degli Usa era di installare al posto di Assad un «principato salafita». Gli sciiti in Siria detengono il potere da tempo immemore, i sunniti sono vessati, il wahabismo è una linea religiosa fanatica afferente all’Arabia Saudita che vorrebbe scendere a un compromesso politico con i sunniti e spazzare via gli sciiti. Come si evince da questo breve riassunto, la complessità citata dagli statunitensi dopo che per sbaglio hanno bombardato i siriani significa «caos». Nessuno riesce ad indicare una via d’uscita militare e diplomatica allo status quo.