15 dicembre 2019
Aggiornato 05:30

Isis, 5 domande (e 5 risposte) per capire che a muovere i fili sono sempre gli Usa

Siamo di fronte ad una narrazione che prevede la prossima caduta dello stato islamico e delle sue bandiere nere: caduta scomposta, che comporterà dolorosi attacchi all’Occidente. Ecco cosa c'è dietro a tutto questo

ROMA - Cosa sia l’Isis, da chi sia composto e finanziato, cosa voglia, in quale stato di salute sia, quanto sia sotto pressione: sono sempre più densi i dubbi che avvolgono questo enigma. La storia lineare che ci viene raccontata segue un filo logico: l’esercito del califfo Al Baghdadi è sotto attacco in tutte le sue roccaforti: Sirte, Raqqa, Falluja in primis, e in ognuna di queste località soccombe sotto l’urto di forze preponderanti. La rotta che ne consegue determina una recrudescenza degli attacchi terroristici kamikaze, soprattutto in Turchia. O a Dacca. Siamo quindi di fronte ad una narrazione che prevede la prossima caduta dello stato islamico e delle sue bandiere nere: caduta scomposta, che comporterà dolorosi attacchi all’occidente.

E mentre si procede verso la fine dell’incubo Isis (forse), rimangono inevase molto domande:

  1. Perché un «esercito» sgangherato, privo di armi serie, è riuscito a conquistare un territorio enorme, che va dalla Mesopotamia alla Cirenaica? Stiamo in questi giorni assistendo al surreale spettacolo di colonne di uomini in ciabatte che vengono bombardate dai jet statunitensi che li schiacciano come mosche. La resistenza è nulla e, come nel caso di Falluja, è stato sufficiente l’esercito regolare iracheno per piegare la «resistenza» dei miliziani. Il loro arsenale, secondo quanto si evince dalle analisi dei media presenti in loco, non andrebbe oltre piccoli pezzi di contraerea usata come artiglieria leggera: una dotazione ridicola. Questo nelle città più difese. Inimmaginabile quindi la dotazione dell’Isis in fronti lontani, magari desertici. Aver conquistato fronti così vasti senza artiglieria, per non parlare del supporto aereo, significa che hanno trovato la strada la spianata per lunghi anni di scorribande indisturbate.

  2. Al termine della sua parabola restano immuni dagli attacchi i seguenti paesi: Arabia Saudita, Qatar e Oman, cioè gli stati che hanno finanziato fin dal principio la creazione dello stato islamico. Ferrei alleati, politici ed economici, degli Stati Uniti e della Comunità europea, oggi rimangono immobili di fronte alla fine della loro creatura. Perché? La loro ambizione è l’allargamento dell’anarchia religiosa e politica al di là della penisola araba, perché una situazione fuori controllo permette una successiva conquista. Ma non solo: la loro speranza era che Daesh raggiungesse una così vasta potenza da poter invadere l’Iran e far così cadere il potere sciita nella regione? Al di là delle mire occidentali sulle risorse presenti sul campo, il motore principale del caos continua ad essere la guerra intestina all’Islam tra le varie componenti, con una saldatura tra wahabismo e sunnismo in chiave anti-sciita.

  3. Gli attentati turchi risultano incomprensibili, oppure figli del tradimento che Erdogan avrebbe compiuto ai danni del califfato islamico. Come ampiamente dimostrato la Turchia ha sempre supportato logisticamente e finanziariamente Daesh. Le fotografie aeree prodotte dall’aviazione russa su consolidati traffici petroliferi tra Turchia e terroristi non lasciavano molta facoltà di interpretazione. Oggi giungono gli attacchi kamikaze, a ripetizione, che sicuramente creano un danno economico al paese del sultano Erdogan. Dal giugno del 2015 sono quattordici gli attacchi terroristici sul suolo turco. Un paese considerato sicuro fino a poco tempo fa, ma che nell’ultimo anno ha subito una strage al mese. In una recente intervista il re di Giordania Abdallah ha dichiarato: «Erdogan crede che l’islamismo radicale possa essere la soluzione ai problemi della regione». Un’ammissione plateale del coinvolgimento turco nella creazione dell’Isis e di varie altre guerriglie. La Turchia quindi paga la fine del doppio gioco che ha sempre attuato, probabilmente su mandato diretto delle potenze occidentali. Sostenere e coprire il fanatismo terrorista islamico per creare il caos. Si tratta di vendette che presto esauriranno la loro portata.

  4. Quanto la situazione è scappata di mano ai burattinai occidentali? Esiste questa lettura, diffusa: i servizi segreti aiutano a far nascere gruppi di resistenza armata volti a rovesciare dall’interno i vari dittatori presenti sullo scacchiere medio-orientale. Dopo un po’ questi personaggi, di solito fanatici religiosi islamici, impazziscono e divengono mine vaganti che seminano il terrore per il mondo. L’unica soluzione rimane sterminarli, cosa che puntualmente avviene. Questo schema si associa perfettamente al tempo dei marchi totalizzanti in cui viviamo: Isis, o Daesh, altro non sono che il logo che ha preso il posto dell’ormai fuori moda Al Qaeda; e il califfo al Bghadadi il nuovo Osama Bin Laden, che presto raggiungerà. Non è credibile questo schema: più probabile è che i vari gruppi, anche di dimensioni massicce come l’Isis, siano sempre sotto stretto controllo. E se non sono coordinati militarmente, almeno in forma indiretta attraverso infiltrazioni vengono manipolati. Perché ogni forma di comunicazione è controllata. L’afflusso di valuta, solo ed esclusivamente dollari perché le varie monete locali sono carta straccia, è tracciato. Le armi, poche, sono tutte oggetto di piena approvazione da parte della Cia e del Mossad. Indubbiamente qualche gruppuscolo può sfuggire al controllo e può compiere atti terroristici, ma l’intera organizzazione di uno stato come Daesh è sempre stata sotto il pieno controllo dei servizi segreti occidentali. Una volta che, grazie all’intervento russo, si è capito che Bashar al Assad non sarebbe caduto, l’Isis ha perso il suo scopo. E verrà distrutto.

  5. Al Baghdadi verrà ucciso e verrà esposto il suo scalpo alle telecamere del mondo che festeggeranno la fine dell’Isis. Al su posto sorgerà una nuovo milizia, con un nuovo marchio, il cui unico scopo sarà quello di perpetrare il caos anarchico del Medio Oriente. Sorgerà anch’essa in Iraq, territorio perfetto dove far germogliare forme di violenza settaria.