24 ottobre 2019
Aggiornato 00:30
L'eterno ritorno del sempre uguale

Gioisci popolo che sei fuori dal tunnel. La «tela di Penelope» di Padoan, Monti, Renzi e Letta

Non solo uscita dal tunnel. Il ministro Padoan si lancia in un spericolata profezia sul debito pubblico: «scomparirà da solo». Sparata elettorale su cui il sistema mediatico ha calato un dignitoso velo

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan rassiucra gli italiani: 'Siamo fuori dal tunnel'
Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan rassiucra gli italiani: 'Siamo fuori dal tunnel' ANSA

ROMA - Gioisci popolo che sei fuori dal tunnel. Non lo sapevi, ma ora sei edotto sul raggiunto benessere. Lo ha detto il ministro dell’economia Padoan e subito un tripudio di entusiasmo si è scatenato tra le fila delle truppe giornalistiche di tendenza. Con epico sprezzo del pericolo, la metafora del tunnel tiene la testa alta ed espone il petto alla facile critica. Doveva essere il 1984, secondo Orwell, l'anno in cui la storia veniva cancellata e riscritta ogni volta: nel 2017 possiamo dire che quella profezia, solo con qualche anno di ritardo, è pienamente compita. E’ sorprendente constatare la scarsa fantasia di coloro che, a scadenza temporale costante, ci parlano di tunnel, di luci e di allucinazioni. Forse prendono spunto da un caposaldo della pubblicità del settore automobilistico, ovvero la galleria percorsa a tutta velocità da una potente vettura. L’immagine, un caposaldo per ogni marchio, scava nei significati profondi della simbologia umana, riconducendo il telespettatore all’interno dell’utero materno e dando così adito a una chiara allusione sessuale. Forse il principio per cui viene da sempre utilizzato il modello del tunnel anche in campo economico è lo stesso? Oppure, sempre inconsciamente, tutto può essere ricondotto ad un viaggio al termine della notte e quindi delle tenebre? Oppure è semplice cialtroneria?
In ogni caso popolo gioisci perché sei fuori dal tunnel e i Campi Elisi del benessere, del consumo, della vita agiata si stanno aprendo come un Campidoglio.

Cinque anni di uscite dal tunnel
Eppure questa formula retorica del tunnel forse l’abbiamo già sentita. Forse è già stata pronunciata, forse è già stata riportata a caratteri cubitali su tutti i mezzi di informazione. Alberga in molti il vago ricordo di personaggi come Monti, Letta, Renzi, più una svariata legione di giornalisti-economisti-commentatori intenti a pronunciar la fatal metafora. Il trucco retorico più famoso inerente l'eterna promessa che si rimanda di giorno in giorno, di mese in mese e di anno in anno lo inventò Omero: Penelope, la moglie di Ulisse, per tener testa ai Proci ogni notte disfaceva la preziosa tela. E oggi come allora la nostra è un'odissea. Cinque anni fa, pochi mesi prima delle elezioni politiche del 2013 il presidente del consiglio - era Mario Monti - proferì la letale metafora. Queste le sue parole: «C'è ancora un tunnel, fuori dal quale c'è una prospettiva di crescita maggiore - affermò in un'intervista televisiva - ma dipenderà moltissimo da cosa farà l'Europa. Riuscirà ad evitare una nuova crisi greca ad innescare un nuovo meccanismo di crescita?».Dopo qualche mese, ad agosto, ecco una nuova uscita: «Per molti aspetti vedo l’avvicinarsi dell’uscita della crisi. Un anno fa eravamo più in crisi di oggi». Il ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera concordava: «Sì, la fine del tunnel la vedo. L’uscita dalla crisi dipenderà molto da quello che riusciremo a fare». L’arcinemico di Matteo Renzi, l’ex premier Enrico Letta, nell’agosto dell’anno successivo verrà anch’egli illuminato dalla luce: "A un passo dal possibile». Enrico Letta aveva dubbi, nonostante i dati negativi del Pil del secondo semestre di quell’anno. Il premier riteneva che l'Italia fosse «a un passo dall'inversione di rotta e dall'uscita dalla crisi più drammatica e buia che le attuali generazioni abbiano mai vissuto». E sottolineava: «I segnali ci sono tutti».
E come no.

Il profeta dell'ottimismo, Matteo 
E poi c’è lui, la luce della nuova sinistra, il profeta dell’ottimismo. Un solo nome: Matteo. Questa le sue parole, raccolte da La Stampa, il 17 marzo del 2015: «La crisi economica è finita». Matteo Renzi sale sul palco all’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola Superiore di Polizia a Roma e affronta una varietà di temi. Si parte dalla crisi: «Abbiamo attraversato una fase emergenziale» racconta. «Ne siamo fuori? Credo di sì, perché segnali univoci vanno in quella direzione». E aggiunge: «Non è che non abbiamo mai avuto altri momenti di difficoltà, ma nelle variabili economiche di questo Paese male come in questi tre anni non siamo mai andati. In Europa - ha aggiunto Renzi - hanno capito che non si può parlare solo di austerità, ma anche di investimenti, che bisogna avere buon senso sui parametri. Creando le condizioni, la Bce ha potuto fare ciò che non aveva fatto fino a oggi, il Qe, e quindi dollaro e euro hanno un altro rapporto tra loro». Una bella intervista, fatta di nulla, come sempre.

Padoan: il debito scomparirà da solo. Cosa?
Oggi si giunge a Padoan, che però si lancia in un previsione assai bizzarra, per non dire totalmente irrealizzabile: «Siamo usciti dal tunnel. Stiamo continuando su una strada stretta, ma sono ottimista perché vedo questo sentiero allargarsi. I numeri sono importanti e positivi, ma soprattutto sono il frutto di un'accelerazione degli investimenti». Secondo Padoan, non è irrealistico "pensare nei prossimi anni a un salto di qualità». E ancora, sul fisco: "Siamo uno dei Paesi più virtuosi dal punto di vista fiscale", come testimonia l'avanzo primario registrato in questi anni, "caso unico in Europa assieme alla Germania. Continuiamo così e cresciamo e il debito pubblico scomparirà da solo». In che senso, scusi ministro, "scomparirà da solo"? Questa cifra. 2300000000000, scomparirà da sola con la crescita? Questa ultima affermazione mette in serio dubbio tutta l’analisi precedente, sempre che di analisi si tratti, perché è priva della minima razionalità. A meno che si tratti di una iperbole, che però sarebbe veramente fuori scala da risultare ridicola. Il debito pubblico italiano è ovviamente strutturale: a meno che il ministro Padoan non voglia fare come Ceausescu, il dittatore rumeno che in pochi anni riuscì ad azzerare il debito pubblico della Romania con manovre lacrime e sangue. In ogni caso, al di là delle frasi ad effetto – che per carità di patria i giornali d’opinione nascondono sotto un pietoso velo – viene da notare che il tunnel, con relativa uscita, di solito viene riscoperto poco qualche mese prima delle elezioni politiche. Qualche dato sparso, magari contrastante con altri, viene trasformato nella prova inequivocabile della fine della crisi. Non importa se la percezione comune è diametralmente opposta, così come gli studi di sindacati e, in parte, di Confindustria. Tutti disfattisti. La più violente crisi economica del Dopoguerra, è bene che si prenda atto di ciò, non è reversibile: vi sono fattori strutturali che impediscono l’inversione di marcia. Tra i molti, un posto predominante, hanno le regole di bilancio: e non solo per quanto riguarda il fiscal compact che ora tutti contestano mentre ieri, solo ieri, tutti plaudivano e votavano.