16 luglio 2019
Aggiornato 08:30
Dopo la brexit tocca all'Italexit?

L'Italexit non č pił un tabł e se l'Italia esce dall'euro risparmia 8 miliardi

Secondo l'ultimo sondaggio dell'agenzia Sentix, l'Italia ha il 16% di probabilitą di uscire dall'euro. E uno studio di Mediobanca rivela che per il Belpaese sarebbe un vantaggio perché risparmierebbe circa 8 miliardi

Il governatore della Bce, Mario Draghi.
Il governatore della Bce, Mario Draghi. Shutterstock

ROMA – L'Italexit non è più un tabù. Populisti ed economisti iniziano a prendere sul serio la possibilità che l'Italia esca dall'euro e perfino Mediobanca ha realizzato uno studio in base al quale sarebbe un vantaggio per il Belpaese lasciare l'Eurozona. Ma a quali conseguenze andremmo incontro?

L'Italia ha il 16% di probabilità di uscire dall'euro
L'ultimo sondaggio dell'agenzia tedesca Sentix, che da luglio del 2012 misura ogni mese la probabilità che un paese membro dell'Ue esca dall'euro, parla chiaro. Secondo l'Euro break-up index, infatti, l'Italexit non è più un miraggio. Ma una possibilità concreta. Anzi, per essere più precisi, una probabilità che corrisponde al 16%. Il dato si è impennato negli ultimi mesi, da quando lo scorso ottobre ha superato perfino quello della Grecia (il 9,9% degli investitori credeva che sarebbe stata l'Italia ad abbandonare per prima l'Eurozona contro l'8,5% che aveva invece indicato la Grecia), a novembre ha raggiunto un picco del 19% e infine si è assestato sul 16% odierno.

Lo studio di Mediobanca
Non è un caso, dunque, che l'Italexit non sia più un tabù. Tanto che anche i politici nostrani (non solo quelli populisti) e gli economisti internazionali hanno iniziato a prendere sul serio la questione. Ma cosa accadrebbe se davvero l'Italia uscisse dall'euro? Un recente studio di Mediobanca ha provato a rispondere alla domanda. Secondo l'istituto di credito fondato da Raffaele Mattioli nel lontano 1946, guadagneremmo ben 8 miliardi di lire. Ma andiamo con ordine. Parliamo di lire, e non di euro, proprio perché Mediobanca prevede il ritorno alla valuta nazionale. Uscendo dall'Eurozona, infatti, l'Italia potrebbe riprendersi la sua sovranità sulla politica monetaria, il che significa la possibilità di stampare moneta e intraprendere svalutazioni o rivalutazioni del cambio.

Se uscissimo dall'euro guadagneremmo 8 miliardi
E il ritorno alla lira avrebbe conseguenze positive soprattutto sul rimborso del debito, che è uno dei due punti deboli più importanti dell'economia nazionale (l'altro sono i 276 miliardi di crediti deteriorati nel ventre delle nostre banche). Se, come ritengono molti economisti, in caso dell'uscita dell'Italia dall'euro la lira si svalutasse del 30%, allora il risparmio sul debito corrisponderebbe a circa 8 miliardi di lire. Tuttavia, i margini di manovra per realizzare una simile operazione sono molto stretti perché più passa il tempo più il vantaggio dell'Italia si assottiglia. I nuovi titoli di debito pubblico non potranno essere convertiti in lire, resteranno in euro, perciò la svalutazione non potrebbe ridurre l'ammontare del rimborso all'Ue.

Il tempo stringe
Lo studio di Mediobanca sottolinea che se l'Italia fosse uscita dall'euro nel 2013, avrebbe risparmiato ben 285 miliardi. Alla fine del 2017, invece, saremmo in perdita. C'è poco tempo, dunque, per prendere una decisione difficile. La scelta, però, sembra obbligata. Se fin qui l'Italia ha pagato un prezzo molto elevato per aderire al mercato unico (vale la pena ricordare che dal 2008 ad oggi il Pil italiano è sceso di ben sette punti percentuali), quello che ci aspetta potrebbe essere addirittura peggio. Negli ultimi anni, infatti, la politica dei tassi bassi adottata dalla Bce ha evitato la crescita esponenziale dei nostri interessi sul debito, che corrisponde a circa 2.173 miliardi di euro. Con i tassi attuali (vicini allo zero), su questo ammontare di debito paghiamo ogni anno circa 69 miliardi di euro di interessi.

Tra l'incudine e il martello
Ma le cose stanno per cambiare. L'inflazione ha rialzato la testa e il governatore centrale, Mario Draghi, non potrà continuare a lungo col programma di acquisto dei titoli pubblici e privati, il famoso QE. Perciò la festa dei tassi bassi sta per finire. E quando questo accadrà, gli interessi sul nostro debito pubblico cresceranno in maniera esponenziale, affossando definitivamente la ripresa economica nazionale. La verità è che siamo tra l'incudine e il martello. Perché da un lato non possiamo più restare nell'Eurozona a queste condizioni e con queste prospettive, dall'altro l'Italexit è un vero e proprio salto nel buio. Lo studio di Mediobanca, infatti, ci descrive un vantaggio contabile che si avvererebbe qualora la svalutazione della lira corrispondesse a circa il 30%. Ma non è detto che questo accada ed è praticamente impossibile prevedere il dato con un buon margine di affidabilità.

Il pericolo del default e il rischio di shock finanziari
La svalutazione della nostra moneta dipenderà in buona sostanza dal comportamento dei soggetti coinvolti nella partita: in primis i mercati, ma anche gli altri paesi europei. Se i rapporti con gli altri stati membri dovessero incrinarsi, allora probabilmente un crollo della fiducia potrebbe innescare il timore di un default e allora la svalutazione potrebbe essere addirittura inarrestabile e l'incubo dell'insolvenza auto-avverarsi. Nelle scienze sociali si parla in questo caso di «profezia che si auto-avvera» perché i comportamenti dei soggetti economici sono influenzati concretamente dalle loro aspettative e dai loro sentimenti. Se invece l'Italia riuscisse a raggiungere un accordo con gli altri stati membri, l'uscita dall'euro potrebbe essere «controllata» e in grado di ridurre il rischio di shock finanziari nell'Unione europea.