12 dicembre 2019
Aggiornato 22:30
Breve storia di un'autentica follia economica

Il mondo invaso da un fiume di soldi (parte prima)

Come mai politiche monetarie espansive non hanno effetto? Dove finisce la moneta che viene creata e che dovrebbe raggiungere tutte le classi che compongono una società complessa?

Carta con cui viene fatta una magia, un incantesimo? Il denaro, il suo valore intrinseco, la sua essenza: uno dei grandi misteri dell’umanità trova in questi giorni una risposta in arrivo dal Giappone. Non è ovviamente la prima volta nella storia, anzi è solo l’ultima di infinite volte.

Abbandonato la gold standard, reciso ogni legame con le valute fiat, l’economia capitalista avanzata sta affrontando il paradosso di enormi masse monetarie scaraventate sul mercato che non producono alcun impatto sull’economia reale. Si spera di creare inflazione e ci si trova dentro una deflazione implacabile. Il principio che soggiace alle politiche monetarie espansioniste è semplice e brutale: l’Autorità emittente, sia esso una banca di Stato o privata, inizia a stampare carta moneta e la redistribuisce sul territorio. Non essendo più presente una relazione con risorse naturali scarse, in primis l’oro e l’argento, il valore intrinseco è dato dalla potenza politico, economico e militare, del soggetto emittente.

Su questo piano giocano le grandi economia avanzate planetarie: Usa, Ue e Giappone. La Cina, che non ha un’economia capitalista ma un’economia di guerra, merita un discorso a parte. Anche se interagisce pesantemente sulle spirali deflazioniste in quanto primo produttore manifatturiero globale.

Come mai politiche monetarie espansive non hanno effetto? Dove finisce la moneta che viene creata e che dovrebbe raggiungere tutte le classi che compongono una società complessa?

La storia recente, soprattutto statunitense, racconta bene le dinamiche che hanno caratterizzato gli ultimi otto anni di follia economica. Un periodo definito maldestramente neo-liberale, quando in realtà abbiamo assistito ad una restaurazione dell’aristocrazia borghese. Una gruppo sociale che non lavora, ma domina istiuzioni politiche corrotte che producono leggi e azioni economiche volte a rafforzare una piccola élite che, di fatto, non lavora.

Una storia moderna, sempre uguale. La nostra inizia nel 2008 con l’era Obama. Di fianco a lui, il banchiere Ben Bernanke. Il primo presidente afroamericano tuona contro lo strapotere della finanza che ha portato il mondo nel baratro della recessione. Una enorme chiazza di povertà si allarga nel globo. Nel mirino è finita la classe media, che viene chiamata a ripianare le perdite che la neo aristocrazia sta incassando da un paio di anni nel settore finanziario al collasso.

Dopo la crisi dei subprime del 2007 che porta al celebre fallimento della Lehman Brothers, la Federal Reserve statunitense ha scelto di lasciare le regole sistemiche intatte, nonostante la presidenza del riformatore Barack Obama che giurava guerra agli eccessi di Wall Street. Non è proprio una rivoluzione, ma il presidente nero è così charmant, così radical chic, da strappare il plauso della sinistra globale.

Dopo otto anni è noto che gli unici beneficiari della crisi di otto anni fa siano stati i profitti finanziari e d’impresa, mentre l’occupazione reale negli Stati Uniti si è trasformata in una miriadi di lavoretti sottopagati, che non danno alcuno sbocco ai consumi.

La politica monetaria neoclassica, che ormai entra nella quarta decade di vita applicata, prevede che i sistemi economici sono in grado in buona parte di badare a loro stessi e tendono automaticamente verso la piena occupazione. Una visione mitica del libero mercato che però dimentica che il sistema di regole che organizza il cosiddetto libero mercato fa sì che questo sia tutto tranne che libero. Le regole, come noto, sono fatte per avvantaggiare la parte apicale della piramide sociale statunitense e mondiale. Il libero mercato neo classico, quello in cui  gli interessi diversi dei soggetti permette a tutti di crescere e svilupparsi è una delle molte chimere dell’essere umano.

L’amministrazione Obama ha dimostrato nei suoi otto anni di governo che il libero mercato altro non è che un sistema di regole fiscali, inerenti la concorrenza, il fallimento, e l’erogazione del credito che migliora la condizione economica e sociale di chi non lavora.

Questo stato di cose si innesta sul più grande disastro finanziario dell’epoca moderna. Dichiarò Alain Greenspan nel 2013, quando ormai la coazione a ripetere delle scelte economiche disastrose era palese: «Cosa è andato storto? Perché in pratica tutti gli economisti e i politici di rango sono stati ciechi di fronte al disastro che sopraggiungeva? Come hanno fatto così tanti esperti, me compreso, a non vedere ciò che si avvicinava?».

Le operazioni negli otto anni di amministrazione Obama sono state molto dirette e pienamente neoclassiche: acquisti di asset «in difficoltà» (85 miliardi di dollari al mese), cioè di derivati e crediti inesigibili, tassi di interessi portati a zero o quasi, ben tre Quantitative Easing (2008, 2010, 2012) che hanno finanziato il sistema bancario con denaro fresco di stampa. La Federal reserve porta il su bilancio a 3600 miliardi di dollari, il 25% del Pil statunitense, con un aumento del 250% in otto anni.

Si tratta di soldi stampati dal nulla, venduti sotto forma di titoli pubblici, oppure utilizzati per acquistare derivati marci privati e cartolarizzazione di mutui, tutto trasformato in debito pubblico Usa.

Si doveva salvare in primis il settore bancario ed evitare che fosse trascinato nel panico globale, si disse. Operazione, per altro, riuscita. Il problema, noto fin da subito, fu che il meccanismo inventato salvava l’ecomonia dei derivati e anzi la rafforzava. Come disse Warren Buffet, i derivati erano diventati «armi finanziarie di distruzione di massa».

Questo fiume di denaro aveva il compito di stimolare i consumi e creare investimenti, si diceva. Se l’occupazione ha recuperato i livelli del 2008, come in precedenza evidenziato grazie soprattutto ad un normativa che incentiva i salari sempre più bassi, la spesa per investimenti reali è ancora lontana dai livelli pre crisi.

Come evidenziato da John T. Harvey, docente di economia presso la Texas Chrstian University, «la Federal Reserve non ha potuto impegnarsi in ciò che era realmente necessario, vale a dire la politica fiscale». Tuttavia, anche tralasciando questo punto, è evidente che ci si aspettava molto di più dalla politica monetaria: basta considerare gli allarmi lanciati sul fatto che le banche non stavano ancora facendo prestiti, anche dopo che queste politiche erano in vigore. Né vi è stato alcuno sforzo per regolamentare di nuovo i settori responsabili del collasso. È come se non si fossero tratti insegnamenti dalla crisi. Albert Einstein una volta disse: «Se è possibile osservare una cosa o no, dipende dalla teoria che si utilizza»

Fine prima parte