27 giugno 2017
Aggiornato 19:00
il passo del gambero

Jobs Act, sfuma l'effetto: crollano le assunzioni nei primi mesi del 2016

Dal 2015 al 2016 frenano i dati sull'occupazione ed è già svanito l'effetto Jobs Act. Il paese ha fatto il passo del gambero nella lotta alla disoccupazione. Ecco la ragione: meno incentivi, meno assunzioni

ROMA – Sfuma l'effetto Jobs Act e crollano le assunzioni. I dati dell'Inps parlano chiaro: nei primi tre mesi dell'anno i contratti stabili sono in calo del 33,4%. Ecco perché la manovra del governo Renzi è stata, purtroppo, solo un palliativo.

Dal 2015 al 2016 frenano i dati sull'occupazione
Nel 2015 è aumentata l'occupazione e, per la prima volta dopo sette anni, il tasso di disoccupazione ha subito una flessione significativa, passando dal 12,7% del 2014 all'11,9% dello scorso anno. A dicembre c'è stato un vero e proprio exploit, perché i contratti a tempo indeterminato, al netto delle cessazioni, sono cresciuti di circa 186mila unità. Con il nuovo anno, però, i nuovi contratti di lavoro hanno subito una forte battuta d'arresto registrando un saldo negativo tra cessazioni e attivazioni.

E' svanito l'effetto Jobs Act
Dati alla mano, si evince che la movimentazione contrattuale positiva relativa agli ultimi mesi del 2015 è ascrivibile soprattutto agli incentivi per le nuove assunzioni messi in atto dal governo con gli sgravi fiscali. Ma l'effetto Jobs Act sembra già essere sfumato perché il trend ora è tutt'altro che positivo. Secondo i dati Inps, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno c'è stata una diminuzione del 12,9% delle assunzioni e se si considerano nello specifico i contratti a tempo determinato sprofondiamo verso il -33,4%.

Il passo del gambero
Il dato più rilevante è che, sempre secondo i dati Inps, le cifre in questione sono peggiori perfino del primo trimestre del 2014 (quando ancora non era iniziato l'effetto Jobs Act): allora il saldo positivo di nuovi posti di lavoro stabili era stato pari a 87.034 unità, mentre oggi raggiungiamo a stento le 51.000 unità. Rispetto al 2015, invece, il crollo è molto imponente e pari al 77%. Sembra, in buona sostanza, che il sistema paese abbia fatto il salto del gambero sul fronte della lotta alla disoccupazione: un passo avanti e due indietro.

Meno incentivi, meno assunzioni
Il cambio di tendenza è stato causato probabilmente dalla riduzione degli sconti sui contributi pagati dalle imprese. L'anno scorso gli sgravi fiscali promossi dal governo per le nuove assunzioni prevedevano un super sconto di 8.060 euro l’anno per tre anni, mentre quest’anno lo sconto massimo è di 3.250 euro l’anno per due anni. Meno della metà. Ed ecco il risultato: incentivi più deboli, meno assunzioni. E' evidente il nesso causale tra sgravi fiscali e nuovi posti di lavoro e questo dimostra – ancora una volta – che uno dei problemi più significativi che affligge l'economia del Belpaese è quello del peso del fisco sulle imprese nazionali.

Il carico fiscale per le imprese è pari al 65% dei profitti
Ieri sera, il premier Matteo Renzi ha risposto in diretta via Facebook alle critiche che sono state sollevate contro il suo governo: «Ho sentito tante menzogne, gli incentivi hanno funzionato». Questo è vero, ma la manovra dell'Esecutivo non è stata certamente risolutiva e i suoi effetti positivi sono già sfumati. Gli incentivi sono stati un palliativo, non la cura della malattia. Una toppa che non ha retto perché il vestito resta irrimediabilmente squarciato. Secondo il rapporto Paying taxes 2015 della Banca mondiale e PwC relativo al 2014, il carico fiscale complessivo che le imprese italiane devono sostenere – sintetizzato nell'indicatore total tax rate – è pari al 64,8% dei profitti commerciali: di gran lunga superiore alla media mondiale che è pari al 40,8%. Per combattere la disoccupazione, le imprese italiane devono essere aiutate davvero affrontando il cuore del problema: bisogna ridurre in maniera strutturale – non una tantum - il carico fiscale che continuano a dover sopportare e che strozza l'economia reale.