19 maggio 2019
Aggiornato 16:30
Premier alla disperazione

Se il governo Renzi è appeso a un Alfano

Una trentina di senatori del Nuovo Centro Destra, interessati solo a salvare le proprie poltrone, decideranno le sorti dell'esecutivo alla resa dei conti sulla riforma del Senato. Una dimostrazione di grandi ideali politici

ROMA – Davanti alle telecamere e ai riflettori si consuma lo scontro finale. Matteo Renzi contro i ribelli del Partito democratico: in ballo c'è la riforma del Senato, ma soprattutto la sopravvivenza del governo e del suo leader. Ma il vero ago della bilancia, decisivo per le sorti di questo scontro, resta lontano dalle attenzioni della televisione e dei giornalisti, e si chiama Nuovo Centro Destra. Per la verità resta lontano anche dalle attenzioni degli elettori, visto che ormai nei sondaggi si è ridotto a percentuali da prefisso telefonico, ma questa è un'altra storia. Nel mercato delle vacche parlamentare, infatti, non contano i voti, ma il numero dei senatori: e il gruppo di Angelino Alfano, ahimé, ne conta una trentina, cruciali per spostare la maggioranza dall'una o dall'altra parte.

Alti ideali
Come è facile intuire, le questioni politico-ideali non c'entrano nulla: questa è e rimane, per tutti gli schieramenti in campo, una guerra per la propria poltrona. Renzi si gioca tutto pur di rimanere a palazzo Chigi. I ribelli Pd per riprendersi il comando del partito, consapevoli che alle prossime elezioni non sarebbero mai ricandidati dall'attuale segretario. E Ncd? Ha un obiettivo ancora più misero: semplicemente quello di rimanere a galla. Con questa legge elettorale (l'Italicum) e queste percentuali (zero virgola) non potrebbe rientrare in parlamento al prossimo giro con le sole sue forze. Per questo il pontiere Gaetano Quagliariello cerca da tempo di convincere Renzi a modificare la norma, per attribuire il premio di maggioranza non alla lista ma alla coalizione. Così gli alfaniani potrebbero semplicemente salire sul treno dell'alleanza vincente, e buonanotte ai suonatori. Ma il premier da questo orecchio non ci sente proprio: se accettasse, infatti, sarebbe costretto ad imbarcare nella sua coalizione anche Sel, Civati, Landini, Fassina, insomma quella sinistra che ha ormai deciso di esiliare dal suo centrosinistra. Scendere a patti con i suoi arcinemici, insomma: inaccettabile, per un bulletto.

Al microscopio
Dunque, Alfano ha sfoderato il piano B: un accordo, che come abbiamo raccontato sarebbe stato già raggiunto, almeno secondo le voci di palazzo, per sciogliere il suo partitino nel Pd, in cambio di una ventina di posti in lista garantiti per sé, Casini, Scelta civica e qualche altro amico del cuore. Il problema è che questi posti non basterebbero certo ad accontentare tutti: Angelino sarebbe al sicuro, ma gli altri suoi compagni di viaggio rischierebbero di rimanere a spasso. E siccome la salvezza della poltrona interessa pure a loro, si sono subito mossi in cerca di un'alternativa. Parliamo di un manipolo di 18 senatori del Nuovo Centro Destra, capitanati da Renato Schifani, Antonio Gentile, Francesco Colucci e Guido Viceconte. La loro prima opzione è quella di rientrare a casa in Forza Italia, ma anche da quelle parti, ora che Silvio Berlusconi è caduto in disgrazia, non ci sono garanzie sufficienti. La seconda è quella di restare in maggioranza, ma costituendo un altro minigruppo indipendente, praticamente una scissione dell'atomo. Che si tradurrebbe anche in una moltiplicazione delle poltrone, dato che nel frattempo rimangono sempre da assegnare il ministero degli Affari regionali e qualche altro strapuntino di governo.

Un Paese di Alfani
Da questi bassi calcoli di interessi di bottega, insomma, dipenderà l'approvazione o meno della riforma del Senato e dunque il destino del governo italiano. Se non l'avesse già persa da tempo, ci chiederemmo con quale faccia Matteo Renzi si possa presentare agli italiani, essendo a capo di un esecutivo appeso ai capricci di una manciata di poltronari, pronti a vendersi al miglior offerente. Del resto, cos'altro ci si poteva aspettare, da un partito nato proprio per non perdere due o tre posti da ministro?