6 dicembre 2019
Aggiornato 19:00
Nel centro... del mirino

Alfano e Casini chiedono l'elemosina a Renzi

Per non morire, i due partiti di Area popolare sono pronti a sciogliersi nel Partito della nazione di Renzi, in cambio di una manciata di posti in lista. E meno male che doveva essere il Nuovo centro destra...

ROMA – Come sosteniamo ormai da diversi giorni, tira aria di elezioni anticipate. Matteo Renzi si sta preparando, con i due scenari tracciati oggi dal Foglio: voto tra un anno dopo il referendum per confermare la riforma del Senato, oppure subito in caso di bocciatura, con la candidatura sicura in lista solo per i suoi fedelissimi. Ma anche i partiti più piccoli si guardano intorno, nella speranza di costruirsi un futuro. O almeno la sopravvivenza, che con la legge elettorale dell'Italicum è tutt'altro che garantita per le liste minori. E la prima a tremare è proprio l'alleata di governo di Renzi: Area popolare, ovvero la coalizioncina che racchiude il Nuovo centro destra di Alfano e l'Unione di centro di Casini. I sondaggi segreti sul tavolo del premier darebbero questo rassemblement al massimo al 4%. Come dire, alla canna del gas.

Problemi di voti. E di soldi
Dall'Ncd, non a caso, è già cominciata la grande fuga. La prima ad andarsene è stata l'ex ministro Nunzia De Girolamo che, da quando fu costretta alle dimissioni senza che il suo capo partito la difendesse più di tanto, se ne era gradualmente sempre più allontanata, fino a tornare all'ovile di Forza Italia. Pronti a seguire le sue orme sono molti altri ex berlusconiani, che da tempo osservano preoccupati la parabola discendente di Alfano: da Renato Schifani a Maurizio Lupi, da Roberto Formigoni a Maurizio Sacconi, da Enrico Costa a Carlo Giovanardi, passando per Andrea Augello, Vincenzo Piso e via elencando. Ancora peggio, se possibile, è la situazione in casa Udc, dove a rischio è addirittura la tenuta economica dell’intera baracca. I rimborsi elettorali si sono quasi azzerati, le donazioni private (a partire da quella del munifico suocero Francesco Gaetano Caltagirone, diventato renziano) ridotte al lumicino, al punto che il partito ormai campa quasi esclusivamente con i contributi degli eletti in parlamento e nei consigli regionali. Ma campa male, visto che la sua società di revisione dei conti, la Moore Stephens, ha certificato un buco di due milioni nel bilancio, come riporta il Giornale.

In ginocchio da Renzi
L'unica soluzione per sopravvivere, insomma, sembra essere quella di unirsi a un soggetto più forte. A quel Pd che Renzi, proprio in vista delle prossime elezioni, vuole trasformare nel Pdn, un Partito della nazione a sua immagine e somiglianza. Al suo interno ci sarebbe posto anche per i fedeli alleati che hanno tenuto in piedi la sua maggioranza, almeno fino a quando è stato possibile. Secondo il Fatto, in lista entrerebbero almeno quindici rappresentanti del centro: ovviamente Alfano e Casini, più alcuni altri tra ministri e non, come Beatrice Lorenzin, Gaetano Quagliariello, Gian Luca Galletti, Lorenzo Cesa, Gioacchino Alfano, Dorina Bianchi, Giuseppe Castiglione e Rosanna Scopelliti. Con buona pace di chi, come Cicchitto o Pizzolante, auspicherebbe invece che si mantenesse l'autonomia, fondando un nuovo partito «moderato e liberale alleato del Pd renziano». Niente da fare. Con questa mossa, inutile dirlo, Angelino Alfano dichiarerebbe definitivamente la propria sconfitta. In cambio del biblico piatto di lenticchie (la poltrona per sé e una manciata di amici), venderebbe il suo partito e tutti coloro che lo avevano seguito fedelmente in tempi non sospetti. Trasformando in una costola nemmeno troppo rilevante del centrosinistra una forza politica che era nata come Nuovo centro destra. Alla faccia della coerenza. E di quei pochi che ci avevano creduto.